Io son uso a dir le cose come le sento. Non fu mai del mio gusto l’applaudire alle novità che hanno quì avuto luogo per la sola ragione che si son fatte ad esempio di ciò che si pratica al di là de’ monti. Lodo le cose buone, ma non posso appagarmi di quelle nelle quali vedo che alla sostanza delle cose si sono sostituiti de’ vocaboli speciosi che alla stessa non corrispondono. Come uomo di legge non sono e non sarò mai persuaso che i legati e le donazioni fatte ad una classe di designate persone, quali sono i poveri di un Comune, possano essere invertite a vantaggio di altre persone non comprese nella disposizione ed estranee alla volontà ed alle affezioni del disponente. Son anzi convinto di valere ciò lo stesso che distruggere la volontà di coloro, i quali sulla roba che loro apparteneva erano Legislatori, e quindi avevano pieno dritto di disporre di essa a favore di quelle persone o di quella classe di persone ch’erano loro più predilette.
Ma messe da banda coteste considerazioni di Diritto di non lieve peso, si venga al fatto il quale fa svanire tutta la magia de’ vocaboli. Dimando se cotesta Pubblica Beneficenza è valuta per la nostra città quello stesso che valevano li Monti suddetti stabiliti dai nostri antenati? Quante cose potrei dire! Ma queste discussioni, le quali potrebbero forse riuscire anche spiacevoli, non appartengono alla Storia. Non posso però tradire la mia piena convinzione che i poveri della mia patria ne hanno riportato da cotesto novello ordine di cose un positivo discapito. È ciò inevitabile quando alla legge imposta dai fondatori di coteste pie istituzioni vien sostituito l’arbitrio di coloro che ne prendono ingerenza. Li poveri di Ruvo certamente anderebbero assai male se nelle loro maggiori urgenze non fossero soccorsi dallo spinto di carità di que’ proprietarj spesse volte suggerito anche dalla prudenza, e dall’impero della necessità, poichè la fame può spingere gli uomini ai disordini. Quindi il calcolo vero, ed adeguato della cosa lo lascio alla saviezza ed alla considerazione del Governo.
Nell’anno 1808 diverse Provincie del Regno e principalmente quelle delle Puglie furono infestate dal terribile flagello de’ bruchi. In conseguenza anche il territorio di Ruvo soggiacque a danni gravissimi per essere stato da cotesti nemici sterminatori invaso nel mese di agosto dell’anno suddetto, e devastato fino all’anno 1813.
Durante tale invasione mi recai in Ruvo nella stagione di primavera. Fu per me uno spettacolo affatto nuovo e di non lieve sorpresa l’avere osservato il primo sviluppamento delle immense masse delle già dette locuste. Sbucciate queste dalle uova deposte ne’ terreni saldi specialmente delle murge, si univano e marciavano in colonne ben compatte di larghissima fronte, e della lunghezza di miglia. I luoghi per i quali passavano se erano erbosi rimanevano perfettamente denudati di qualunque specie di verdura che veniva da esse divorata. Se erano seminati, gli lasciavano atterrati e mietuti dai loro denti come se si fosse adoperata la falce.
Le anzidette colonne devastatrici marciavano andando sempre innanzi, senza conoscere ostacoli, e senza mai deviare. Se nel cammino incontravano un pariete di qualunque altezza, un pagliajo, o anche un edificio rurale, si rampicavano lo sormontavano fino al tetto, e si gittavano indi di là al lato opposto. Se incontravano uno stagno, s’immergevano in esso. Ne perivano moltissimi annegati. Ma servivano questi di ponte al passaggio degli altri alla sponda opposta. Se una colonna di soldati marciasse colla stessa intrepidezza ed ostinazione, qual resistenza se le potrebbe opporre? Essendo entrato col mio cavallo nel mezzo di una delle colonne suddette, ne rimase lo stesso spaventato dal movimento di essa, e dal rauco susurro dei moscherini che la formavano.
Marciando essi a tal modo nel loro nascere si nutrivano delle verdure che incontravano sul cammino, s’ingrossavano ed acquistavano la forza necessaria a levarsi in alto col far uso delle ali. Da piccioli moscherini divenuti grossi ed alati, le immense nubi che venivano a formare oscuravano il cielo. Si spandevano allora da per tutto per la campagna, ed invadevano gli orti i giardini le vigne e gli arbusti divorando le piantazioni di ogni specie, non esclusa la bambagia, e rodendo non solo le frondi, ma anche le cortecce degli alberi.
La città istessa non era tampoco esente dal loro schifoso contatto. Ne rimanevano ingombre le strade le piazze, ed i tetti delle abitazioni. Entravano anche nelle stanze se non si usava la diligenza di tener chiuse le invetriate. Ne rimanevano sporche pur le vivande che si cuocevano ne’ focolari da quelli che s’intromettevano per i camini.
Grande quindi per tutti i lati era la desolazione delle Popolazioni afflitte da cotesto terribile flagello che le riduceva alla miseria, e comprometteva finanche la loro sussistenza. Diversi furono gli espedienti escogitati per distruggere un nemico così formidabile. Vi furono anche diverse Istruzioni stampate del Ministro dell’Interno di quel tempo tanto relativamente alle operazioni da farsi per conseguire quest’oggetto, quanto per la esazione e ripartizione tra i proprietarj de’ fondi rustici della spesa non lieve che queste esigevano. Era però la cosa per se stessa assai malagevole.
Si pensò da principio di spedire molta gente provveduta delle grandi coverte di tela grossolana che in quella Provincia si chiamano racane per raccorre i bruchi mentr’erano ancora moscherini, e non avevano messe le ali, come innanzi si è detto. Se ne prese a tal modo una quantità ben considerevole. Ma poco ciò suffragava avuto riguardo alle masse immense di milioni di milioni de’ già detti moscherini che sarebbe convenuto distruggere. Mancavano le braccia sufficienti all’uopo. Mancava anche il tempo proporzionato a sorprendergli prima che si fossero resi alati, e quindi sparpagliati sulla intera campagna.
Fu assai più profittevole il mezzo di cercarsi le uova che deponevano sotterra ne’ luoghi saldi smuovendo il terreno colle picciole zappe, e distruggendole prima della fetazione. Con tal misura generalmente presa si fece molto e ’l numero di essi si andò man mano diminuendo. Ma non era possibile che una porzione delle ovaje non fosse sfuggita all’attenzione di coloro che le cercavano. Quindi cotesto flagello che tenga Dio sempre da noi lontano, sarebbe senza fallo continuato per anni ed anni se la mano potentissima della Provvidenza non fosse concorsa a liberarcene.