Ordine del procedere che fè nell’andar al campo Hettorre Fieramosca, e compagni Italiani, e del combattimento, e vittoria conseguita.
Partendo da Andri Hettorre Fieramosca, e compagni per comparer al campo, procedevano nel modo che segue. Primo andavano tutti li tredici cavalli delle persone, portati da tredici Capitani de’ fanti, l’uno appò l’altro, con debito intervallo, copertati, et armati secondo il bisogno richiedea. Dopoi col medesimo ordine seguitavano li combattitori a cavallo, armati di tutte armi da gli elmetti in fuora. Seguivano appresso loro tredici Gentilhuomini, che portavano gli elmetti, e le lanze delli prenominati combattitori, e continuavano il camino verso detto campo; et essendo vicino a quello un miglio, trovaro quattro Giudici Italiani, quali fero intendere ch’erano stati insieme con quattro Giudici Francesi, e che haveano segnato il campo, et ordinati li patti del combattere, ma che li combattitori Francesi insino a quell’hora non erano gionti, onde parve ad Hettorre, e compagni procedere avanti, e condotti vicino al campo ad un mezzo tiro di balestra, Hettorre, e compagni smontaro da cavallo, e fatta oratione al Motor di sù, dopoi Hettorre parlò a suoi compagni nel modo, che segue.
Oratione d’Hettorre à suoi compagni.
»Compagni, e Fratelli miei: Se io pensassi che queste mie poche parole vi dovesser aggiunger più animo che quel che dalla natura vi è concesso, certo m’ingannarei, havendo visto voi per insino a qui allegramente esser condotti à questa sì magnanima impresa, e demostrato chiaramente quell’animo, che da qualsivoglia coraggioso Cavaliero si mostrerebbe in simil caso: Ond’io, conoscendo il valor vostro esser sì grande, e fermo in questo nobile esercitio, per esser sol di voi stata fatta honorabile elettione, son in tutto sodisfatto, e contento, ma perchè gl’inimici insino a quì non son comparsi al campo, in questo spatio di tempo, che ne avanza, m’è parso manifestarvi el presaggio dell’animo mio, il quale vi rende certi de indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti, e volonterosi a conquistar quell’honore, che Iddio, e la benigna fortuna ne promette. Altri ne tempi passati han combattuto per natural, et inveterata inimicitia, altri per iracondia, alcun altri per ingiuria ricevuta, alcun altri per cupidità di robba, tesori, e stati, e beni di fortuna, altri per amor di donne, e chi per un’occorrenza, e chi per un’altra, secondo che l’occasione se gli porgeva. Voi hoggi combatterete con la buon’hora principalmente per la gloria, ch’è lo più pretioso, et honorato preggio, che dalla fortuna si potesse proponere à gli valenti huomini: Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi da ogni caso di vil morte, fandovi famosi esempi, e perpetue materie de gloriosi raggionamenti appresso li nostri posteri. Oltra di ciò dovete sapere, che non solo portate hoggi questo sì vostro particolar honore in su le vostre braccia, ma insieme con voi, l’honor, e la gloria di tutta la nation Italiana, e nome Latino, e perciò non si manchi per voi ridurla in quell’altezza di fama, che fu al tempo, che diede legge al mondo, e tanto più contra tali, e sì insolenti nemici, da i quali dall’antico tempo siamo stati spesse volte non senza lor gran danno danneggiati, e provocati: Però hoggi gli mostreremo, che sopravive anco in noi quel seme de nostri progenitori, che tante volte gli assuefer à portar il giogo Italiano. E serà questa nostra indubitata vittoria con precedente mal segno della lor futura, e vicina calamità: si che horsù Cavalieri strenuissimi, e fratelli miei, con prospero, e felice augurio avvicinamoci al luogo, dove tal impresa se die seguire; perchè son certo, che saran molto maggiori gli effetti e portamenti vostri, che le mie parole, e la mia gran speranza«. E finito tal raggionamento, e fatta la debita oratione a Dio, montaro à cavallo à detti cavalli copertati, ponendosi ciascuno l’elmetto in su la testa, e le lanze alla coscia, e se avviaro verso il campo.
