«Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Barolo secco, e va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei pochi, avrebbe già mandato, chi sa quante volte, a carte quarantanove quell’uggiosissimo predicatore!

«Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che non vorrebbero sentirlo; ma per il signor F., è impossibile che egli ne sappia nulla, ne senta nulla. Del resto, egli non sarebbe più quello, cui egli si stima, cioè il Direttore Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con monopolio bancario di riabilitazione femminina.


«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e nipoti di una portinaia; hanno tutte l’ossame grosso con certe facce mascoline, che starebbero molto bene non già alle nove muse, ma ad altrettanti suonatori di tamburo della defunta Guardia Nazionale.

«Eppure esse formano una potenza di felicità.

«Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cui sono tutte impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare visibilmente per via la loro felicità terribile.

«È un mercato, una fiera luminosamente allegra che passa. Nessuno, che le guardi, commette il minimo peccato di desiderio per loro conto. Eppure esse si infischiano sovranamente di tutto e di tutti.

«Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal mattino alla sera, hanno costituito una rispettabile consorteria di pensieri e di buon umore, di gergo convenzionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e di occhiate assassine, a cui nulla resiste.

«Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgraziatamente davanti il loro casotto, sia egli un pezzente o un pajno, un capitano dei pompieri od un uomo di Stato, e lo colpiscono con mirabile divinazione nel suo lato debole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi esso nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente o negli stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano con una maestria di una felicità invidiabile, che meglio non potrebbe fare Vittorio Imbriani.»