AP. Io ho udito una cosa miracolosa, la quale non può essere offuscata dalle tenebre della notte, nè si può dire che sia sogno, nè che sia cosa non fatta mai, o per paura forzatamente confessata ne' processi, e nelle inquisizioni. Ma e' mi resta da sapere questo solo in questo caso: per che conto al toccare dell'ostia sparisca al tatto e diventi ogni cosa vana, non temendo i demonj a toccarla, comandando mentre che costoro sono nel giuoco, e procurando che elle siano gittate per terra e calpestate da molti?
DIC. Non ti dèi maravigliare, sapendo noi che talora i demonj tremano al segno della Croce, e talora per ingannare pigliano l'effigie di Cristo. Se tu avessi letto le vite di san Martino, di san Francesco, e di molti altri nostri santi, non ti daresti maraviglia alcuna. E vedi che Cristo ancora, vivendo in carne, scacciava i demonj, e permise nondimeno di essere tentato dal demonio, e di essere portato sopra l'altezza del tempio, e poi sopra la cima del monte. Il testo di san Matteo dice (anichthi), che può tradursi fu portato, di poi (paralanvani), parola che significa portare, che vuol dire posò, le quali dichiarano ciò che si sia detto e fatto; finalmente si lasciò crocifiggere da' ministri del diavolo. Tu supponi oltra di questo, che le ostie sacre fusseno calpestate dal demonio. La cosa non sta così: questo lo fa la ribalderia degli uomini procurata ed ordinata da' demonj, che la faccino, non la fanno essi. Ma la semplicità del sacerdote, benchè fusse poco prudente, e principalmente la virtù della fede sua fu cagione, che non pure non fusse schernito a sua dannazione, ma e che potesse avvertirne gli altri, e manifestasse la cosa che pareva dubbia, cioè che il giuoco (di che noi parliamo) si possa fare non solamente con la imaginazione, ma anco col corpo; e finalmente la potenza della divina provvidenza (non mai abbastanza lodata) permette che questo qualche volta si faccia, qualche volta no: perchè diversamente si faccia, si può sempre assegnare giusta cagione in generale, ma non sempre in particolare; tanto è debole a ritrovare i segreti divini la sottigliezza della mente umana.
AP. Mi quadrano assai queste cose.
FR. Se ti resta altro, domandane a Dicaste. Non lasciare consumare il tempo invano, e abbi risguardo che il sole va già sotto, ed avvertisci che non ci bisogni alloggiare qui stanotte (sendo serrate le porte della città), dove non è comodità di letto nè di cosa che ci difenda dalla ingiuria della notte, in questo refettorio a pena cominciato a edificarsi.
AP. Non mi pare che sia tempo ora da domandare se non delle maliarde.
DIC. Che diciamo noi?
AP. S'elle faccino invero ciò che elle fanno, ovvero paia che lo faccino solamente con l'imaginazione? e donde è che qualche volta Dio permetta, che quelle cose si faccino, e qualche volta non lo mostra abbastanza la virtù della divina provvidenza, sempre giusta, e sempre incognita.
FR. Ricorditi tu di Luciano Samosateno e di Lucio Madaurese?
AP. Certo sì, perocchè io ho letto qualche volta, e ho udito tre dì fa, te che disputavi di questo, ma io dubito ch'elle siano finte, e non fatte, quelle che in quel greco e in quell'asino latino sono contenute.
FR. Così come io non dubito che ve ne siano di molte finte, ed anco tutte (se ti piace), così tengo che elle non siano finte di non niente. Imperocchè appresso di Varrone parimente e di Diomede si trovano scritte le trasformazioni di Circe in uccelli, in bestie, ed in lupi arcadici. Il nostro Agostino non stimò che tale occasione sia presa da niente, narrando nell'ottavo e nel decimo libro della Città di Dio, che a' suoi tempi ancora in Italia solevano farsi molte cose a queste simili, che Apuleio accennò; ovvero che finse, affermando nondimeno questo, che i demonj non fanno cosa alcuna di potenza naturale, che non sia loro permessa da Dio onnipotente, i giudizj occulti del quale sono assai: ingiusti nessuni. Laonde, se i demonj fanno cosa alcuna tale, son detti quasi mutare la forma superficiale delle cose, che son create da un solo e vero Dio, acciocchè paiano per quella mutazione essere ciò che non sono, e riferisce al tutto ogni cosa, o nello spirito imaginario, o nel demone che suppone una cosa per un'altra. Imperocchè stima Agostino che lo spirito imaginario dell'uomo, come che egli avesse presa effigie corporea di qualche animale, appaia così essere egli a' sensi degli altri uomini; e così anco pare l'uomo di essere a sè stesso, e così giudica, che i gesti di quelli asini, e le cose fatte sotto spezie di cavallo che porti la soma, e le dispute di filosofo che discorra le cose di Platone senza corpo, e 'l negozio mutabile e vario de' lupi d'Arcadia, ed i versi d'Ulisse, che trasformano i compagni d'Ulisse, debbino attribuirsi allo spirito imaginario, al quale così paia, e la cerva essere sopposta e messa dal demonio in cambio d'Ifigenia, e gli uccelli in cambio de' compagni di Diomede.