Massimo però era il fastidio che dava agli assediati la fucileria della fanteria nemica. Aveva questa circondato il lato orientale, e meridionale della città, giacchè il lato settentrionale è tutto sul mare, e ’l lato occidentale aveva, come innanzi ho detto, di fianco il castello. Si era appostata dietro le case che stavano fuori della città, e dietro i parieti de’ giardini adiacenti alla muraglia a mezzo tiro di fucile. Mentre a tal modo si teneva al coverto dal fuoco della Piazza, incomodava moltissimo coloro che la difendevano colle continue scariche di fucileria. Teneva inoltre pronte le scale trasportate da Barletta a bella posta per poter montare all’assalto quando fosse giunto il momento opportuno.
In tal posizione delle cose que’ cannoni situati sulle muraglie che sarebbero stati utilissimi agli assediati se intorno alla Piazza vi fosse stato un regolare spianato, erano loro di sommo imbarazzo subito che gli aggressori avevano potuto situarsi dietro sicuri ripari a mezzo tiro di distanza. Le loro palle entrando per i vani delle cannoniere davano un mortale fastidio agli assediati. La gente marinaresca che formava il massimo numero di coloro che difendevano le muraglie non assuefatta a sentirne il sibilo, se ne spaventò ben presto. Quindi al terzo giorno dell’assedio le abbandonò con una vigliaccheria uguale alla crudeltà, ed alla ferocia colla quale aveva massacrati i più illustri cittadini. Tutti i marinari fuggirono al porto, ove tenevano maliziosamente pronte le barche per poter prendere il largo, e lasciare al macello i loro compagni d’armi.
La loro fuga scoraggiò anche gli altri, e tra essi parecchi militari, ai quali non mancava l’ardire e la volontà di sostenere vigorosamente l’assedio; ma vedendosi ridotti a poco numero, si sgomentarono di continuare la resistenza contro una forza molto maggiore disciplinata e coraggiosa. Pensarono quindi a salvarsi anch’essi. Gli assedianti vedendo cessato il fuoco, e le mura della città sbarazzate di gente, dubitarono da principio di qualche insidia che avesse voluto tendersi a loro danno per fargli uscire dai loro ripari ed avvicinare alle muraglie. Essendosi però assicurati di ciò ch’era avvenuto, discesero ne’ fossati, si appressarono alle stesse, appoggiarono le scale, ed entrarono nella città a loro bell’agio, senza quella resistenza che si è spacciata da chi ha scritto non bene informato delle cose, e senza che cotesta tranquillissima scalata fosse costata la perdita di un solo uomo.
Si era preveduto per altro ove sarebbe andata a finire la bravura de’ marinari Tranesi. Essendosi capito il loro disegno di fuggire per la via del mare, erano state spedite da Barletta molte barche armate, le quali si erano schierate in faccia al porto di Trani per impedire che fossero essi scappati sui loro piccioli navigli detti paranze. Il vento però gli favorì e riuscirono ad uscire dal porto, e prendere il largo colle loro famiglie, e col meglio che poterono trasportarsi. Molti però di essi avendo avuto poco accorgimento ed essendo sbarcati in luoghi non lontani da Trani, furono colti dai Francesi ch’erano padroni del litorale e moschettati a centinaja come vili conigli. Quella strage rese in Trani per lunghi anni meno numerosa la gente di mare.
Pagarono costoro a prezzo ben caro la pena della loro vigliaccheria e della prodizione fatta ai loro compagni d’armi che difendevano la Piazza con molto coraggio. Era questa forte abbastanza e le sue mura nulla avevano sofferto dalla batteria de’ cannoni di cui innanzi ho parlato[268]. Quando anche non fosse stato possibile continuarsi la resistenza, si avrebbe potuto ottenere facilmente una vantaggiosa capitolazione. I Francesi entrati nel Regno nell’anno 1799 non erano molti. Non volevano quindi perder gente, e non s’impegnavano a superar colla forza e collo spargimento del sangue ciò che potevano combinare colle trattative. Se i detti marinari quindi avessero tenuto fermo il piede e non fossero vilmente fuggiti, non sarebbero certamente i Francesi entrati in Trani colle armi alla mano.
