«Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro nel telegrafo.
«Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi dà quasi fastidio. Guarda, guardati sopratutto, come dice anche il teologo, che non sia poi un impiego del Governo scomunicato e usurpatore in Roma della Santa Sede di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia che è sempre stata cristiana e non fare portar pena all’anima di tuo padre, che è morto in seno alla nostra Sacrosanta Religione e non già sine crux e sine lux, come le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto far niente e digiunare in orazione piuttosto che servire un governo ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella Cattolica di Domenica. Guardati, guardati ben bene. — Questo è un vero consiglio da madre, per salvarti. Sono, sono di nuovo tua affezionatissima madre, Placida.»
XXVIII.
Finita la lettura di questa lettera idiotica, crudele e bacchettona, Pinotto stette fermo e silenzioso, come chi aspetta un prorompimento di lagrime; ma poi vedendo che queste tardavano a venire, ne perdette persino la speranza, e fece sentire un verso ingratissimo, bestiale, come una voce mista di pappagallo, di struzzo e di maniaco.
Il capitano accorse a lui spaventato.
— Niente, niente, brav’uomo... Non posso piangere...
E in quel punto uscì in un fiotto di lagrime.
Rasciuttosi in un baleno:
— Niente, niente — ripetè — Sono stato un mammifero dell’ultima specie a credere a mia madre.... Fossi stato un cane... allora sì, mia mamma mi avrebbe perdonato, anche se gli avessi morsicchiata e ridotta tutta in pezzettini la sua veste di sposa... Ma suo figlio, oibò! —
Sentì nella bocca il ribaldo ribrezzo di avere assaggiato la pappa dei cani e torse orribilmente la figura.