La seconda specie è frivolissima, e si riduce in polvere col solo maneggiarla. La terza poi ha una qualità media tra la prima e la seconda. Ha bastante solidità e consistenza, ma senza molta durezza. Sorbisce i fluidi, ed in conseguenza anche la calce liquida, e si presta a formare una massa ben connessa sotto i colpi della mazzuola. Venni da ciò ad assicurarmi che cotesta specie di carpino può supplire benissimo il così detto lapillo che si adopra in Napoli e contorni nella formazione de’ lastrici, il quale manca in quella Provincia.
Di questa specie di carpino è formato l’antico lastrico di cui sto ragionando. Volli quindi farne un saggio nella pratica. Diffidando giustamente de’ muratori Ruvestini, adoperai un abile maestro di altro paese. Feci tritare in minuti pezzi quel carpino di cui ho parlato, e lo tenni per dodici giorni ad abbeverarsi di calce liquida. Indi feci gittare il lastrico e batterlo bene colle mazzuole come si batte in Napoli. Il lastrico formato a questo modo è riuscito buono, e sarebbe stato anche migliore se si fosse fatto più doppio. Ma tutta la mia attenzione non fu bastante a correggere compiutamente l’abitudine contratta da tutti i muratori di quella Provincia di fare lastrici troppo sottili, mentre l’antico lastrico di cui ho parlato ha una doppiezza uguale a quelli che si fanno in Napoli e contorni.
Se cotesto saggio da me fatto non è bastato a scuotere la caparbietà de’ muratori Ruvestini, bisogna dire che trovano essi il loro conto nel fare lastrici cattivi per rifargli di nuovo dopo poco tempo, o ch’è troppo vero ciò che disse Orazio Naturam expellas furca, tamen usque recurret. Valga però questa digressione a tenere avvertiti i miei concittadini onde non si facciano più raggirare dalla loro ciarlataneria. Insulta questa anche la Provvidenza, la quale ha largamente provveduto l’agro Ruvestino di tutto ciò che può essere necessario o utile ai bisogni della vita umana.
CAPO VII. Notizie della città di Ruvo fino all’epoca de’ Normanni.
Il silenzio de’ Scrittori Greci e Latini scampati alla ingiuria del tempo sulla origine della nostra città, che non senza una ragione Paciucchelli la dice antichissima e quindi oscura, rendeva assai scabrosa la indagine di essa. È perciò che Uomini, comunque dottissimi, i quali non si sono di proposito occupati a penetrare in quei bujo che la cuopriva, hanno smaltite delle cose incoerenti tanto sulla sua nomenclatura che sulla etimologia di essa. I tempi però in cui fiorirono li detti antichi Scrittori erano illuminati. Da ciò che hanno lasciato scritto sulla Regione in cui la nostra città è sita, e sulle Greche colonie dalle quali fu questa occupata ed abitata, dalle sue antiche monete, e dai pregevolissimi monumenti delle belle arti antiche ivi rinvenuti, ho potuto prendere quelle fiaccole le quali mi hanno messo in grado di spingere innanzi i miei passi in mezzo a tanta oscurità.
Eccoci ora ad un’epoca d’ignoranza di barbarie di distruzione e di servitù, qual è quella che dopo la caduta dell’Impero di Occidente portarono nella sventurata Italia le invasioni de’ Popoli settentrionali non meno che de’ Saraceni. Mancata, anzi spenta la coltura, donde attingersi una storia ordinata della nostra città? Attesa la ragione de’ tempi e la qualità de’ Scrittori che poteva la stessa produrre, non è poco che si conoscono almeno in generale i fatti principali avvenuti nella Italia.
Francesco Maria Pratilli nel precitato suo libro Della via Appia tra le poche cose che ha dette della nostra città, che fa ora tanto parlar di se, reca ciò che siegue: Patì Ruvo le sue sciagure dai Goti senza che dal Greco Imperatore Zenone le si potesse porgere sollievo ed ajuto, ed allora fu che addivenne ella povera di abitanti passati altrove a far domicilio. Nè a minori ruine dovette ella soccombere per lo furore de’ Saraceni e de’ Longobardi che guerreggiavano coi Greci al rapporto de’ Cronologi di quel tempo[142]. Si è da alcuno detto anche che fu dai Goti distrutta ed uguagliata al suolo.
Credo bene che a quell’epoca di distruzioni e di depredazioni non abbia potuto la mia patria sottrarsi a quelle sciagure alle quali soggiacquero tante altre città della misera Italia. Ne dà anzi di ciò forte argomento la circostanza da me rilevata nel Capo precedente che l’attuale città di Ruvo si vede edificata sulle rovine dell’antica città. È anche notabile che mentre la stessa sotto tutti i rapporti era una città considerevole, niun vestigio è rimasto fuori terra di fabbriche le quali presentino una rimota antichità, il che pruova di esser queste rimaste tutte distrutte dalle fondamenta. Ma dal Pratilli e da altri si son dette queste cose senza essersi citati gli Scrittori dai quali si son tratte. A tal modo in vero si può dire tutto ciò che si vuole.
Dalle Cronache però che han parlato de’ fatti di quell’epoca da me lette, nulla di particolare ho potuto rilevare. Nel riportarsi in esse i fatti avvenuti in quella Provincia, si sono tutto al più limitate a parlare di quelli che hanno riguardata la città di Bari ch’era la più importante, giacchè tutte le altre di second’ordine seguivano ordinariamente la sorte di essa. Ben di rado delle dette città minori si trova per alcuna di esse qualche cenno.
Ad ogni modo se qualche cosa per avventura mi è sfuggita, non ne son dolente. Era cosa interessantissima, e nel tempo stesso gloriosa per la mia patria il sottrarre alla oscurità la sua antichissima e nobilissima origine. Per potervi riuscire nulla ho risparmiato, e nulla ho omesso. Ma qual pro per la stessa e per me nell’affaticarmi di vantaggio a rintracciare le notizie di que’ guasti che ha potuto soffrire da barbare Nazioni, ed esacerbare il mio animo col percorrere que’ fatti che sarei costretto cento volte a pentirmi di non avergli lasciati in un profondo oblio? Ringrazio l’Altissimo ch’è rimasta ella superstite a tante ruine, mentre tante altre città sono state distrutte, senza essere più risorte. Lascio coteste tristi e spiacevoli minutezze (se pur se ne possono aver le tracce) a chi sia vago di esse, ed abbia più tempo minori anni, e più valida salute di me. Mi limiterò quindi a quelle poche notizie che vi sono dell’epoca de’ Normanni, senza innoltrarmi di vantaggio nelle ricerche di que’ tempi che precederono la loro dominazione, nelle quali certamente il profitto non avrebbe potuto adeguare il travaglio e ’l fastidio che sarebbero costate.