Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi rendeva rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad apporsi ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente esigevano. Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva ciò che io ne pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare a troncare cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente della Provincia nella qualità di Commissario del Re per la divisione e chiusura de’ demanj la dimanda per l’affrancazione de’ terreni di mia proprietà siti nel Demanio ai termini del precitato articolo XLVIII della Legge de’ 3 Dicembre 1808.

La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato, ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè le analoghe disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione, di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier Giuseppe Cantatore di Ruvo.

L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano il compascuo, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano sospesi ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a dimandare l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati a conformarsi agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed esposti a danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato beneficio accordato dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si sono accresciute in un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo si è migliorato, e si va migliorando sempre più alla giornata, la Cassa comunale ha ricevuto anche un rinforzo non lieve dai censi dell’affrancazione del Demanio.

Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura notizia che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e soggetti al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre 1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate le affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi i quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti.

Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare del beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non curarlo di vantaggio.

Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come terreni demaniali azionali del Tavoliere. Gli stessi titoli quindi stipulati colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo che per lo passato.

Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’ Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso delle industrie armentizie.

Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole ugualmente a tutti i cittadini.

La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo.

Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa. Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia essi vi tengono per tutto l’anno.