«Non saprei precisare, se la razza umana presentemente sia più vile o più convenzionale.

«Essa si mostra convenzionale anche nell’esercizio delle sue più importanti prerogative, per esempio nel suicidio.

«Di tanto in tanto un garzone parrucchiere disperato, perchè una modista invece di sposare lui ha accettato il solido trattamento offertole da un banchiere, pone fine miseramente ai suoi giorni mediante asfissia, annegamento o salto mortale dal quinto piano; e si legge costantemente nella Cronaca Nera dei giornali, che in mezzo ai pettini dell’infelice suicida, sul tavolino da notte, presso il braciere dell’asfissiato, o sulla ghiaja del fiume d’accosto alle scarpe dell’annegato, si trovarono aperte le inevitabili Ultime lettere di Jacopo Ortis.

«Or bene queste lettere, dinanzi al nostro modo di sentire odierno, secondo me, non sono più altro che una freddissima decorazione di malinconia patria ed amorosa, una decorazione materiale e posticcia, come quelle gramaglie listate di similoro, con cui i tappezzieri addobbano le porte delle chiese e gli usci di casa invitando il pubblico a pregare per l’anima della damigella X, Y o Z, deceduta nella verde età di anni settantacinque.

«La lettura dell’Jacopo Ortis, a chi abbia le sue facoltà naturali in equilibrio, può far nascere l’occasione di uno sbadiglio e l’idea di andare a bere un bicchierone di birra, ma non mai quella di ammazzarsi.

«Eppure, chi sa fino a quando nelle rispettabili corporazioni dei giovani parrucchieri, dei garzoni panattieri, sartine, ecc.; durerà questa benedetta usanza di darsi volontariamente la morte, facendola precedere dalla lettura dell’Jacopo Ortis?»


«Molto vile è l’uomo ammodo od anche di genio, quando a porte chiuse domanda ad una donna, che gli faccia la carità di quell’illusione che è l’amore. Egli allora si abbassa ad adorazioni ed abbiettezze verso una guattera o una squarquoja, con una procedura, la quale ripugnerebbe persino all’accattone, che per avere un soldo di elemosina disegna con la lingua una croce in terra.»