È notabile intanto che le sole monete Ruvestine più recenti si vedono scritte col β, ma le antiche hanno il π. Si aggiunga a ciò che in alcune di esse il nome della città si vede scritto nel modo che siegue Ρύψ (Rhyps). Tali sono le monete riportate al num. 1 2 3 e 4 della Tavola Prima e 6 e 7 della Tavola Seconda annesse al Cap. II, ed illustrate anche dal Cav. Avellino. Pruova ciò chiaramente che il β era estraneo al nome primitivo della nostra città, e che tal variazione non fu che una corruzione indotta ne’ tempi posteriori. Se le monete danno tante volte lume alla Storia, molto più possono contestare un articolo di fatto puramente materiale, qual è l’antico conio della città a cui appartengono.

Or se questo sicuramente era Ρύψ (Rhyps), non vi può esser più dubbio che il nome della nostra città sia derivato da quello della illustre città dell’Acaja chiamata Ρύπαι e Ρύπες. Stefano Bizantino nel riportare la detta antica città dell’Acaja vi aggiugne il seguente derivativo di essa πολίτης Ρύψ civis Rhypæus. Il Ρύψ quindi che si legge nelle più antiche monete Ruvestine è chiaro per se stesso che viene dalla detta antica città dell’Acaja.

Quindi opportunamente osserva il prelodato Signor Millingen sulle antiche monete di Ruvo nel luogo innanzi citato. Ses monnaies nous apprennent en effet que son veritable nom ètait Ρύψ (Rhyps), nom identique avec le nominatif de Ρύπες, une des douze villes de l’Achaje et Patrie de Myscellus fondateur de Croton[137].

Tanto è vero ciò che dice il Signor Millingen che le prime monete Ruvestine furono credute appartenenti alla detta antica città dell’Acaja denominata Rhypæ, e questo errore fu redarguito dal Signor Cavaliere Avellino che le attribuì a Ruvo, come ho osservato innanzi nel Capo II. Nel suo Catalogo inoltre delle Monete Ruvestine che verrà alligato alla fine di questo libro conviene nella origine Achea della nostra città.

Dopo queste dimostrazioni il porre in dubbio che la nostra città abbia quì riprodotto il nome dell’antichissima, ed illustre città dell’Acaja chiamata Ρύπαι, o Ρύπες sarebbe lo stesso che piccarsi di Scetticismo. Con positiva frivolezza quindi Francesco Maria Pratilli nella descrizione della via Appia volle dire che la città di Ruvo non lascia riconoscersi meno antica delle altre città sue vicine! In questo tratto però veramente aureo non può non ammirarsi quella stessa diligenza, ed esattezza colla quale spacciò anche nel medesimo luogo che di Ruvo avevano parlato Cicerone, Pomponio Mela, Stefano Bizantino, e Strabone[138]!

Li tre primi Scrittori però non hanno mai sognato di farne motto. In quanto poi a Strabone si è creduto finora che non ne abbia tampoco parlato, e si seguiterebbe a credere lo stesso se non si fosse da me nel primo Capo dimostrato fino all’evidenza che quel luogo di questo Scrittore ove si legge Νήτιον è stato corrotto, ed in vece di cotesta città non mai esistita deve sostituirsi il nome della nostra città. Simili inesattezze per altro sono familiari al Pratilli che non si brigava di approfondare le cose che con soverchia facilità smaltiva.

Non è mio proponimento di entrare in una competenza di antichità colle altre città della Peucezia ch’ei sorbendo un caffè le ha dichiarate più antiche della città di Ruvo. Chi mai, fuori che il Pratilli, potrebbe azzardarsi a parlare con tanta franchezza di fatti avvenuti prima della Guerra di Troja? Se però in mezzo a tanta caligine valer possono qualche cosa le conghietture e gli argomenti, non possono questi non preponderare per la maggiore antichità della mia Patria.

Si è innanzi dimostrato che coloro che la fondarono si proposero di riprodurre in essa una delle dodici illustri città dell’Acaja loro patria. Erano essi di là partiti, non perchè l’avessero odiata, ma perchè la sovrabbondanza della Popolazione faceva sì che il suolo natìo non era sufficiente a nutrirgli, come ce lo fa conoscere Dionigi di Alicarnasso. Abbandonarono quindi la loro patria costretti dall’impero della necessità che gli obbligò a cercare altrove un comodo sostentamento, e portarono seco loro l’amore di essa.

L’amore della propria patria è potentissimo nel cuore degli uomini. La rimembranza di que’ luoghi ove abbiamo aperti gli occhi alla luce, ove siamo stati allevati ed educati, ed ove abbiamo passati i nostri primi anni, ci è sempre cara e non è mai cancellata nè dal tempo nè dalla lontananza. Dulcis amor Patriæ. Per questo santo amore l’uomo affronta tutti i pericoli, e sparge se occorre anche il proprio sangue.

Cotesto amore però pe ’l loro Paese natìo lo sentivano i primi Coloni Greci che sotto il comando di Peucezio conquistarono quella Regione, ed ivi si stabilirono. Non potevano certamente sentirlo allo stesso modo i loro discendenti, i quali non conoscevano la Grecia, e le dette dodici illustri città che avevano lasciate i loro avi. In conseguenza non potevano aver per esse quella passione che avevano gli avi loro.