Credei però cosa prudente il non andare direttamente a Ruvo. Tirammo bensì a Spinazzola in casa di una mia sorella ivi maritata. Presi di là le notizie esatte dello stato in cui si trovava la nostra città, e delle disposizioni in cui era la sana parte degli abitanti di essa che la formavano il Clero i Galantuomini ed i Proprietarj. Venni ad assicurarmi ch’erano essi rimasti sorpresi compressi e schiacciati da un sommovimento popolare non preveduto. Erano però intolleranti di stare sotto il comando ed a discrezione di pochi bricconi idioti e bestiali, poichè si sa che il Popolaccio aut viliter servit, aut superbe imperat. Erano quindi dispostissimi ad una vigorosa risoluzione che avesse rimesse le cose di nuovo nel loro antico stato regolare.

Assicuratomi di queste disposizioni e combinato l’occorrente per via di lettere segretamente, montai a cavallo coi miei compagni di viaggio e partimmo da Spinazzola al far della notte, per poterci trovare nelle vicinanze di Ruvo allo spuntar del giorno, essendovi tra l’uno e l’altro luogo la distanza di ventiquattro miglia. Giunti nel luogo combinato e designato, trovai alcuni Gentiluomini Ruvestini, ed altre persone armate di loro fiducia e tutti a cavallo. Erano essi usciti chetamente la notte dalla città per venirci incontro. Tutti uniti entrammo in essa di buon mattino quando il popolo n’era uscito pe ’l solito lavoro della campagna.

La prima operazione fu quella di situarsi una guardia al campanile della Chiesa Cattedrale. Si fece così per impedirsi che si fossero suonate le campane a stormo, giusta le istruzioni date dai Capi rivoltuosi nel caso di qualunque novità, onde richiamare nella città il popolo sparso per la campagna. Si trattava di un colpo di mano abbastanza rischioso. Vi bisognava tutta la celerità per non farsi sorprendere da una moltitudine male avvezza ed abituata da trenta giorni e più a comandare e far da padrona, poichè Nec cunctatione opus ubi periculosior sit quies, quam temeritas[262].

In meno di tre ore fu riunita una Guardia civica abbastanza forte e numerosa composta dai Galantuomini, dai proprietarj, dai negozianti e dai capi artieri di buona morale e di conosciuta probità. Tra tutti costoro vi erano parecchi buoni cacciatori avvezzi al maneggio delle armi e quindi temuti anche dal Popolo. La Guardia suddetta occupò subito la pubblica piazza e fissò ivi il suo corpo di guardia, senza perdere di veduta qualche altro sito importante della città.

Erano allora giunti colà i soldati Ruvestini sbandati dal disciolto esercito del Re. Si riflettè che quanto sarebbe stato pericoloso il lasciare questa gente a discrezione di se stessa e senza occupazione alcuna, altrettanto sarebbe stato utile l’impegnarla al servizio della città per lo mantenimento del buon ordine, al che era conducente una forza regolare e disciplinata. Fu dunque risoluto di prendersi i migliori de’ soldati suddetti ed unirgli alla Guardia civica pagandosi a ciascuno di essi carlini tre al giorno. E poichè mancavano i fondi per pagarsi loro i soldi dalla cassa comunale, si supplì con una soscrizione volontaria di tutti i possidenti. Questa misura fu utilissima, poichè i soldati suddetti si prestarono con fedeltà zelo e fermezza al mantenimento del buon ordine. A misura che dopo il vespro si andò ritirando il Popolo dalla campagna nella città rimaneva attonito, ma senza dir motto, del nuovo ordine di cose che trovava in essa stabilito. Non vedeva più nella pubblica Piazza i Capi rivoltuosi che davano ordini e contrordini, ma bensì le legittime Autorità locali che avevano una forza imponente per farsi rispettare ed ubbidire. Essendo però il popolo suddetto per suo carattere docile e non turbolento, non istentò molto a ritornare alle antiche abitudini. Ne rimasero però molto indispettiti i Capi tumultuanti ai quali era dolce il dominare il comandare e ’l far danaro. Ma il loro mal umore fu inutile e vennero obbligati a rinunziare alla loro cattiva intenzione o di buona voglia o colla forza.

Era indispensabile anche rimettersi l’amministrazione della giustizia senza la quale non vi può essere nè tranquillità interna, nè buon ordine. Il Regio Governatore e Giudice era sparito a causa dell’anarchia. Si trovava allora quella Provincia abbandonata a se stessa e senza le Autorità superiori alle quali avesse potuto ricorrersi per farlo supplire. Il Capo Politico di essa o sia il Preside che risedeva a Trani, ed i Magistrati di quella Regia Udienza Provinciale di cui il Preside era anche il Capo, erano stati sparpagliati dalla feroce e sanguinaria anarchia suscitata in quella città dalla gente marinaresca ch’era ivi allora numerosissima. Se ne tenne quindi discorso a Monsignor Vescovo.

Reggeva allora la Cattedra Vescovile di Ruvo Monsignor D. Pietro Ruggieri uomo dabbene e di rette intenzioni. Ei nel dì seguente a quell’ora che il Popolo era più affollato si recò nella pubblica Piazza accompagnato dalle Dignità del suo Clero, e predicò insinuando a tutti colle massime del Vangelo la pace la tranquillità il buon ordine, e la ubbidienza alle Autorità legittime. In presenza di Monsignor Vescovo si parlò anche al Popolo tanto dal Sindaco che da me sulla necessità che correva di supplirsi chi avesse amministrata la giustizia in luogo del Regio Governatore e Giudice ch’era stato costretto ad allontanarsi da Ruvo.

Rammento colla massima compiacenza che tanto in quella occasione quanto in ogni altra vennero dalla Popolazione di Ruvo accolti sempre non solo con docilità, ma anche con favore i miei discorsi e le mie insinuazioni, perchè era convinta e persuasa che da me si voleva il bene della comune Patria, e ne aveva data una pruova efficace con avere impreso a difenderla vigorosamente contro la potenza della Casa d’Andria che da tutti era temuta. La proposta quindi venne ammessa in quella piena Assemblea popolare preseduta dal Vescovo ch’ebbe luogo nella pubblica Piazza.

Secondo le leggi e regolamenti allora in vigore ogni qual volta era vacante l’uffizio del Regio Governatore e Giudice veniva nominato dal Governo un Luogotenente che n’esercitava interinamente le funzioni. Questo posto lo aveva più volte coverto il fu D. Matteo Caputi distinto Gentiluomo Ruvestino bene affetto al Popolo. Per non uscirsi quindi dal solito, rimase costui eletto Luogotenente. Tanto le Corti Baronali che le Regie avevano in quel tempo i loro Mastrodatti detti oggi Cancellieri. Non era il popolo contento del Mastrodatti che vi era e dimandò che se ne fosse nominato un altro. Non sarebbe stato ciò regolare, ma bisognò contentarlo, poichè in certi casi lex est legem non servare.

Riordinato a tal modo il Governo della città su quel piede in cui era prima, si praticò lo stesso anche circa i rapporti esterni onde prevenirsi qualunque inconveniente. Delle convicine popolazioni altre avevano preso al cappello il nastro rosso, altre il tricolorato. Erano queste nemiche tra loro e da tale nimicizia ne seguivano ogni dì disordini rappresaglie ferite ed uccisioni. Si scrisse quindi dal Sindaco a tutte le città vicine che la nostra città era in buona corrispondenza ed amicizia con tutte, e che gli abitanti di esse che vi si sarebbero portati per causa di commercio o per altre loro faccende sarebbero stati bene ed amichevolmente accolti secondo il solito.