Dall’altra parte la Motta, e compagni, avendo già inviato l’assecuramento del campo, e de’ Giudici ad Hettorre, dovendo comparire a sì generoso spettacolo, non li parve fuor di proposito intercedere la gratia di nostro Signore, come persone Christianissime, e per tanto accompagnati da Monsignor de la Palizza, et altri Cavalieri Francesi, si conferiro alla Chiesa, e lui ordinò, si dicesse sollennemente la messa, quale fu ascoltata con attenta divotione da tutti; Finita la messa Monsignor de la Palizza, portò la Motta, e suoi compagni, et altri Cavalieri Francesi a sua posada, et ivi con allegrezza si ristororno tutti di conveniente cibo. Dopoi ciascuno de combattenti s’andò ad armare de tutte armi, come el bisogno richiedeva, et armati si radunaro tutti giontamente avanti Monsignor de la Palizza, ove la Motta voltosi a Monsignor detto de la Palizza, e lo supplicò li volesse concedere, che potesse dire alcune poche parole à que’ suoi compagni, lo che volentieri essendoli concesso, cominciò a parlar in tal modo.
Oration de la Motta à suoi compagni.
»Se dall’esperienza, la qual’è maestra di tutte le cose, si può pigliar giuditio, Cavalieri, compagni, e fratelli miei, certo io non dubito, che di questa impresa, della qual hoggi per noi s’ha da far prova, ne riportaremo quell’honore, quella vittoria, che dalle altre insino a questo tempo la nostra nation Francesa ha riportato, e vi dovete ramentar, che gli nostri progenitori più volte han fatto gustar à Romani, che signoreggiorno l’universo, et a tutta la nation Italiana, quanto l’armi Francese in ogni tempo se siano prevalute, e come le armi Francese habbiano difensata la nostra santa fè Christiana, et havuto honor in tutte le battaglie, e giornate insino à questo tempo occorse. Hora non credo, che queste mie parole siano necessarie a farvi acquistar più valore di quel che in voi veggio, e mi rendo certo, che discendete dal medesimo seme di quei nostri antepassati, li quali han lasciata di loro certa fama al mondo. Pur mi è parso ridurvi à memoria tutto questo, acciò ciascun di voi debbia considerare che hoggi sostentaremo con le nostre lanze l’honor di tutta la nostra nation Francesa, e dovemo tutti considerare, che restando noi vincitori di questa impresa come son certo, che con l’ajuto di nostro Signore così sarà, restaremo appresso de tutti nostri posteri sempre vivi, et in tutta questa nostra Provintia d’Europa si raggionerà per tutte l’età della nostra gloria. Horsù, poichè tanto condegno premio se ci promette di questa impresa, vogliamo con lo nostro animo invitto far tutto lo nostro potere d’acquistar tanto premio. E benchè tal vittoria non sia cosa nuova alla nation nostra, havendomo noi havuta di prossimo simil vittoria contra la nation Spagnuola, questa serà più gloriosa, perchè la nation Italiana s’è vantata sempre in questo generoso esercitio d’armi, valer, e posser star a fronte alla nostra nation Francesa. Di modo, che vincendo questa, ne trovaremo vincitori di tutti. Non mi occorre dir altro, perchè son certissimo, che non può mancar, che ciascun de voi farà più che quel ch’in ciò io spero, e desidero«. E qui pose fine al suo ragionamento. E levatosi ciascuno in piedi, s’abbracciorno, e baciorno tutti. E tolto combiato da Monsignor de la Palizza, e da altri Cavalieri Francesi, che ivi se ritrovorno, ciascuno montò à cavallo, e se ordinorno nel proceder in questo modo.
Primo andava un Gentilhuomo Francese, qual portava l’elmetto, e la lanza de Monsignor de la Motta, dopoi seguivano altri dodeci Gentilhuomini, che ciascun de loro portava similmente la lanza, e l’elmetto di ciascun de combattenti, à doi à doi, con debito intervallo, seguivano poi li dodici combattenti armati di tutte armi senza elmetti, similmente de doi in doi, con lo medesimo ordine, et appresso seguiva la Motta solo, dietro a lui gli veniva il cavallo di sua persona, et appresso seguitavano tutti gli altri dodeci cavalli de la persona de gli altri combattitori, de doi in doi, con intervallo debito, portati tutti da Gentilhuomini Francesi, e con tal ordine presero il camino verso il designato campo, et avvicinatisi a quello per un breve spatio, havendo visti gli altri Cavalieri Italiani, ch’erano gionti, e provedevano, e circuivano il campo, smontati da gli cavalli, che portavano, s’inginocchiorno tutti, e fatta con le man gionte verso il cielo la debita oratione, ciascuno si fè allacciar l’elmetto, e montò a cavallo al suo cavallo, e postasi la lancia al debito luogo, con grandissima letitia similmente andorno loro à torno il campo provedendo quello. Dopoi fatto questo si fermorno in un luogo all’opposto, dove stavano gli Cavalieri Italiani. Donde lo Hettorre gli fè intendere, che dovessero entrar loro prima nel campo, perchè così era di raggione: e così la Motta, e suoi compagni Francesi con loro cavalli copertati, et armati, secondo il