Mi dà ciò dritto di dire che le altre antiche città della Peucezia han potuto man mano esser fondate dai figliuoli, e dai nipoti de’ primi Coloni Greci che la conquistarono. Ma la città di Ruvo, che prese il nome di una delle dodici illustri città dell’Acaja, delle quali innanzi si è parlato, deve credersi fondata da que’ primi Coloni che avevano fresca, e viva la rimembranza di esse, e vollero quì riprodurre quella ch’era per loro o la più nobile, o la più cara.

Ed in vero la città della Daunia Argos Hippium fu fondata dallo stesso Diomede, la città Pallantium fu fondata dallo stesso Evandro, la città di Larissa fu fondata dagli stessi primi Coloni Greci che capitarono nella Campania, per riprodurre quì quelle illustri città della Grecia che avevano lasciate, i nomi delle quali erano loro cari. Deve credersi lo stesso anche per Ruvo, perchè sono queste quelle conghietture che le suggerisce il buon senso, e la conoscenza del cuore dell’uomo. Se il Signor Pratilli avesse fatta alle stesse attenzione, non avrebbe deciso ex cathedra che la città di Ruvo sia la meno antica di quella Regione. Donde lo ha egli ciò rilevato? Quantum est in rebus inane!

CAPO VI. Del sito in cui fu la città di Ruvo da principio edificata.

Sta la città di Ruvo sul dorso di una collina che la rende assai più elevata di tutte le altre convicine città, ed in conseguenza visibile ad una più lunga distanza. L’aere che si respira è salubre e perfetto a segno che molti convalescenti de’ convicini luoghi vanno ivi a ristabilirsi, tranne quelli soltanto che soffrono mal di petto. L’abitato attuale però occupa non già il vertice della collina, ma bensì il declivio di essa che guarda il mezzodì. La sommità della collina è al Nord della città lungi un quarto di miglio. È la stessa attualmente occupata da una magnifica Chiesa, e da un Convento di PP. Minori osservanti sotto il titolo di S. Angelo.

Si gode da quel punto una stupenda veduta, della quale rimangono incantati tutti i Forestieri che capitano in Ruvo, e si portano ivi espressamente per goderla. Sono allo stesso sottoposte una col mare Adriatico tutte le belle città che da Barletta fino a Bari sono edificate sul suo litorale. La ventilazione ivi è forte. Tutti i venti, e specialmente i venti boreali dominano talmente quel punto che coloro i quali volessero tenervi fisse abitazioni pagherebbero a prezzo ben caro il vantaggio della veduta la più bella, e la più gaja che possa desiderarsi. Que’ Religiosi che sono obbligati a farvi fissa permanenza debbono essere molto attenti a guardarsi dai colpi d’aria che potrebbero loro essere funesti.

La stessa attenzione debbono avere coloro che hanno le loro abitazioni nel lato settentrionale della città. È quello il punto più elevato di essa contrapposto al detto Convento de’ PP. Minori osservanti, benchè la ventilazione sia ivi meno violenta di quello che lo è nel sito del detto Convento. È questo lato per altro meno esteso degli altri tre lati della città che guardano l’oriente, il mezzodì, e l’occidente. Si è ciò fatto con sano accorgimento, essendo lo stesso il più esposto all’impeto de’ venti.

Percorrendo, e contemplando su tutti i punti i luoghi adiacenti al già detto Convento mi è sorta la idea che in quel sito, cioè nella sommità della collina sia stata da principio edificata la nostra città. Tutte le circostanze che ho messe a calcolo mi hanno portato a credere che l’abitato attuale di essa sia stato costrutto ne’ tempi posteriori al declivio della collina, onde gli abitanti non fossero stati più esposti a quegl’incomodi, ed a quelle malattie che per le cause di sopra espresse si rendevano inevitabili allora che il sito della città era sul vertice della collina.

Questo mio avviso lo giustificano pienamente in astratto due luoghi di Dionigi di Alicarnasso. Parlando egli di Oenotro che sbarcò, come innanzi si è detto, sul litorale del mar Tirreno ci fa sapere che Condidit oppida parva, et contigua in montibus, ut tunc erat mos. E poco dopo soggiugne Arcadicum enim est delectari habitatione montium: qua ratione Atheniensium Hyperacrii vocati sunt, et Parthalii: illi quod summa juga tenerent: Parthalii vero quod ad mare incolerent[139]. Leggiamo anche presso Virgilio

. . . . . . . Cantabitis Arcades inquit

Montibus hæc vestris: soli cantare periti