Si sa che i Popoli tanto antichi che moderni nelle loro trasmigrazioni hanno portato sempre con essi quel culto che avevano nel loro Paese natio. Onde ben disse Dionigi di Alicarnasso che per conoscersi la origine Grechesca di una città, Primum et præcipuum locum tribuo ceremoniis, quæ cuique Populo in colendis Diis et Geniis sunt Patriæ. Has enim diutissime servat tum Græca, tum barbara Natio, nec quidquam eis censent immutandum iræ divinæ metu. Lo conferma coll’esempio di molti Popoli antichi rimasti tenacissimi nella osservanza del loro culto rispettivo[112].
Osservo in fine che il massimo numero de’ bicchieri detti Rhyton rinvenuti in Ruvo in gran copia lo formano le teste di buoi, di vacche, di vitelli, di animali pecorini diversi, e di capre. Erano questi gli animali familiari agli Arcadi, i quali erano pastori. Amano gli uomini di avere sotto gli occhi quelli oggetti per i quali si sentono inclinati, molto più se questi costituiscono il loro comodo, e la loro agiatezza, come ben potevano costituirla gli animali suddetti nell’agro Ruvestino opportunissimo anche alla pastorizia. Quindi i bicchieri colle figure di cotesti animali che rendevano più liete le mense degli antichi abitanti della nostra città, contestano anche i loro costumi Arcadici.
Chiudo il mio discorso sui vasi fittili di Ruvo colla seguente osservazione. Il Principe di Canino Luciano Buonaparte pubblicò mentr’era ancora in vita una porzione de’ vasi da lui trovati in grandissimo numero a Canino e Corneto, oltre quelli che sono stati pubblicati dall’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma. In uno di essi vi sono le seguenti lettere H E, le quali tanto da lui che da altri Dotti si sono credute le lettere iniziali del nome del Pittore che dipinse il vaso.
Le stesse lettere si trovano in uno de’ miei vasi di Ruvo, il quale per la esattezza del disegno sembra delineato dal pennello di Raffaello. È in esso dipinta la favola del cieco Fineo liberato dalle Arpie dagli Argonauti. Si vede la nave Argo ligata al lido del mare. Tra gli Argonauti sbarcati vi sono i due Guerrieri alati Calai e Zete figliuoli di Borea, i quali spiegando in alto il volo colle loro armi impugnate, inseguono le Arpie. Fuggono queste spaventate portando nelle loro mani le cose rapite alla mensa che si vede imbandita innanzi al cieco Fineo che siede alla stessa.
Non ha questo vaso veruna leggenda greca. Si vede bensì sul campo di esso dipinto un picciolo vaso della stessa forma del vaso principale rovesciato a terra. Sulla pancia di esso si leggono le stesse lettere H E che vi sono nel vaso del Principe Buonaparte di cui innanzi ho parlato.
Se regge l’avviso che siano queste le lettere iniziali del nome del Pittore, pare che non sia improbabile che ambi i vasi han potuto esser dipinti dalla stessa mano. In generale i vasi di Canino e di Corneto non sono certamente migliori di quelli di Ruvo, ed in varie cose sono da essi superati[113]. Nel particolare poi il dipinto del vaso di Fineo è ben difficile che possa essere pareggiato. Un Pittore di un nome chiaro e riputato, qual essere doveva sicuramente l’autore del vaso di Fineo, ha potuto dipingere tanto nell’uno che nell’altro luogo come han fatto sovente anche i Pittori illustri de’ tempi a noi più vicini.
Han potuto pure i vasi di Ruvo essere mandati altrove, come si sono trovati in Ruvo anche vasi di Nola, e di altri luoghi, e come si mandano oggi i vasi di porcellana o di alabastro da un paese all’altro. Ho buona ragione di credere che l’autore del vaso di Fineo sia stato un Pittore Ruvestino perchè la creta di esso è Ruvestina, e perchè ho avuti sotto gli occhi altri vasi trovati anche a Ruvo dello stesso stile. Conto tra questi un bellissimo unguentario scappato a me, ed acquistato dal Francese Sig. Durante nel quale era colla massima eleganza dipinto Bacco montato su di un Elefante con numeroso seguito di uomini, e di donne.
Un altro unguentario assai più grande dello stesso stile forma parte della collezione della mia famiglia. È in esso dipinta con singolar maestria la disfida tra Tamiri, o Tamiride, e le Muse in presenza di Apollo. Vi sono anche delle leggende greche, ed è notabile che ha questo vaso conservate in gran parte le antiche dorature delle quali era fregiato.
Non ometto che tanto nel vaso di Fineo, quanto nell’unguentario di Tamiri, e nell’altro unguentario di Bacco acquistato dal Sig. Durante, è a notarsi un raffinamento dell’arte col quale si è il pittore ingegnato di superare gli svantaggi inseparabili dalla dipintura sulla creta. Chi dipinge sulla tavola, sulla tela, sulla pietra, o sui metalli ha l’ajuto delle ombre, de’ chiaroscuri, delle mezze tinte, e di tutti gli altri mezzi dell’arte per dare alle persone ed alle cose ch’entrano nel quadro quella posizione che a ciascuna di esse conviene, per separare l’una dall’altra, e per far sì che la pittura produca l’effetto di presentarle all’occhio di chi le guarda nel posto di avanti, di dietro, di lato etc. come l’uopo lo esige.
Questi mezzi mancano a chi dipinge sulla creta. Quindi invano si cerca cotesta illusione ne’ vasi fittili antichi. Malgrado ciò, l’autore de’ vasi di Fineo, di Tamiri, e di Bacco si è ingegnato di supplire questo svantaggio per quanto ha potuto coll’aver data ai personaggi ed alle cose entrate nel quadro una posizione così ben calcolata e misurata, e così bene intesa che se l’effetto suddetto non lo ha conseguito in tutto lo ha sicuramente ottenuto in gran parte.