Li primi erano di forme eleganti, ed uno di essi scannellato, ma rustici. I secondi erano dipinti, ma di pochissima considerazione. Il che pruova che li già detti sepolcri appartenevano agli abitanti della prima fondazione, i quali non erano ricchi, e non potevano usare quel lusso funerario che si è ravvisato ne’ sepolcri Ruvestini ultimamente scoverti. Appartengono questi ai tempi posteriori quando la città si era resa già adulta e ricca, ed era stata trasportata dal vertice della collina al sito che attualmente occupa, il quale al tempo della prima fondazione esser doveva sicuramente una campagna.

Passo ora a rilevare che essendosi in Ruvo rifatte molte case o cadute, o cadenti sia per la loro vetustà, sia perchè mancanti di solide fondamenta, si è osservato ciò che siegue. Nello scavarsi le fondamenta di esse si è trovato che le case suddette erano state edificate su di altre antiche abitazioni dirute o semidirute. Di modo che ben potrebbe dirsi che l’attuale città di Ruvo, o almeno una gran parte di essa, sia una novella città edificata sulle ruine dell’antica. Aggiungo che circa venti anni indietro il fu mio fratello Giulio, ed io avendo risoluto di formare una nuova cucina per l’uso della già detta nostra antica casa paterna, quella Mensa Vescovile ci fece la concessione del suolo che alla stessa bisognava dall’atrio del suo trappeto contiguo alla stessa.

Nello scavarsi le fondamenta di cotesta nuova stanza fino alla profondità di circa venti palmi, si trovò una officina anticamente addetta al lavoro di vasi di creta coi comodi inservienti all’arte suddetta, e colla fornace ove i vasi si cuocevano. Era la bottega suddetta fornita di un pavimento a lastrico così solido e forte che per tagliarlo in pezzi regolari che io volli conservare ebbe a durarsi molto stento, e si spuntarono molti piconi e scalpelli.

Ciò pruova che l’antico piano della città era molto sottoposto al piano attuale, e che una buona porzione di ciò che oggi è sotterra stava prima fuori terra. Conferma questa osservazione il vedersi che molte antiche case di Ruvo hanno i bassi (detti jusi col linguaggio del Paese) abitati dalla povera gente così profondi che per potervi accedere bisogna discendere molti gradini, di modo che non sembrano queste abitazioni, ma bensì edificj sotterranei molto sottoposti al livello delle strade della città dalle quali ad essi si accede.

Cotesti antichissimi bassi però nella prima costruzione delle case suddette, delle quali formano parte, esser dovevano messi al piano delle strade istesse rimaste elevate dalle ruine degli edificj causate dalle guerre o dai tremuoti, de’ quali si è perduta la memoria. Non altrimenti le case attuali potrebbero trovarsi edificate sulle antiche senza solide fondamenta. È questo il difetto di quasi tutti gli antichi edificj di Ruvo in parte già corretto dalle nuove ricostruzioni che si son fatte. Ma tal difetto pare che debba ripetersi da una calamità che ne’ tempi passati abbia colpita tutta la città, o almeno una gran parte di essa.

Si osserva lo stesso nelle abitazioni del villaggio di Bosco Trecase che sta alle falde del Vesuvio. I bassi delle antiche abitazioni che si vedono ora molto sottoposti alle pubbliche strade erano prima al piano di esse. Le immense masse di cenere e di scorie gittate dal Vesuvio avendo elevato il piano delle pubbliche strade, hanno rese sotterranee quelle abitazioni ch’erano prima fuori terra. Pare che lo stesso sia avvenuto nella città di Ruvo. Non è affatto verisimile che li detti bassi detti jusi addetti all’abitazione degli uomini e non delle bestie, nella prima loro costruzione siansi edificati sotterra. D’altronde gli antichi edificj che si son trovati molto sottoposti al piano attuale della città pruovano concludentemente che doveva esser questo anticamente molto più basso, ed è rimasto ora più elevato dalle ruine delle antiche abitazioni.

L’antico solidissimo lastrico da me rinvenuto, di cui innanzi ho parlato, mi chiama ad una digressione che la credo utile ai miei concittadini. La qualità e solidità di esso rende non iscusabile la crassa ignoranza o la malizia degli attuali muratori Ruvestini. Hanno essi perduta l’arte di formare i lastrici che gli antichi muratori possedevano in grado tanto eminente. Si sono resi il flagello di quella Popolazione, la quale è per tal cagione obbligata a privarsi del comodo de’ terrazzi tanto utili, anzi necessarj non meno pe ’l proprio sollievo, che per asciugare i pannilini dei bucato, per seccare le frutta e per esporre al sole tutto ciò che ha bisogno de’ suoi benefici raggi.

È così pessima la qualità de’ lastrici ch’essi fanno che si spaccano, anzi si disfanno dopo poco tempo. Chi non ha la casa coverta da un tetto bisogna che stia sotto i torrenti di pioggia che scorre per ogni lato sul suo capo dai detti pessimi lastrici. La cagione principale di cotesto inconveniente è che la composizione de’ lastrici attuali consiste nella calce, poca tegola ed una gran quantità di petruzze minute. Queste però, mentre non possono sorbire la calce liquida, ed impregnarsi bene di essa perchè non sono porose, hanno anche per necessità le loro punte, ed i loro tagli. Questi sotto il calpestio rodono e scompongono la massa del lastrico non ligata per se stessa ed unita insieme a perfezione per la mancanza di elementi soffici che possano sorbire bene la calce liquida. Si aggiugne a ciò anche la poca e troppo esile doppiezza che si dà a cotesta cattiva pasta.

La solita ciarlataneria di questa gente si scusa col dire che manca in Ruvo il materiale per formare buoni lastrici. Scusa sciocca ridicola e pienamente smentita dall’eccellente antico lastrico da me trovato nella bottega di un povero artigiano! Questa scoverta pruova che il materiale ivi non manca, e che gli antichi muratori Ruvestini sapevano conoscerlo ed adoperarlo così bene che i loro lavori dopo tanti secoli hanno resistito anche alla forza dei ferri coi quali io feci tagliare quel lastrico in pezzi regolari per conservargli.

A troncare sì fatti insulsi pretesti, mi applicai a far l’analisi della composizione del detto antico lastrico. Trovai ch’era lo stesso formato di calce, la quale in Ruvo è eccellente, e di una pietra che in quella Regione è chiamata carpino. Bisogna quì osservare che la pietra suddetta per se stessa porosa è di tre specie. La prima di esse, comunque anche porosa, è durissima e pesante. Si adopra quindi a trebbiare le messi facendo ruotare in giro dalle cavalle sull’aja de’ grossi pezzi di essa lavorati ed adattati a questo uso. Resistendo anche molto bene al fuoco, è utile adoperarla nella formazione de’ focolari, poichè le pietre ordinarie rimangono presto dal fuoco o spaccate, o calcinate.