Poi soggiunse: — No, no.... non mi sentirei mai capace di fare del male, anche a costo di morire di fame.... —
La sua fisionomia era pressochè irriconoscibile.
Egli portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lucida per l’unto che vi si era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido; (essendo la divisa dei poveri nel più caldo dell’estate il pastrano, che essi poi si affrettano a consegnare al ghetto, appena si approssimi l’inverno), un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con istrappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaje livide: era scarno come un crocifisso; aveva le unghie orlate di velluto nero, come un prete del Porta.
Egli pensava con invidia alle turbe ricoverate negli ospizi di carità, a quelle vecchie vestite tutte di un’uniforme rigatino, con il numero di matricola per decorazione sul petto, — a quei vecchi colla blusina azzurra e con il bastone legato per un cordoncino ad una manica, — a tutti quei poveri rimbambiti, che nel tramonto della loro esistenza possono ancora, grazie alla carità pubblica, risentire le gioie infantili e collegiali, come quella di rubare un rociolo di zucchero nella zuccheriera altrui o bere di straforo una tazza di caffè ed un quintino di vino; — pensava agli ammalati menati agli ospedali sui carrettoni duri e sussultanti pelle strade polverose e pensava ai vagabondi, che viaggiano per mercè da Questura in Questura e da Sindaco a Sindaco. Egli scopriva allora proprio nettamente una divisione del mondo, a cui non aveva quasi mai pensato, quando conduceva vita capricciosa, studiosa, operosa e beata, la grande divisione degli uomini in gaudenti ed in pitocchi. Egli, più scannato di tutti, apparteneva col corpo ai pitocchi e si sentiva ancora fitto fra i gaudenti con i maggiori desideri dell’anima. Sopratutto lo rodeva il grande martirio di non aver più nulla, proprio nulla, nulla, nulla; e gli pareva l’ultima parola: nulla.
XXII.
Lo rasserenò il ricordo di una buffonata, con cui altre volte aveva fatto ridere le brigate; ciò era la diceria, che si dessero da qualche Società Evangelica duecento lire ai cattolici che si facevano protestanti. Allorchè nei suoi tempi migliori, egli perdeva tutti i suoi denari al gioco, soleva dire giocondamente ai compagni che lo avevano squattrinato: — Amici, aspettatemi! Vado a farmi protestante e poi ritorno subito a farmi spennacchiare di nuovo da voi altri. —
Ora su quel sasso egli pensava: — Oh fosse davvero che si dessero duecento lire a chi si fa protestante! Volerei subito... — E gli pareva già di mangiare qualche cosa; ma ricadeva tosto spossato: — Ah forse non è vero, non è vero!... e poi, quand’anche fosse vero, io benchè morto in piedi, non mi sentirei il coraggio di cambiare per paga di religione; e sì che sono quasi certo oramai di non averne più nessuna! Siamo pure curiosi noi altri noi, della nostra specie. Vendiamo con un enorme facilità, spaventiamo via una casa, una tenuta, un intiero patrimonio, che ci dava da vivere lautamente; e poi ci ripugna.... io sento che per me sarebbe affatto impossibile vendere un mio pensiero, un pezzo della mia supposta coscienza od anche un solo mio capriccio, che pure non mi dà da mangiare una maledetta. Imbecille! Ho fame e.... credo nella immortalità dell’anima. —
In questo punto egli si senti raspare una scarpa da un colpo di lingua. Era un cane che gliela leccava, un bel cane barbone, con i fiocchi della sua lana bianchi di saponetta. Aveva l’aspetto signorile, e la giubba come un leone da burla; era certamente un cane benestante ed anche di buon cuore. Vi sono dei cani, che per un sentimento di malintesa aristocrazia non possono vedere le persone malvestite, si avventano contra loro con una furia di ringhi rabbiosi, vogliono morderle, lacerarle, sbaragliarle; e vi sono per lo contrario altri cani, che per un sentimento di filantropia, che li onora, se la dicono bene con i poveri, con i fanciulli, con i vecchi, con tutti i deboli e li proteggono. Tale era questo barbone.
Come si avvide, che Pinotto si era accorto di lui, esso si acculattò per terra accomodandosi sulle gambe posteriori, e rimanendo ritto su quelle davanti: figgeva benevolmente negli occhi smunti del giovane i suoi occhioni pieni e lustri come un calcalettere di cristallo, umidi come ostriche, ed oscillava la coda quasi per dirgli qualchecosa di amichevole, e di consolante.
Poi levò in arco una delle sue gambe anteriori, come per proporgli con quella zampata un patto di alleanza; e vedendo che ciò non gli bastava a farsi capire, finì con il porgli il muso sulle ginocchia.