Ma non mi è occorso ancora di leggere che gli Antichi imprimevano ai muli il marchio non già alla coscia, ma bensì alla guancia, come si pratica oggi nel nostro Regno, giacchè non mi è noto l’uso degli altri Paesi. Che cotesta nostra usanza però sia antichissima me lo ha fatto apprendere una delle teste di mule trovate in Ruvo che io posseggo, la quale ha il suo marchio ovale alla guancia sinistra.
Ritornando ora, dopo questa non inutile digressione, ai vasi di Ruvo non è possibile descrivere colla penna la eleganza, e la moltiplicità delle forme specialmente de’ vasellini ivi rinvenuti. Bisogna vedergli e considerargli per giudicare da essi quanto era ferace la fantasia degli Artefici Ruvestini nell’immaginare tanti modelli diversi, e spesso anche bizzarri, e capricciosi, i quali non s’incontrano volentieri ne’ vasellini delle altre antiche città Greche. Io ne ho riuniti moltissimi veramente vistosi. Ma quanti altri han dovuto scapparmi!
Nè si può dubitare che in Ruvo siano stati lavorati, e ciò per una doppia ragione. La prima perchè ne’ scavamenti fatti si sono anche trovate le officine con una gran quantità di vasi, e vasellini rustici di quelle stesse forme che hanno i vasi dipinti estratti dai sepolcri. La seconda perchè la creta de’ vasi antichi trovati in Ruvo è quella stessa creta finissima, leggiera, ed atta a qualunque lavoro che attualmente si trova nelle cave dell’agro Ruvestino. È quella stessa creta che dà oggi da vivere a molta gente, la quale si occupa a lavorare vasi di creta di ogni specie, ed anche di belle ed eleganti forme, ricercati specialmente da tutta la Puglia, e dalla finitima Provincia di Basilicata. Quest’arte quindi si è ivi ereditata dagli Antichi, poichè come bene osserva Cornelio Tacito Sed nostra quoque æetas multa laudis, et artium imitanda posteris tulit[95].
Lo stile di dipingere degli antichi Pittori Ruvestini, quanto è nobile, e grandioso, altrettanto è semplice, spianato, pieno di naturalezza, e senza caricatura, o come i nostri Pittori direbbero non manierato. Una porzione de’ vasi da me acquistati avendola fatta venire in Napoli per mio piacere, furono questi osservati tra gli altri dotti personaggi anche dal chiarissimo cav. D. Francesco Maria Avellino che conosce così bene la materia, e rimase fortemente colpito dalla bellezza, ed importanza di essi. Giunto in Napoli dappoi l’egregio sig. Odoardo Gerhard, dopo aver veduti i vasi che ho in Napoli, s’invogliò di vedere anche quelli che in molto maggior numero erano rimasti in Ruvo ove io lo diressi a mio fratello. Ebbe inoltre da me alcuni lucidi di essi che mi aveva richiesti. Quindi fu che anche l’Istituto di corrispondenza Archeologica di Roma cominciò a parlar con elogio de’ vasi di Ruvo.
Questo rumore portò la conseguenza che si pose una più severa attenzione perchè i vasi degli ultimi scavamenti Ruvestini caduti nelle mani de’ specolatori non avessero potuto passare all’Estero. Quest’oggetto fu conseguito almeno in gran parte. Per queste provvide misure tra gl’immensi tesori del Real Museo si vagheggiano ora, e si ammirano non pochi eccellenti vasi di Ruvo dallo stesso acquistati. Hanno questi riempiuto in un modo molto soddisfacente il vuoto che vi era di scelti vasi di Puglia, de’ quali non ve n’erano abbastanza. Ha fatto inoltre il Governo eseguire in Ruvo de’ scavamenti per conto proprio non senza un profitto per i nuovi pregevoli oggetti che hanno essi fruttato al detto Real Museo. Si è in fine stabilita ivi anche una Commissione incaricata di sorvegliare gli scavamenti, onde gli oggetti pregevoli di antichità che si trovano non siano venduti agli Esteri senza la intelligenza della Direzione del Real Museo. È tutto ciò risultato a sommo onore della nostra città, ed ha pienamente appagati i miei voti.
Non è quì ad omettersi un altro singolare monumento dell’antica Pittura Ruvestina che ora adorna anche il Real Museo. Il fu Canonico D. Michele Ficco verso la fine dell’anno 1833 scavò le fondamenta di una casa fuori l’antico recinto della città sulla strada de’ Cappuccini. Trovò ivi un grandioso sepolcro; ma uno de’ lati di esso fabbricati di pietre di tufo quadrate si trovò mancante. Era stato lo stesso disfatto in tempo antico nell’essersi scavato un pozzo nel sito istesso del sepolcro. Si trovò questo spogliato anche de’ vasi, ed altri preziosi oggetti che doveva contenere, per esser stata ivi sepolta una persona distinta. Si arguiva ciò da alcuni vistosi frammenti di vasi rotti trovati nello stesso sepolcro, e dalla seguente circostanza.
Negli altri tre lati ch’erano rimasti intatti si trovò dipinta colla massima eleganza una danza funebre divisa in due cori, uno di diciotto giovani donne, e l’altro di nove. È però chiaro per se stesso che i due cori esser dovevano uguali di numero, e che il coro di nove giovani donne doveva averne altre nove nel lato del sepolcro che si trovò mancante. Alla testa di ciascuno de’ due cori vi è un giovane danzatore. Uno di questi due giovani tocca una lira di sette corde che regola la danza. Quindi il giovane suddetto danza ad un tempo, e suona la lira.
Le donne sono tutte vestite in perfetta conformità, cioè con una lunga tunica, ed al di sopra di essa un peplo che cuopre loro la testa e le spalle. Delle dette vesti e dei pepli il colore è vario; ma il taglio, e ’l costume è lo stesso. Tanto le tuniche che i pepli sono orlati di strisce di colore diverso. Tutte le donne al di sotto del peplo hanno la testa ravvolta sia da un fazzoletto, sia da una cuffietta di color rosso con i ciuffi di capelli inanellati ch’escono al di fuori sulle tempia. Tutte hanno i loro orecchini perfettamente conformi. Li due giovani vestono una tunica di color bianco orlata di strisce rosse, la quale è assai corta, e finisce molto al di sopra delle ginocchia. Tanto i due giovani che le donne fanno una stessa mossa la quale sembra, blanda, seria, e molto grave.
Di cotesta danza funebre il sig. Raul-Rochette avendone avuta da Ruvo una copia, la pubblicò a Parigi colla tavola corrispondente nell’anno 1836[96]. Ei conviene che sia questa una pittura unica nel suo genere. Osserva che de’ sepolcri di Ruvo se ne son trovati altri anche dipinti ma senza figure. Che in altri luoghi da lui indicati se ne son trovati con delle figure; ma non già con una danza funebre così grandiosa, e possiam dire anche nuova. Sarebbe stato però desiderabile che avesse parlato di essa con minore sobrietà come l’argomento che aveva per le mani lo avrebbe esatto.
Osservo intanto che nel parlare dell’atteggiamento in cui si vedono le donne suddette, dice Qui se tiennent par la main en dansant. Facendosi però migliore attenzione alla posizione delle loro braccia, ed al modo in cui si tengono per la mano, si vedrà a colpo d’occhio che viene dalle danzatrici suddette eseguito quell’intrecciamento che nelle odierne scuole di ballo è chiamato la catena.