Egli osservò tosto, come in quella Società non imperava niun regolamento di pubblica sicurezza in favore del buon costume: ma per lo contrario si custodiva gelosamente e ferocemente l’ordine delle danze. Contro allo sventurato ballerino che avesse osato tentare un giro o un passo di più del suo buon diritto, si annidava negli occhi di tutti gli altri la minaccia di uno sgrugnone, fors’anche di una coltellata.

Però per unica eccezione a quelle misure draconiane, una ballerina salterellava qua e là, eslege, come una cavalletta: trascinava essa stessa per un braccio il compagno al rubarizio; nella sala delle danze si vedeva sempre la sua testolina splendere come una gemma su qualche spalla di frac o di cacciatora. Sembrava la scorribanda di un gelsomino, di una stella bianca.

Era mancomale Elena Floresin.

Tutti se la disputavano, se la strappavano di mano, e coloro che non riuscivano ad ottenere da lei un intiero ballabile, si mettevano al varco, per mendicare ed ottenere in prestanza dal fortunato possessore un giro o un mezzo giro con lei.

Essa volava fervente e felicissima con gli uni e con gli altri; a quando a quando in riga o in danza si vedeva scrollare in fretta la gemmea testa ed era per iscuotere un bacio che le si era avventato come un calabrone.

IV.

Quando la manovella dell’organino, occhieggiata da tutti, stava per discendere il suo primo mezzo arco ad annunziare una nuova polca, sette ballerini già ronzanti o appostati strategicamente si slanciarono da sette parti per agguantare la totina Elena; ma poi tutti si ritrassero rispettosamente, vedendo che il cavaliere Alfredo si era mosso per pigliarla lui.

Questo giovane artista e signore, che a trent’anni credeva ormai di avere perso il sapore della vita e di avere già logorato nelle sue fucine intellettuali tutti i mondi esistenti e possibili, ed era tornato in quell’autunno a Villarbona, nauseato a morte della istituzione femminina, delle donne spettacolo, delle corporature dense, delle maturità frenetiche che beatificano o galvanizzano i sardanapali cittadini, egli partito per quella polca provò una nuovissima ed insperata vertigine sentendo palpitare ed aderire fra le sue braccia il giunco della innocenza, lo stelo del fiore, il virgulto virgineo, la cartilagine bambinesca....

Gli pareva di essere avviluppato con una inebbriante leggerezza in una nuvola tutta pollini di rose e pollini di gigli, e di volare a strane nozze con una farfalla angelica, che lo infarinasse della sua cipria celestiale.

Nella prima sosta giuridica della polca, messosi in riga, trafelante, discese dalle alture dei suoi rapimenti e s’accorse che aveva daccanto quella graziosa bambina diventata feroce per la pura voluttà del moto come il vento.