Dopo avere Strabone descritta l’antica Calabria di cui si è finora ragionato, passa a parlare della Peucezia con essa confinante. Ne ha parlato piuttosto con sobrietà, ma non senza una positiva utilità per l’argomento che mi ho proposto, poichè avendone indicati i confini, mi mette ciò in grado di dimostrare concludentemente che la città di Ruvo formava parte dell’antica Peucezia, e quindi deve credersi per necessità fondata dagli Arcadi, i quali non furono mai sloggiati da quella Regione come lo erano stati dalla Japigia.

Dice dunque il precitato Scrittore: A Brundusio autem prætervehenti Adriatici maris oram urbs occurrit Egnatia, quæ commune est diversorium tam navigantibus, quam terra petentibus Barium: navigatur autem Noto. Atque huc usque juxta mare Peucetiorum se Regio profert: in mediterraneis usque ad Silvium tota est montosa, et aspera Apennini montis multas partes recipiens: INCOLÆ EX ARCADIA VIDENTUR IMMIGRASSE[61]. Con queste ultime parole conviene anche Strabone nella dominazione acquistata da Peucezio in quella Regione, giacchè è questa la sola notizia che si ha dell’arrivo degli Arcadi in que’ luoghi.

Questo Scrittore indica Egnazia e Bari come le ultime due città della Peucezia dal lato del mare, poichè queste erano in quel tempo le sole due città ch’esistevano sul litorale dell’Adriatico. Nè dopo Bari ve n’era alcun’altra. Le belle città che ora si vedono dopo Bari sono surte man mano ne’ tempi posteriori. Le più antiche di esse sono Giovinazzo, Trani e Barletta. Dopo di esse viene Bisceglia. L’ultima e la meno antica è Molfetta.

Strabone si è limitato alle sole due città marittime Egnazia e Bari. Non si è incaricato del rimanente litorale allora disabitato tra la città di Bari e la foce dell’Ofanto, ove terminava l’antica Peucezia. Con migliore accorgimento ed esattezza lo ha ciò supplito Tolomeo, il quale dice: Apulorum Peucetiorum in Jonio Pelago Egnatia, Barium, Aufidi fluminis ostium[62]. Il che protende com’era regolare i confini della Peucezia fino alla foce dell’Ofanto.

Dalla parte di terra poi nell’estendere li confini della Peucezia fino all’antica città chiamata Silvium dice Strabone che quella Regione usque ad Silvium tota est montosa et aspera, perchè occupata da una diramazione degli Apennini. Non può questa esser altra che la vasta contrada che porta oggi il nome di Murge, coverta tutta di alture che formano un masso di vivo sasso, la quale corrisponde perfettamente per la sua asperità a ciò che questo Scrittore ne ha detto.

L’antica città denominata Silvium che ha egli indicata come l’ultima città della Peucezia dentro terra ha messi in quistione gli Eruditi ed i Geografi. Xilandro e Casaubono credono che questo luogo di Strabone sia viziato, e che cotesto Silvium non sia mai esistito. Ma nell’Itinerario di Antonino nel tratto di strada a Benevento Tarentum si legge anche questo luogo: Eclano M. P. XV. Sub Romula M. P. XXI. Ponte Aufidi M. P. XXII. Venusia M. P. XVIII. Silvium M. P. XX. Blera M. P. XIII. Sub Lupatia M. P. XIIII. Canalis M. P. XIII. Tarento M. P. XX.

Quindi Surita nelle sue note al detto Itinerario ammette la esistenza della detta città; ma crede di doversi leggere Silvianum e non Silvium, poichè dice che a questo modo la trova segnata in altri antichi esemplari, i quali sono in questa parte per necessità erronei. Pietro Vesselingio poi nelle sue note allo stesso Itinerario ha opinato che Silvium non sia stata una città, ma bensì un luogo di semplice fermata detto dai Scrittori Latini Mansio, come si è innanzi avvertito; ed aggiugne sull’autorità di Luca Olstenio che sia stato quello stesso luogo che porta oggi il nome di Gorgoglione.

Non posso però convenire che Silvium sia stata una Mansione, e non una città per tre ragioni. La prima perchè nel precitato Itinerario di Antonino i luoghi che non erano città, ma semplici villaggi si vedono riportati col distintivo Vicus. Quelli che avevano abitanti, ma non formavano comunità sono chiamati Castellum o Villa. Quelli in fine, ove non vi erano abitanti, ma semplici alberghi per dar ricovero ai viandanti ed alle vetture, sono chiamati Mansiones. Ond’è che nell’Itinerario suddetto non vedendosi Silvium indicato con alcuno di questi nomi, è necessità conchiudere che sia stata una città come tutte le altre che si vedono in esso riportate senz’alcuno di cotesti distintivi.

La seconda è che Plinio nel luogo riportato innanzi al capo I pagina 15 tra le Popolazioni della parte interna della seconda Regione dell’Italia annovera anche i Silvini. Pruova ciò concludentemente che il Silvium di Strabone e dell’Itinerario suddetto non era una Mansione, come ha creduto Vesselingio, ma bensì una città che aveva un numero di abitanti meritevole di entrare nella classe delle Popolazioni da Plinio enumerate.

La terza che toglie ogni dubbio è il seguente luogo di Diodoro Siculo. Nella Olimpiade CCCXVIII ei riporta i seguenti fatti. In Italia Samnites Soram, et Atiam urbes Populo Romano societatis fœdere conjunctas expugnaverunt, et divenderunt captivos. Consules igitur cum validis copiis impressione in Japygiam facta, prope Silvium urbem castra locavere. Ea, cum a præsidio Samnitum custodiretur, ad dierum aliquot obsidione tentarunt Romani, et per vim tandem capta, plus quam quinque captivorum millia, magnamque spoliorum copiam abstulerunt[63]. Dal che chiaro risulta ch’era Silvio una città considerevole.