A me pare che si sia in ciò mancato di pazienza e di costanza. Questi casi non sono nuovi. Coteste campe vi sono state anche in altri tempi; ma non perciò i nostri Antenati si sono scoraggiati. Ma non perciò si sono determinati a distruggere una produzione del nostro suolo pregevolissima, e quindi riputata e ricercata, la quale ha fatto sempre entrare in Ruvo molto danaro.
Dopo i giardini vengono le contrade piantate di vigne e di frutta di ogni specie e di ottima qualità, e principalmente di fichi che sono squisitissimi. Nelle stesse contrade delle vigne vi sono anche le tenute coverte di ulivi e di mandorle che formano due prodotti interessantissimi di quel territorio. È notabile che al principio di coteste vaste contrade, ed alla distanza di meno di un miglio dall’abitato ne’ luoghi denominati Valle nuova, volgarmente Vardenò la Pozza e ’l Pantano, si trovano copiose sorgive di acqua dolce, le quali in tempo di siccità sono di grande ajuto alla Popolazione.
I vini che produce quel territorio sono buoni. Manca però l’arte di fargli. Si fanno inoltre bollire molto poco, ed ordinariamente ne’ palmenti di pietra freddi per loro stessi e non opportuni alla fermentazione. Sono quindi di poca tenuta. La massima parte de’ luoghi addetti alle vigne è adatta a produrre vini del color dell’oro o alquanto più colorati detti cerasuoli. Tra i primi si distingue il vino denominato colatamburro, il quale è molto gustoso e ricercato dagli abitanti delle convicine città e specialmente dai Coratini. Si fa anche del buon moscado poco inferiore a quello di Trani, ove se ne fa molta quantità e molto smercio. Si fa pure il così detto vino zagarese, il quale è un vino dolce piuttosto di uva nera picciola e minuta che ha molto vigore e molta fraganza. È quello stesso vino che si fa anche sulla collina di Posillipo, ed è denominato cacamosca, molto in Napoli pregiato.
Gli antichi vini di Ruvo in generale erano gustosi al palato, ed innocenti, perchè non molto duri e gagliardi. Nella formazione di essi vi prendeva molta parte l’uva greca introdotta probabilmente dagli antichi coloni Greci che seppero ben conoscere le uve che a quel terreno meglio convenivano. Ma i nostri zappatori che amano un pò soverchio le cantine, come innanzi ho detto, e vogliono vini forti e poderosi, colle larghe piantazioni fatte di uve nere, le quali non sono opportune a tutti i luoghi del nostro territorio, lungi dal migliorare hanno anzi guastati gli antichi vini assai più amabili degli attuali.
Le contrade finora descritte sono state sempre chiuse e difese, e portano il nome di Distretto. Furono quindi rispettate anche dal decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549 col divieto espresso però di estenderle vie più ed ampliarle, divieto barbaro abolito dalle novelle leggi relative alla chiusura de’ demanj. Dai luoghi suddetti tirandosi sempre innanzi verso il mezzodì si esce in una vasta pianura di terreno tutto raso o con qualche rarissimo albero selvatico isolato. Questa pianura la formano le tre contrade distinte coi nomi di Ralle, Strappete e Matine. Hanno formato esse sempre la parte maggiore dell’antichissimo Demanio comunale, e la sede di numerose masserie di semina come innanzi più volte si è detto. È ivi il terreno tutto coltivabile, tranne que’ piccioli pezzi di saldo sassoso che si trovano di quando in quando disseminati nelle due contrade denominate le Ralle e le Strappete, giacchè quella delle Matine nella massima parte è netta di essi.
Cotesta vasta e fertilissima pianura di molte migliaja di moggia dal lato occidentale della contrada delle Strappete si protende fino all’altra vasta contrada di Calentano, la quale pare che formi parte delle Strappete. È la stessa fino ad un certo punto intersecata da una lunga striscia di terreno boscoso, il quale comincia dall’antichissimo bosco feudale denominato il Parco del Conte, e finisce alla difesa comunale di cui innanzi si è parlato formata nell’anno 1510 ed ampliata nell’anno 1552. Termina di fronte la pianura suddetta nell’antichissimo bosco feudale che ne’ Registri Angioini è chiamato Foresta, il quale cinge presso che tutto il lato meridionale di essa.
La già detta contrada delle Strappete è traversata da un vallone di notabile ampiezza e profondità il quale la fende dall’Occidente all’Oriente. Ha cotesto vallone i segni manifesti di essere stato un tempo il letto di un torrente del quale per altro si è perduta ogni memoria. Il fondo di esso è ora coltivato dall’aratro e la mia famiglia ne possiede un buon tratto che porta il nome di lama dell’Ospedale, forse perchè apparteneva un tempo all’Ordine Gerosolimitano ed all’Ospedale di S. Giovanni di Barletta, come si è detto innanzi del Castello e del territorio del Garagnone. Si noti però che in quella Regione si dà il nome di lama a que’ canali per i quali scorre l’acqua piovana insieme raccolta. Quindi il nome di lama da quel luogo ritenuto fino ai nostri giorni conferma la idea di essere stato un corso antichissimo di acqua.
Che per quel luogo abbia dovuto passare un tempo un amplissimo torrente, oltre l’aspetto del luogo lo pruova anche il seguente fatto. Mi diceva il mio buon Genitore che sessanta e più anni indietro mentre li suoi mietitori stavano falciando il grano nel fondo della lama suddetta videro venire dal lato del detto bosco di Ruvo con gran furia e strepito alla loro direzione uno immenso torrente di acqua, il quale diè loro appena il tempo di salvarsi frettolosamente sulle coste di essa. Che giunta l’acqua nella lama la colmò da capo a fondo trasportando seco grossi sassi, alberi svelti nel bosco, messi recise, lepri e volpi che nuotavano a fior di acqua. Che quel torrente in fine traversando prima il territorio di Ruvo, ed indi il finitimo territorio di Bitonto, era andato a scaricarsi nel mare tra Giovinazzo e Bari. Dal che è facile comprendere che seguita una forte e dirotta pioggia nella contrada delle murge superiore al bosco suddetto in quel sito per lo quale passava un tempo il già detto antico torrente, prese l’acqua quella medesima direzione che lo stesso aveva.
Dalla detta vasta pianura continuandosi il cammino verso il mezzodì si entra nel già detto bosco. Traversato lo stesso per poche miglia si esce nell’ampia contrada delle murge detta da Strabone montosa et aspera. Ma la stessa asperità del luogo dà diletto allo sguardo. Continuo è ivi il variare delle colline formate dal nudo sasso, e delle vallate volgarmente dette canali coverti di verdeggianti seminati. Ed ove lì si vada nella estiva stagione, non è men bello il vedersi quelle colline popolate da un numero immenso di greggi e di armenti che vanno a respirare l’aria fresca, essendo quello un erbaggio estivo preziosissimo ed indispensabile, come più volte innanzi si è detto.
Abbonda quella contrada di serpillo e di timo, il quale mentre rende il latte più odoroso, produce anche eccellente mele. Si ritrae questo dalle arnie che tengono i Ruvestini riunite in un luogo della contrada istessa denominato lama d’api sotto la cura di un massajo bene istruito di cotesta industria, oltre le altre arnie che parecchi di essi tengono nelle rispettive masserie.