Non avrebbe però meritato quella povera città il durissimo trattamento che ricevè da essi. Cadde questo tutto a danno della gente dabbene, la quale dopo esser stata crudelmente flagellata dall’anarchia soffrì dai Francesi una compiuta desolazione. L’incendio animato vie più da un vento impetuoso che sventuratamente surse durò per più giorni e ridusse in cenere presso che tutta la città, e con essa anche il bellissimo Teatro che vi era ed indi si è rifatto. Il saccheggiamento fu lungo spietato e ridusse i poveri abitanti alla estrema mendicità. Non poteva guardarsi quella infelice città senza versar lagrime di amarezza.
In quella dolorosa occasione i Ruvestini si distinsero con avere accolte molte famiglie Tranesi che rifuggirono nella nostra città. Molte altre rimaste in Trani furono da essi largamente provvedute di danaro di viveri di vestimenta e di biancherie delle quali avevano il massimo bisogno. La Popolazione di Trani fu anche soccorsa di viveri dalla nostra città. Il Popolo di Ruvo guardava attonito le spaventevoli fiamme ed i globi di fumo che uscivano dalla città di Trani, la quale era a vista, e rendeva grazie al Cielo ed ai buoni cittadini che si erano cooperati a tener lontano dalla nostra città lo stesso disastro.
Mentre seguivano queste fazioni di guerra fu operato in Ruvo tranquillamente quel cangiamento di Governo che le circostanze del tempo e la presenza di una forza imponente rendeva indispensabile. Un tal cangiamento però durò ben poco, poichè i Francesi per i rovesci sofferti nell’alta Italia furono costretti ad uscire dal Regno. Quelli che stavano nella nostra Provincia essendo stati per tal causa richiamati frettolosamente in Napoli, nel lasciarla la sommisero ad una contribuzione di guerra, a cui soggiacque anche la nostra città. Fu questo per altro il minor male che avvenir le poteva in quel trambusto. Caduto ben presto il Governo Repubblicano istallato dai Francesi, si ritornò sotto la dominazione del Re. Seguì però tal passaggio con perfetta calma e tranquillità, e senza il minimo disordine. Abituato di nuovo il Popolo Ruvestino al buon ordine ed ammaestrato anche dagli avvenimenti precorsi, serbò quel contegno laudabile ch’era a desiderarsi.
Riordinate le cose del Regno dopo le più gravi convulsioni sofferte, si ripigliarono nell’anno 1803 li giudizj contro la Casa d’Andria e ne seguì la transazione dell’anno 1805 di cui si è largamente parlato nel capo precedente. Nell’anno 1804 le cure del Governo municipale si rivolsero ad un articolo interessantissimo, cioè alla rinnovazione delle antiche selciate delle strade interne della città. Erano queste formate di pietre non grandi già logore e consumate dal tempo e rese impraticabili specialmente in tempo d’inverno. Era facilissimo lo sdrucciolare e molte persone ne riportavano alla giornata le membra slogate o infrante dalle cadute. Si univa a questo un altro gravissimo inconveniente qual era quello che l’acqua ed il fango ristagnava in più luoghi s’imputridiva corrompeva l’aere, e comprometteva la salute di tutti gli abitanti.
La somma strettezza e povertà della cassa comunale non aveva permesso per lo innanzi di darsi un riparo. Giunte però le cose ad un punto che non si poteva far passare più oltre, il Sindaco D. Francesco Devenuto, di cui ho fatta innanzi onorevole menzione, nel pubblico parlamento del dì 22 Aprile 1804 così ragionava ai numerosi cittadini in esso intervenuti. Non vi ha dubbio che noi viviamo sotto un clima salubre ed invidiabile per la sua dolcezza ed amenità a differenza di altre Popolazioni, giacchè la città è posta in un sito dominante e delizioso lungi da qualunque naturale contagio o infezione. Ma abbiamo la sventura che questo impareggiabile clima viene contaminato dalla succidezza enorme delle strade della città di estate e d’inverno per le acque che ristagnano in varie lagune. Quindi si corrompono e putrefanno, ristagno che deriva dalla cattiva struttura delle selciate. Da questa cagione reale ed effettiva ne avvengono le malattie non meno nella stagione di està e di autunno, che quasi di continuo in tutto il corso dell’anno, e ad evidenza si scorge che dopo minuta pioggia, spirando i venti australi ed umidi, si rende l’aere talmente infetto dal lezzo ch’esala dal mezzo delle strade ove tali acque putride ristagnano, che non vi ha persona la quale non va afflitta da dolori nella vita, conseguenza vera della respirata aria mal sana, e quindi non traspirata per le cause accidentali dell’atmosfera.