bisogno, entrorno nel campo, e lo simil fu fatto per li Cavalieri Italiani; e mossi li Francesi da circa quattro passi verso gli Italiani, quelli fer’ il simile verso loro; e non parendo ad Hettorre, e suoi compagni doversi più tardare, se aviaro con lento passo à trovar gli Francesi, e quelli si cominciorno a vicinar in simil modo verso gl’Italiani, et essendo l’una, e l’altra parte lontana da cinquanta passi, cominciorno ad andar di galoppo, et avvicinatisi per spatio di vinti passi li Cavalieri Francesi si partirono in due parti, da una banda sette, e dall’altra sei, e con impeto à tutta briglia andavano verso gl’Italiani, li quai vedendo questo, cinque de loro diero sopra li sei Francesi, e gli altri otto sovra li sette, e postesi le lanze alla resta, s’incontrorno, e per essere stato il spatio pigliato, invalido, spezzorno alcune lanze con poco, o nullo effetto. Pure gl’Italiani furono uniti, e li Francesi in disordine, e postosi per ciascuno mano à gli stocchi, et accette, che portavano, si cominciò la battaglia alla stretta, e combattendosi per l’una, e l’altra parte valorosamente, gli Francesi trovandosi disordinati, for costretti ridursi in un cantone del campo, e con alquanto spatio ripigliare il fiato, con grandissimo impeto andaro verso gl’Italiani tutti gionti, e combattendosi per un quarto d’hora, per la parte Italiana fu posto a terra un Francese nominato Gran Jan d’Aste, il quale havendo ricevute alcune ferite, fu soccorso da gli altri Francesi, sovra il quale restorno tre Italiani, e gli altri valorosamente combattevano contro gli altri Francesi, e stringendosi la battaglia aspramente dall’una, e l’altra banda, for messi a terra due altri Francesi, de’ quali l’uno si nominava Martellin de Sambris, e l’altro Francesco de Pisa, quali si renderono prigioni alli combattitori Italiani. In quel mezzo che la battaglia andava stretta, non mancava Hettorre con parole, e con fatti soccorrere sua banda, e dove vedeva il bisogno, e lo medesimo si faceva per la Motta, ciascun di loro dando animo a soi compagni, come si conveniva, e durando la battaglia in tal guisa, fur feriti dui cavalli a dui Italiani, l’uno nominato Moele da Paliano, e l’altro Giovanni Capoccio da Roma, i quali dismontorno a piè, e l’un de loro pigliata una lanza, che trovò ivi nel suolo del campo, l’altro uno scheltro[296] che lui aveva, si defensavano molto bene dall’impeto Francese, essendo già soccorsi da gli altri Italiani, quai con loro cavalli havendoli attorniati, non comportavano che quei fossero punto danneggiati da la Cavalleria Francesa. Gran Jan d’Aste, il quale prima era stato posto a terra, trovandosi ferito, ne potendosi più difendere, come havea fatto, e bene, similmente si rendio prigione alla parte Italiana: Donde Hettorre vedendo, che la parte Francesa era cominciata ad inclinare per la perdita de gli tre compagni, con coraggioso animo fatto un corpo con gli altri compagni, di novo assaliro li detti Francesi remanenti, nel qual impeto abbattero a terra un altro Francese nominato Nantì de la Frasce, et un altro per nome Giraut de Forzes uscì dal campo, e foro ambidui prigioni: Di modo che gli Italiani vedendosi la fortuna fautrice di nuovo ristretti insieme, e fatto impeto si avventaro adosso alli otto Francesi, quai valorosamente combattendo, fu buttato a terra la Motta, il quale rizzatosi in piedi con l’ajuto de’ rimanenti cavalli Francesi, si difendeva molto bene: E combattendosi fu pigliato prigione Saccet de Saccet similmente Francese. Successe che uno de gli Italiani seguitando un Francese, il cavallo uscì fuora del campo; gli altri Italiani fra poco spatio cacciaro un altro Francese, et uno di quei Italiani, ch’erano a piè fù ferito d’una stoccata in faccia, et un altro Italiano combattendo fu trasportato per alquanto spatio dal cavallo fuora del campo. E combattendosi più fervidamente, fu da Hettorre per forza gagliardamente cacciato dal campo la Motta, qual si trovava à piè, et un altro Francese combattendo, e trovandosi astretto da gli cavalli Italiani, fu necessitata per suo scampo smontar, e combattere a piè, e mentre che la battaglia andava in tal modo, un altro Italiano fu ferito d’una stoccata nella coscia che ce la passò dall’una all’altra banda. Gli altri Italiani, vedendo che si trovavano di gran lunga superiori, con maggior animo combattendo, cacciaro del campo un altro Francese, rimanendone solamente tre, de li quali doi se ne trovavano a cavallo, et uno a piè, benchè valentemente se defensassero, pure li doi a cavallo, non potendo resistere à tanto numero di combattenti Italiani, et al lor vigore, l’uno si rendio prigione, e l’altro fu per forza cacciato dal campo, restandovi solo quell’a piè, il quale fuggendo per il campo, hebbe tante ponte di stocchi, e colpi d’accette, che non potendo resistere, gli fu forza rendersi prigione, e fu cavato fuori del campo.
