A tutti diceva: andate a comperarvi delle castagne, e andate dalle fruttajuole più vecchie e più povere.

Ciò fatto, egli si ritrasse nella sua camera, fatta imbiancare e tappezzare apposta per la sua venuta. Quivi s’inginocchiò, e si mise a piangere e a pregare. Il suo torace largo, che pareva una corazza da templario, sussultava come il petto di un bambino: e gli scappò detto al guercio, suo cameriere fidato, soprannominato la spia del vescovo: — Augusto!... Se mi riesce, voglio fare tutto il possibile per andare in paradiso, per trovarmi sempre con quella innocente bambinaglia, e quella là voglio tenermela sempre sulle mie ginocchia, quella santa monella! Hai visto, Augusto?... Sembra che le spuntino già le ali per volare in su.... Va via, non ho bisogno di nulla. Lasciami pregare.... Augusto.... —

III.

La piccola Elena fu presto condotta ai balli dalla mamma, adoratrice delle cene; ma benchè questa la profferisse a tutti in corrispettivo della sua pensione di riposo, pochi volevano prenderla a danzare, perchè tuttavia rigida; e dicevano: Noi altri non vogliamo saperne di questa roba cruda.

Finalmente il commissario delle contribuzioni dirette, un vecchio peccatore, un satiro sboccato, per cui tutte le ballerine erano sempre anticipatamente impegnate con altri, la fece saltare per un intiero ballo; e il giorno dopo, palesò in piazza la sua scoperta che l’Elena s’era snodata benissimo, e che oramai era un fior di corpicino.

La scoperta divulgata fu trovata giusta: e d’allora in poi nei balli l’angioletto della scuola e della cresima andava a ruba.

Quei balli erano veglioni del contado, dove ad ogni piè sospinto si doveva scansare il mento precipite di un ubbriaco, si ingozzavano mattoni in polvere, ed in ogni canto si stiaffava uno schiamazzo, uno sghignazzo, o una piattonata nella schiena.

Un giorno saltò il ticchio di parteciparvi al cavaliere Alfredo, il giovane feudatario della villeggiatura autunnale, un artista che coi suoi dipinti pieni di realtà pensosa contribuì a rendere illustre la pittura piemontese in Italia, e a far conoscere l’arte italiana dei nostri giorni a Parigi.

Era un volto d’un pallore bruno, fatto vieppiù risaltare dall’orlo di una barba castana, dentro cui spiccava eziandio la bianchezza smaltata dei denti. Come tutti i giovani artisti rosi dal realismo psicologico, egli si sentiva rinvecchignito: tanto che ad alcuni terrazzani, i quali gli avevano annunziato con intenzione deputatesca la sua età politica, egli aveva risposto: Brava gente, voi vi siete accorti che io ho trenta anni; granchè! io v’assicuro che sento di averne perlomeno trecento: lasciatemi in pace, che sono più vecchio del dixit.

Adunque egli si presentò ad uno di quei veglioni; e si presentò in cravatta rossa e giacchettina di velluto, con un’acconciatura così spigliata e con una potatura così divinata alla misura altrui, che egli, il cavaliere, l’artista di grido, il promesso deputato, in mezzo a quei rumorosi e vittoriosi telegrafisti, scrivani di cancelleria, studentini, soldati in permesso, fattorini di caffè venuti da Torino a spaccarla in paese da marchesini, — trippaj, i fabbro-ferrai e simili, quasi non istonava punto.