Sic etiam Penthesileam una cum insigni equo
Penitus transadegit ementa hasta
Pelides: quæ mox cum pulvere, et morte commiscetur[97].
Nel vaso di cui sto ragionando si vede Pentesilea a cavallo che combatte ancora con Achille che sta a piedi. Ma la punta dell’asta di Achille si vede diretta in modo che il colpo che andava a vibrare avrebbe potuto ad un tempo trapassare il collo del cavallo poco al di sopra del punto in cui questo si unisce alla spalla, ed andare indi ad incontrare il corpo della illustre Guerriera che lo montava nel modo preciso descritto dal precitato Poeta.
Coteste minutezze mentre per un lato giustificano la esattezza del pennello, pruovano per l’altro che colui che dipinse il vaso non era istruito meno di quello che lo fu Quinto Calabro del nobile portamento della Regina delle Amazoni, del suo vestire ed armamento, e della qualità del colpo mortale partito dall’asta di Achille che trapassò ad un tempo tanto il cavallo, quanto la bella Guerriera.
L’altro vaso rappresenta la Dea Venere seduta sulla sponda di un letto elegantissimo donde è surta per vestirsi, ed adornarsi. Si vede la Dea coronata. Sul capo di essa vi è un’amorino che svolazza, ed ha nelle mani la di lei famosa zona[98]. Le tre Grazie sono occupate al di lei acconciamento. Una di esse che sta alla sinistra ha nelle mani una ghirlanda di fiori per adattargliela. L’altra che sta sulla dritta ha nella mano dritta uno specchio, e nella sinistra un cassettino. La terza curvata a terra nell’atteggiamento il più grazioso che possa idearsi attende a calzarle una pianella molto elegante al piè dritto. Sotto il letto vi è una colomba. Al lato sinistro di esso si vede un giovane guerriero nobilmente vestito con berretto frigio, ed elegantissimi calzari, il quale sotto il braccio sinistro ha due lance poggiate a terra ed inclinate sulla parte sinistra del petto, e della spalla. Si vede lo stesso confuso ed attonito che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste che solleva colla mano dritta.
Non è difficile il vedere che il dipinto di questo vaso è preso dal bellissimo Inno di Omero scritto per la Dea Venere. Si dice in esso che invaghita ella di Anchise Principe Trojano, si recò sul Monte Ida ove questi dimorava, fingendosi la figlia di Otreo che aspirava alle di lui nozze. Avendogli ispirato caldo amore, giacque con lui la notte nel suo letto, e rimase incinta di Enea. Levatasi poi dal letto il mattino si manifestò ad Anchise. Ne rimase costui confuso ed attonito, ed abbassando il viso pe ’l timore, e la sorpresa cercò cuoprirselo col lembo della sua veste. La Dea lo ammonì fortemente a serbare il segreto minacciandolo dell’ira di Giove se lo avesse palesato.
Nel nostro vaso dunque si vede copiato alla lettera il precitato Inno di Omero. Presenta lo stesso tutti gli ornati di Venere descritti dal gran Poeta, cioè la corona che aveva in testa, li suoi giojelli, le sue splendide vesti, la sua famosa zona, non che la somma eleganza del letto di Anchise, ov’ella giacque con lui. Sono però notabili due minutezze, le quali danno maggior risalto all’abilità non meno che alla istruzione del Pittore. La prima è quella di vedersi dipinto Anchise nello stato di confusione, e di stupore in cui cadde allor che venne a conoscere di aver giaciuto con una Dea. Si vede lo stesso nel vaso che abbassa il viso, e cerca cuoprirselo col lembo della sua veste; il che corrisponde perfettamente a ciò che si legge in Omero
Ut autem vidit collum, et oculos pulchros Veneris,
Timuitque, et oculos declinando vertit alibi.