Non ignoro che alcuni moderni Scrittori hanno riputato favoloso cotesto racconto che si trova ne’ Scrittori Greci e Latini da me riportati nel detto capo III, ed in qualche altro ancora. Tale opinione cennata dal nostro illustre Canonico Mazocchi[274] è stata, per tralasciarne altri, più diffusamente esposta dal chiarissimo Giuseppe Micali in più luoghi della sua pregevole Storia degli antichi Popoli Italiani. Rispetto moltissimo questi nomi, ma la facoltà di ragionare è libera a tutti.

Potrei dire che il loro assunto non è sostenuto da dimostrazioni positive tratte da testimonianze precise di altri antichi accreditati Scrittori i quali avessero smentito di proposito il racconto suddetto. Da ciò che da alcuno di essi si trova scritto sull’antica posizione dell’Italia si son tratti bensì argomenti ed illazioni negative della venuta de’ predetti figli di Licaone, e delle due Dominazioni che si son credute da essi costituite. Si sa però che gli argomenti negativi non hanno sempre per loro stessi una piena forza. Potrei aggiugnere anche ch’è sempre malagevole il tacciare di soverchia credulità Uomini dottissimi dell’Antichità i quali vissero diciotto secoli e più prima di noi, e quindi potevano saperne assai più di quello che noi ne sappiamo, ed essere meglio al caso di discernere i veri fatti istorici dalle favolose narrazioni. Nella materia di cui si tratta l’autorità di coloro che hanno scritto in un epoca più vicina ai fatti che allegano prevale a quella de’ Scrittori più recenti.

Tanto più la critica non è quì sicura, quanto che li predetti antichi Scrittori ai quali mi sono riportato avevano tanti altri libri Greci e Latini, che non sono sventuratamente a noi pervenuti. Non è quindi facile l’affermare e ’l decidere che in mezzo a tanto lume siansi essi allucinati, ed abbiano ritenuti come veri de’ racconti puramente favolosi, i quali non gli avessero trovati accreditati anche da que’ Scrittori ch’essi avevano alle mani, ma a noi mancano.

Messe però da banda coteste considerazioni di non lieve peso, mi limito ad osservare che dato anche per favoloso l’arrivo di Oenotro e Peucezio nelle nostre Regioni, non perciò potrebbe rimanerne alterato ciò che da me si è pensato e scritto sulla origine della nostra città. Osservo in primo luogo che que’ medesimi moderni Scrittori che menano innanzi cotesta opinione han convenuto che i luoghi vicini al mare specialmente della Peucezia furono occupati dalle Colonie Greche che vennero a stabilirsi nella Italia in epoche diverse, e che gli antichi abitanti di origine prettamente Italiana si ritirarono nella parte interna e ne’ luoghi montuosi sia perchè più opportuni alla propria sicurezza, sia perchè più analoghi alla loro fierezza ed alla loro maniera di vivere semplice ed agreste, sia in fine perchè non prezzavano molto i terreni vicini al mare in quel tempo paludosi in gran parte. E come non convenire in una verità di fatto contestata da innumerevoli monumenti di Greca origine rinvenuti ne’ luoghi suddetti?

Or la nostra città trovandosi fondata in una Regione bagnata dal mare Adriatico ed a poche miglia di distanza dal litorale di esso, è conseguenza che si trova in quel tratto di Paese che gli anzidetti moderni Scrittori non dissentono che sia stato occupato dalle Greche Colonie. Che che dunque voglia dirsi del loro avviso relativo alla venuta di Oenotro e Peucezio, la origine Grechesca della nostra città combacia anche bene colle già dette loro posizioni.

Da queste vedute generali discendendo al particolare, gli antichi numerosissimi monumenti ivi disotterrati all’epoca nostra non lasciano su di ciò il minimo dubbio. Mi piace quì ripetere le dotte e sensatissime osservazioni dello stesso Mazocchi riportate nella mia prefazione alla pag. 6. Scriptorum quorumlibet testimoniis longe exploratiora sunt nummorum, lapidum, ænearum tabularum monumenta, quæ si Græca fuerint, ecquis de Græcanico earum urbium conditu dubitabit? Quod si pleraque Etruscis, Oscis, aut omnino peregrinis elementis exarata deprehenduntur, tunc antiquos Auctores omnes, vel si milleni fuerint, qui Græcam originem crepantibus buccis jactaverint, contemnerem[275].

Con ragione, poichè dagli antichi monumenti sorge la pruova di una verità di fatto positiva, la quale non può essere distrutta da qualunque testimonianza di Scrittori. Siccome nel criterio legale li monumenti pubblici antichi prevalgono sempre ai detti de’ testimonj, così vale la stessa regola anche nel criterio istorico[276]. Or negli antichi monumenti e nelle antiche monete Ruvestine tutto essendo prettamente Greco e niente affatto fuori che il Greco, non vi può essere quistione sulla origine Grechesca della nostra città.

Se cotesti elementi però costituiscono la pruova incontrastabile della sua origine, non è meno vero che ugual valore, ed uguale influenza debbono avere nell’indagarsi anche quali degli antichi Popoli della Grecia han potuto fondarla. In questa parte interessantissima le sue antiche monete sono quelle che ci porgono il filo di Arianna per poterne attribuire la fondazione alle Greche Popolazioni del Peloponneso. Le più antiche di esse portano la leggenda Ρὑψ (Rhyps), quali son quelle riportate ai numeri 1 2 3 e 4 della prima tavola, e 6 e 7 della seconda. Nelle più recenti il π vedesi cangiato in β come ho osservato alla pag. 95 in fine e 96. Portano quindi la leggenda ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, o ΡΥΒΑ abbreviato, da cui si è tratto il nome latino Rubi.

Ma l’antico nome Ρὑψ imposto alla nostra Città dai primi suoi fondatori non potendo ripetersi da altro principio che dall’essersi voluto quì riprodurre l’antica ed illustre città dell’Acaja denominata Rhypæ, come l’ho concludentemente dimostrato nel capo V pag. 90 a 97, ne risulta da ciò per necessaria conseguenza la sua origine Achea. Giova quì anche osservare che Porcio Catone nel suo libro De originibus Italicarum urbium, Lucio Sempronio ed altri Scrittori che la ingiuria del tempo ci ha tolti, convennero in uno sbarco di Greci nelle nostre Regioni partiti dall’Acaja prima della Guerra di Troja, come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso nel luogo di sopra riportato alla pagina 38[277]; il che combacia perfettamente colla premessa osservazione che viene suggerita dalle predette antiche monete Ruvestine.

Vero è che colla solita Greca presuntuosità ei riprende li già detti Romani Scrittori per non essersi incaricati di far conoscere da quali città Greche siano essi partiti, sotto quale Condottiere, e per qual cagione abbiano lasciata la loro patria, e per non avere tampoco addotta alcuna testimonianza di qualche Greco Scrittore. Il loro silenzio però su di tali circostanze non basta a distruggere il fatto principale da essi contestato, cioè la venuta degli Achei nella Italia prima della guerra di Troja, cosa che uomini così dotti non avrebbero potuto certamente smaltirla senza verun fondamento.