Restando la vittoria di tal impresa à gli Italiani, i quai una con Hettorre ritrovandosi nel colmo di tanta gloria lieti, per spatio di mezz’hora andaro correndo per il campo con giubilo di suono di tante trombe, et altri istromenti di guerra, che humana lingua no ’l potria esprimere, e così con la medesima letizia s’accinsero al camino verso Barletta, gloriosi di una tanta vittoria, et Hettorre ordinò che nel caminare si dovesse procedere in tal modo. Volse che li prigioni Francesi fussero posti a cavallo, e menati da tante persone particolari a piedi con la briglia in mano. Dopoi seguiva lui con lo elmetto in testa, et armato tutto, et appresso ad esso seguivano tutti gli altri vincitori l’uno poi l’altro con debita distantia, similmente armati, e con l’elmetto in testa, e con la solita gravità Italiana, e modesta allegrezza, caminando alla volta del Gran Capitanio Consalvo Fernando, il qual venia ad Andri ad incontrarli, havendo havuta la nuova di tanta vittoria. Appresso loro venivano i Giudici Italiani da doi in doi, e poi da tre in tre gli altri Capitani, e Gentilhuomini che havean condotti li cavalli, e l’elmetti, e le lanze à detti vincitori. E così caminando s’incontrorno con Prospero Colonna prima, e co ’l Duca di Termole, che venivano per honorar li vincitori, dove gionti insieme, et alzate le visiere degli elmi, strettamente si abbracciorno, e baciorno tutti, et à pena si poteva satiare di tanta commune allegrezza, e con tal gratulatione, e sommo piacere passando più oltre se li fè incontro D. Diego de Mendozza, e molti altri Cavalieri Spagnuoli, et Italiani tutti allegrandosi di tanta honorata vittoria. In ultimo gli venne incontro il Gran Capitanio à cavallo ben in ordine con tutta la gente d’armi da una banda, e la fanteria dall’altra, il quale affrontandosi con Hettorre, con allegrezza inestimabile gli disse queste parole. Hettorre hoggi avete vinto li Francesi, e noi altri Spagnuoli, volendogli significare che per Hettorre, e compagni in quella giornata era stata ricuperata, e confirmata la riputation Italiana, e tolta la gloria di mano all’una, et all’altra natione: E così abbracciati un per uno tutti gli altri vincitori con maravigliosa letitia, sparò subito un concento di trombe, tamburri, artabelli, et altri bellicosi instromenti con gridi mirabili, ciascuno dicendo, Italia Italia, Spagna Spagna, e così tutti quelli altri Cavalieri, e Gentilhuomini di stima, che si trovorno ivi presenti si fer inanti à gli vincitori, fandoli honore, e dimostrandoli segno d’infinita allegrezza. Dopoi il Gran Capitanio con Hettorre alla sua destra, seguendo gli altri vincitori con debito ordine accompagnati da tutti quei Cavalieri Italiani, e Spagnuoli, e tutto il rimanente dell’esercito, honorevolmente voltò alla volta di Barletta, et essendo sopravenuta la notte, se ne introrno in Barletta, dove fu fatta tanta dimostratone di letitia, e festa, che non vi rimase campana, che non fusse toccata à segno d’allegrezza, ne pezzo d’artigliaria vi fu, che non fusse stato più d’una volta tirato, di modo che per li tanti suoni, e bombi d’artiglieria, e per li gridi Italia Italia, Spagna Spagna, pareva che quella terra volesse rovinarsi. Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento, et in questo modo caminando, giunsero alla maggior Chiesa, essendoli prima venuto il Clero incontro ben in ordine con una pomposa processione, e con una divotissima figura della Madonna, ove smontorno tutti, e fer la debita oratione, rendendo gratie infinite all’immortal Iddio, et alla gloriosa sua Madre della felice vittoria acquistata. Dopoi rimontati à cavallo, e voltati per altre strade della terra con grandissima festa, ciascuno se n’andò a disarmar, glorioso d’un tanto honore, non senza immortal fama dell’honore, e vigor Italiano.
IL FINE.