Mentre coteste operazioni felicemente seguivano giunse l’epoca fatale dell’anno 1799. Era io allora, come innanzi ho detto, Avvocato della nostra città ne’ Tribunali di Napoli, e si trovavano nel fervore i giudizj avviati contro la Casa d’Andria. Le persone sagge ed impegnate al vero bene della comune Patria ch’erano allora alla testa del Governo Municipale, nelle cose le più importanti dipendevano sempre dai miei consigli e dalla mia direzione.

Alla fine del mese di Gennajo dell’anno suddetto l’Armata Francese era entrata già in Napoli sotto il comando del Generale Championnet dopo la terribile anarchia che aveva preceduto l’ingresso di essa. Ammaestrato da ciò ch’era avvenuto quì ed in altri luoghi credei opportuno tenerne di tutto avvertito il Sindaco di quel tempo, e raccomandargli fortemente che avesse badato bene a prendere le misure le più efficaci per prevenire qualunque disordine e mantenere la pubblica tranquillità. Gl’inculcai principalmente e con calore che non avesse permessa affatto alcuna novità, e che avesse fatto rimaner le cose nello stesso piede in cui si trovavano, ed atteso l’andamento naturale e regolare degli avvenimenti.

Sventuratamente però la mia lettera scritta al Sindaco in questi sensi soffrì un ritardo di posta. Capitarono intanto altre lettere o soverchiamente calde o poco prudenti, le quali inculcavano la sollecita piantazione di quell’albero senza radici che i Francesi dell’anno 1799 propagavano da per tutto per produrre soltanto il frutto delle civili discordie, delle sedizioni, delle rivalità ed aggressioni reciproche tra quelle Popolazioni che avevano inalberate insegne diverse.

Le lettere suddette fecero mancar la riflessione e diedero un forte impulso alla piantazione di quell’albero che generò ben presto que’ disordini che si era da me cercato di prevenire. La operazione suddetta per altro seguì senza il minimo mal umore del popolo Ruvestino per se stesso docile e tranquillo. Anzi i popolari medesimi per una mera vaghezza di novità si offerirono a tagliare e trasportare nella città uno degli alti cipressi che stavano nel Convento de’ Cappuccini fuori dell’abitato, il quale si fece servire all’uopo con ben tristo augurio.

Ne’ tempi di turbolenze non mancano uomini o malvagi o ciarlieri, i quali si dilettano di spargere notizie allarmanti. Si era stabilito a Ruvo un Maestro armiere nativo di Corato chiamato Ciro Giacomo volgarmente detto Ciriaco. Qualche giorno dopo la piantazione dell’albero si era costui recato nella città di Trani sia per le sue faccende, sia piuttosto con cattiva e maligna intenzione. Al ritorno da Trani divulgò la falsa notizia ch’erano alla marina sbarcati gl’Inglesi, i quali cannoneggiavano e bombardavano quelle città che avevano piantato l’albero.

Il Popolo non calcola la verisimiglianza o inverisimiglianza delle cose che si dicono, e come bene osserva Cornelio Tacito, facili civitate ad accipienda, credendaque omnia vera si tristia sunt[260]. Spaventato il basso Popolo di Ruvo dal timore delle cannonate e delle bombe Inglesi ch’erano lontane mille miglia, cominciò a tumultuare e corse a furia a tagliar l’albero. E poichè i Popolari non avevano capito per nulla cosa cotesto albero fosse significato, ragionavano nel modo che siegue: Giacchè i Galantuomini hanno voluto piantar l’albero, avrebbero potuto porre in cima di esso una parrucca e non già la coppola che portiamo noi. A questo modo avrebbero veduto gl’Inglesi che si era lo stesso piantato dalle parrucche e non già dal Popolo.

Cosa è il ragionare della Rivoluzione qualunque sia il colore che questa prenda! Un discorso di tal fatta intanto pruova che la massa del popolo fu spinta, non da cattiva intenzione, ma unicamente dal timore. Non mancarono però uomini perversi e turbolenti, i quali per poter dominare comandare e depredare, profittarono di quel fermento, traviarono il popolo e posero la città in una perfetta anarchia. Non fu quindi più rispettato nè il Sindaco, nè il Regio Governatore e Giudice[261], il quale temendo della propria vita, ebbe a fuggirsene. Non costò poco agli uomini dabbene ed agli Ecclesiastici l’impedire, durante lo stato di anarchia, quello spargimento di sangue di cui si erano macchiati altri luoghi della Provincia. Si ebbe però molto a stentare per salvar la vita ad un povero Notajo incaricato della esazione delle contribuzioni che si pagavano allo Stato. Niuna parte costui aveva avuta alla piantazione dell albero, e non era fatto per qualunque opinione politica. Ma pe ’l solo odio del suo spiacevole uffizio volevano gli anarchisti bruciarlo vivo.

Queste notizie amareggiarono oltremodo il mio spirito. Interessava molto i Francesi la occupazione delle Puglie ove vi erano delle città insorte. Fu risoluta la spedizione di una colonna di tremila uomini comandata dal Generale Duhems. La mia patria mi era cara, come cari anche mi erano li miei genitori che stavano in Ruvo colle mie sorelle allora nubili. Conosceva bene come i Francesi dell’anno 1799 trattavano le città che davano loro la occasione di adoperar la forza.

Venni anche a sapere che il fu Conte di Ruvo Ettore Carafa il giovane emigrato dal Regno per causa di opinioni politiche, e rientrato in esso per sua fatale sventura al seguito dell’armata Francese, andava a far parte della colonna che partir doveva per le Puglie coi soldati di una nuova legione che si stava da lui formando dai militari dello sbandato esercito del Re, e da altra gente collettizia degli Abruzzi, e delle altre Provincie del Regno. Non poteva certamente crederlo amico de’ Ruvestini, e molto meno della mia famiglia attese le liti promosse contro la sua Casa in parte decise e da me guadagnate, ed in parte tuttavia pendenti come innanzi ho detto.

Questi riflessi mi spinsero fortemente a determinarmi di rischiar la mia vita in que’ tempi torbidi, e partir per Ruvo prima che i Francesi fossero giunti nella Provincia di Bari, onde tentare tutti i mezzi per rimettere in quella città il buon ordine e la calma, e salvare a tal modo la mia Patria ed i miei cari genitori, per i quali avrei versato fino all’ultima stilla il mio sangue, da que’ disastri che avrebbero potuto essere la conseguenza dello stato di perturbazione in cui si stava. Partii quindi da Napoli nel mese di Febbrajo dell’anno 1799 col fu mio fratello Giulio. Era egli allora Tenente del quarto Reggimento de’ Cacciatori del disciolto esercito del Re Ferdinando, giovane di straordinario coraggio, e che si era molto distinto nella infelice campagna dell’anno 1799. Si unì con noi anche qualche altro giovane Ruvestino che stava in Napoli animato dagli stessi sentimenti.