Quei libracci, come si può immaginare, costituivano il vero carico di un pover’uomo. Allorchè egli doveva toglierne tre o quattro dagli scaffali o riporveli, metteva in mostra la più farraginosa disinvoltura travettiana. Alzava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la compressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero in terra ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fossero state quelle del prossimo! Certe volte pareva addirittura inchiodato come una bestia da macello a quegli assi della scansia.
Appena uscito poi dall’ufficio, si metteva intorno al suo Volar di fiori e vi spendeva sopra molte ore della notte.
Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!... Che cosa mancava tuttavia a Pinotto?
Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli mancava l’assicurazione dell’amore e del soccorso materno.
Dopo aver aspettato indarno per una settimana la risposta della signora Placida, il poveretto cominciava a ritornare di cattivo umore, dubbioso, quando il Capitano gli si fece innanzi con cera allegra e promettente.
— Ecco per lei!
E gli presentò due lettere: l’una con la soprascritta in caratteri grossi e piatti del secolo passato, e l’altra con un bel corsivo minutino e moderno.
Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua mamma.
Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammaticature e la più grottesca ortografia, che l’avrebbero resa poco intelligibile al pubblico; essa diceva:
«Signor, signor figlio,