I bambini tacevano curiosi, birichinescamente titubanti, e i loro volti splendevano come specchietti. In mezzo a quella luce si levò una voce limpida:
— Monsignore, quando andrò a casa.... dirò a mia mamma, che mi dia un soldo.
— Bene.... E quando te lo avrà dato....
— Quando me lo avrà dato....
— Ebbene, rantolò l’arcivescovo, con viso sempre più rinchiuso, ripetendo l’atto di una mano che lasci cascare un soldo in un bossolo... — Ebbene.... quando te lo avrà dato....
— Andrò a comperarmi delle castagne per me; — rispose quella voce limpida con una smorfietta da piccolo e gentile magnano.
L’arcivescovo, ingrondato come un mago, si recò le due palme delle mani alla bocca, per farne imbuto e oricalco, e suonò: — Hai capito un corno....
Quindi non ne potè più: cacciò via apertamente, luminosamente la burletta. Si levò in braccio la fanciulla, che gli aveva risposto così, le stampò due bacioni sulla fronte; e poi calatala in terra, la benedisse quella bella e cara impertinente.
Era la piccola Elena Floresin.
Allora, chiamato il canonico limosiniere, egli si fece portare un sacchetto di soldi spiccioli, e si diede a distribuirli, e sparnazzarli fra quei bambini, con una furia e con un godimento coriandoleschi. A molti ne toccarono due, tre, quattro, a certuni persino cinque soldi.