Essendo però ivi accorso il Re con poderoso esercito, dovè cedere alla forza maggiore, si rese esule dal Regno e perdè li suoi feudi. Tutte le città della Puglia ritornarono alla ubbidienza del Re. Non vi può esser dubbio che in questo vortice si trovò ravvolta anche la nostra città, ma nulla di particolare s’incontra sul conto di essa. Morto Guglielmo I nell’anno 1167, e succedutogli nel Regno il di lui figliuolo Guglielmo II, il Conte Roberto di Basavilla ch’era prezzato ed amato da tutti i Grandi del Regno e dalle città della Puglia specialmente, come il precitato Scrittore anche dice, fu richiamato dal suo esilio, ritornò in grazia del Re, ed ebbe dallo stesso conceduta di nuovo la Contea di Loritello, ed anche quella di Conversano, come ci fa sapere il precitato Romualdo Salernitano[160].

Ora il più volte citato Catalogo de’ Baroni che diedero i soldati per la spedizione di Terra Santa è dell’epoca di Guglielmo II detto il Buono come innanzi si è osservato. Si rileva da esso che la città di Ruvo formava parte a quel tempo della Contea di Conversano, ma non si dice chi fosse stato allora il Conte di Conversano. Sapendosi però dalla Storia ch’era questi Roberto di Basavilla è conseguenza che a lui anche apparteneva la città di Ruvo che dipendeva dalla Contea suddetta.

Non si conosce fino a qual tempo l’abbia egli posseduta, e chi sia stato il di lui successore. Morto Guglielmo II nell’anno 1188 e passato il Regno a Corrado Svevo per quelle vicende che sono riportate nella Storia, sappiamo ciò che siegue dalla Cronaca di Riccardo da S. Germano. Nell’anno 1197, anno della morte del detto Corrado e primo anno del Regno di Federico II, Imperatrix (cioè la vedova di Corrado) filium suum in Marchia apud Hesim civitatem relictum sub Ducatu dicti Cœlani Comitis, et Berardi Laureti Comitis et Cupersani, ad se duci jubet in Regnum, et de Apulia in Siciliam transmeare[161]. Sappiamo da ciò che Conte di Conversano era allora cotesto Berardo. Se sia stato costui figliuolo del Conte Roberto di Basavilla o altri non mi è riuscito verificarlo. Chiunque però sia stato, come Conte di Conversano è conseguenza che abbia posseduta anche la città di Ruvo.

Quì finiscono le notizie di quell’epoca. Non si conosce in qual tempo ed in quale occasione la nostra città sia rimasta distaccata dalla Contea di Conversano, ed abbia cominciato a costituire un feudo a se separato e distinto, poichè mancano i pubblici registri che potessero indicarlo. Che tal separazione però era già seguita all’epoca della Dinastia Angioina anderemo a vederlo nel Capo che sussiegue. È penoso il passaggio dai secoli felici della nostra città a quelli della feudalità. Allora l’agricoltura e la industria che produceva la sua opulenza faceva in essa fiorire nel grado il più eminente le scienze e le belle arti, delle quali ne abbiamo tanti pregevoli monumenti. La feudalità al contrario spenta la industria, e con essa anche il gusto e ’l genio, fu apportatrice di tante servitù, suggezioni, restrizioni ed estorsioni, delle quali i nomi soltanto che si leggono ne’ Lessici del medio evo, e ne’ Scrittori feudisti bastano a far raccapricciare, e non potevano produrre altro che avvilimento e miseria. La Storia però deve seguire il tempo.

Sono queste le poche e scarse notizie che ho potuto riunire dell’epoca de’ Normanni. Si vanta anche la rimota antichità di quel Vescovado, del quale dice Ferdinando Ughellio: Hujus civitatis maximum ornamentum esse potest quod inter Italicas urbes una ex primis fuerit, quæ S. Petro Apostolorum Principe prædicante hauserit Evangelii lumen anno salutis XLIV, et fert traditio primum Rubensem Episcopum ab eodem Petro consecratum Cletum, qui post Linum et Clementem Pontificatum gessit, cujus solemnis dies agitur, veluti civitatis Patrono[162].

Si dice inoltre che Epigonio Vescovo di Ruvo intervenne al Concilio di Cartagine insieme con S. Agostino. Che negli atti di S. Sabino esistenti in un Codice che si conserva nella Biblioteca di Montecasino al num. 289 fol. 246 si legge che Gelasio Papa nell’anno 443 fu in Barletta per la consecrazione della Chiesa di S. Andrea Apostolo, e che tra i Vescovi invitati a quella sacra funzione vi fu anche Giovanni Vescovo di Ruvo.

Non ignoro di esservi stato anche qualche Scrittore il quale ha opinato che il nostro Vescovado sia meno antico. Mi astengo però dall’entrare in tal discussione. L’oggetto principale che mi ho proposto in questo mio lavoro è stato quello di squarciare il velo che teneva ascosa la rimotissima ed illustre origine della nostra città. Nulla in ciò può influire la maggiore o minore antichità del suo Vescovado. Cotesta indagine dipende dalle ricerche nella Storia Ecclesiastica, ed in quella de’ Concilj. Farà sempre cosa laudabile quegli de’ miei concittadini il quale volesse occuparsi di proposito ad illustrare cotesto argomento.

A me basta l’aver fatto valere la considerazione dell’antichità del nostro Vescovado per sottrarlo alla soppressione che si trovò nel pericolo di subire nella esecuzione dell’ultimo Concordato colla S. Sede. Era in fatti questa sul tappeto a causa della tenuità delle sue rendite accresciuta vie più dalla poca avvedutezza colla quale alcuno de’ passati Vescovi aveva fatte delle permutazioni di fondi pregevoli della Mensa Vescovile con altri fondi di minor pregio e valore.

Tal soppressione spiaceva molto a quella Popolazione. Il Decurionato quindi si rivolse a me, e mi onorò dell’incarico di adoperarmi perchè la nostra città non avesse sofferto tale sfregio, e per far valere una calda supplica rassegnata al Re per la conservazione del suo Vescovado. Vi prese anche una parte attivissima il Capitolo di quella Cattedrale che spedì in Napoli due Deputati dai quali fui assistito con molta efficacia.

Furono questi il fu Canonico Teologo D. Michele Cassano di onoratissima memoria, e ’l mio cugino Primicerio D. Domenico Chieco, uomini entrambi molto istruiti, colti e pieni di zelo pe ’l lustro tanto della nostra città che della nostra Chiesa. Mi provvidero essi di una memoria molto opportuna sull’antichità di quel Vescovado. Fu questa presentata a S. E. il Signor Marchese D. Donato Tommasi Ministro allora di Grazia e Giustizia, e degli Affari Ecclesiastici, poichè la considerazione dell’antichità era molto valutata in simili discussioni.