Non sono questi per altro i soli disordini, de’ quali è a dolersi. Ve ne ha anche degli altri assai più gravi che meritano seria attenzione come quelli che menano a distruggere tutto il bene che si è fatto. La disgrazia de’ Comuni, e molto più di quelli che hanno rendite patrimoniali vistose è l’essere infestati dai partiti ed insidiati da una genia d’intriganti, i quali sotto la maschera di zelanti cittadini Patriæ studium in ore, privatum in animo magis habent, come bene a proposito diceva Livio[271].

Si declama altamente contro l’abolita feudalità, mentre col proprio operare non si fa che l’apologia di essa! A che maledirsi le antiche prepotenze Baronali, quando alla depressa dominazione de’ Baroni si cerca sostituire la dominazione propria, e sotto il nome venerando del Comune si vogliono introdurre abusi e gravezze più condannabili di quelle che la feudalità si permetteva? È forse odioso il Dispotismo Baronale, e piacevole e soave il Dispotismo Comunale esercitato da una fazione dominante e soverchiante? A tal modo però non si vuole che lo stesso sistema sotto nomi diversi, o come ben diceva Cornelio Tacito, magis alii homines, quam alii mores[272].

Intendiamoci però bene. L’amministrazione comunale per poter meritare un tal nome, bisogna che sia quanto saggia ed avveduta, altrettanto paterna. Se imita e molto più se sorpassa le durezze Baronali, si degrada, si rende pesante ed esosa, e fa l’elogio della feudalità. Cosa giova alle Popolazioni l’abolizione di essa se dovessero ricadere sotto un giogo più duro e più pesante? Se serve ad un partito, e quindi all’interesse, alle passioni, alle rivalità ed ambizioni private, perde giustamente la fiducia e la stima della Popolazione, e si rende il flagello di essa.

Il servire ad una moltitudine di padroni è cosa assai più dura che il servire ad un solo. I Baroni erano oppressori; ma potevano talvolta usare anche de’ tratti proprj della loro illustre condizione. Chi mai però ha trovata ancora nobiltà ed elevatezza di pensare ne’ ruvidi intriganti e prepotenti de’ piccioli paesi? Guai a quella Popolazione che non si sveglia a tempo, e fa prendere a questa gente una mano troppo lunga! Quai limiti, quai termini aver potrebbe la loro rustica ed insolente albagia?

Molte sono le cose che dovrei dire sui disordini introdotti nell’Amministrazione comunale di Ruvo, sul non poco male che si è fatto e sul molto bene che avrebbe potuto farsi, e non si è voluto per lo spirito di parte e la forza degl’intrighi. Serie ed importanti osservazioni specialmente esigerebbero l’interessantissimo erbaggio delle murge, lo interramento del lago di annaja, e la distruzione del Bosco comunale. La sposizione però de’ veri fatti relativi a cotesti tre articoli e le discussioni di Giurisprudenza, di Regolamenti amministrativi e di Economia Politica che vi han rapporto non potevano aver luogo in un breve cenno istorico.

L’impegno che mi ha sempre animato di giovare il più che ho potuto alla mia patria mi ha fatto determinare ad esporre i miei pensamenti in altra apposita memoria. Non essendo però una bella cosa il lavar la testa all’asino e ’l parlare a chi non vuol sentire, intendo questa indirizzarla a que’ veri e buoni miei concittadini che si sono preservati dalla corruzione, e sentono il loro cuore riscaldato dal santo amore di Patria, onde possano pe ’l bene della stessa porre a profitto le cose che saranno da me osservate e proposte.

A quelli uomini poi della novella generazione che molto presumono, che si credono più sapienti di coloro che gli hanno preceduti, e che sotto la maschera di un falso zelo cuoprono la smania d’influire, di dominare, e di disporre delle cose comunali a loro arbitrio, come più anziano, e meglio istruito delle cose patrie da essi finora ignorate do un sano e salutare consiglio.

Non possono essi certamente darsi il vanto di aver avuta parte a quelle laudabili operazioni che hanno messa la nostra città nel floridissimo stato in cui ora si trova. Abbiano almeno la buona volontà di non distruggere il bene che si è fatto, e ’l talento d’istruirsi delle cose passate, onde non far ricadere la nostra città sotto quelle stesse gravezze che produssero altra volta la miseria generale della popolazione, poichè come bene diceva Cicerone, Nescire autem quod antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum[273].

AVVERTIMENTO.

Dopo avere esposti i miei pensamenti sulla origine Achea-Arcadica della nostra città credo utile aggiugnere un avvertimento diretto a prevenire qualche osservazione che una critica poco avveduta potrebbe forse fare in contrario. Ho detto nel capo III che Oenotro e Peucezio figliuoli di Licaone Re di Arcadia prima della guerra di Troja approdarono nelle nostre Regioni con numeroso seguito di Arcadi ed altre Genti del Peloponneso, e fondarono due Dominazioni, delle quali una prese il nome di Oenotria e l’altra di Peucezia, ove la nostra città è sita.