Non si mancò di quel calore impegno ed assistenza che la cosa esigeva. I voti di quella Popolazione rimasero appagati. Il Vescovado di Ruvo fu conservato ed unito a quello di Bitonto æque principaliter con Bolla del Pontefice Pio VII di veneranda memoria del dì 27 Giugno 1818. E poichè il primo fu riconosciuto come un Vescovado più antico del secondo, prese il Vescovo il titolo di Vescovo di Ruvo e Bitonto, e non già di Bitonto e Ruvo come pretendevano i Signori Bitontini troppo attaccati al fumo. Tranne però cotesta mera frivolezza, è stata una combinazione molto opportuna che due delle più antiche città della Peucezia siano rimaste a tal modo riunite anche ne’ loro rispettivi Vescovadi.
CAPO VIII. Notizie della città di Ruvo al tempo della Dinastia Angioina.
Niuna notizia della nostra città mi è riuscito incontrare dell’epoca de’ Svevi. Coloro che si occupano a scrivere in generale la Storia di un Regno è ben difficile che possano entrare ne’ fatti particolari delle città quando non si tratti di avvenimenti rumorosi che meritino di essere tramandati alla posterità, o non siano mossi da motivi di predilezione a parlar di esse. Niuna notizia ho potuto trarre dall’archivio comunale. Oltre la somma difficoltà che vi è che possa qualsivoglia città conservare documenti che rimontino ad un’epoca molto rimota, le antiche carte che si conservavano nell’archivio della nostra città prima della metà del passato secolo le furono tolte a viva forza dalla prepotenza del Duca d’Andria Ettore Carafa, come più giù anderò a dirlo.
In quanto ai pubblici Registri di quell’epoca nel grande Archivio del Regno si conservano appena pochissime carte dell’Imperatore Federico II scampate alla ingiuria dei tempo. Fin dall’epoca de’ Normanni si erano introdotti i pubblici Registri chiamati Defetarj, ne’ quali erano notate esattamente tutte le città terre e castelli conceduti in feudo. Cotesti Registri interessavano lo Stato sotto un doppio rapporto. Il primo per i casi di devoluzione de’ feudi conceduti. Il secondo per conoscersi i feudatarj obbligati a prestare il servizio militare con un certo numero di militi in tempo di guerra. Continuarono cotesti Registri anche al tempo del detto Imperatore Federico sotto altro nome poichè nelle sue Costituzioni che vanno registrate nel Codice delle nostre antiche leggi sono chiamati Quaterniones Curiæ, Quaterniones Dohanæ nostræ, Quaterniones Dohanæ nostræ Baronum[163].
Cotesti Registri sarebbero stati di ajuto alla Storia almeno di quelle città che avevano avuta la disgrazia di essere concedute in feudo, tra le quali vi fu anche Ruvo conceduta in feudo fin dal tempo de’ Normanni come si è veduto nel Capo precedente. Cotesti Registri però si son dispersi. Li Registri più antichi che si conservano nel grande Archivio del Regno sono quelli de’ Sovrani Angioini intitolati Archivium Magnæ Curiæ Regiæ Syclæ, dai quali ho tratti i Registri Angioini innanzi riportati. Nè sono questi tampoco interi. Ve ne sono molti o rimasti mutilati, o dispersi nel tumulto popolare dell’anno 1701. Eccomi dunque a riportare le poche notizie che da essi si hanno.
Nel dì 29 Settembre 1269 si vede spedito un privilegio della concessione in feudo fatta della nostra città dal Re Carlo I di Angiò. Dice in esso il Re che per ricompensare grandia, grata, et accepta servitia quæ Rodulfus de’ Colna dilectus miles familiaris et fidelis noster Serenitati nostræ exhibuit[164], veniva a donargli Castrum Rubi cum Foresta ET CASALIBUS territoriis et omnia bona sua in Justitiariatu Terræ Bari, et Castrum Florentiæ situm in Justitiariatu Basilicatæ cum hominibus vassallis possessionibus vineis terris cultis et incultis planis montibus pratis nemoribus pascuis omnibus etiam aquis aquarumque decursibus aliisque juribus jurisdictionibus et pertinentiis eorumdem quæ de dominio in dominium et quæ de servitio in servitium etc.
Dalle trascritte parole viene a rilevarsi che la nostra città aveva allora i suoi Casali espressamente compresi nella precitata concessione. Si seguitò quindi a dire Deliberatione mera et speciali investientes ipsum Rodulfum prædicto modo per nostrum anulum de Castris et Casalibus supradictis ita quod tam ipse quam ipsi prædicti heredes sui dicta Castra et Casalia a nobis nostrisque in Regno Siciliæ heredibus et successoribus perpetuo in capite teneantur etc.
Sono inoltre notabili le seguenti riserbe che il Re si fece. Exceptis nobis et prædictis in Regno nostro heredibus et successoribus jussimus fidelitate feudatariorum si qui sunt, et universorum hominum ipsorum Castrorum et Casalium etc....... Exceptis et causis criminalibus, pro quibus corporalis pœna mortis videlicet vel amissionis membrorum vel exilii debebit inferri: collectis quoque quæ dictorum Castrorum et Casalium hominibus imponemus, quæ integraliter et libere per nostram Curiam exigentur. Moneta etiam generali quæ pro tempore de mandato Curiæ nostræ cudetur in Regno quam et non aliam universi de ejusdem Castris et Casalibus recipient et expendent. Defensis insuper quæ a quibuscumque personis invocato nostro nomine ipsorum Castrorum et Casalium hominibus imponentur et contemptæ fuerint quarum cognitio et castigatio ad solam nostram Curiam pertinebit....... Reservato etiam nobis quod equitaturæ et animalia aratiarum et massariarum nostrarum possint libere pascua sumere in pertinentiis et territoriis Castrorum et Casalium eorumdem[165].
Dall’esposto Registro si rileva con sicurezza che aveva la città di Ruvo in quel tempo i suoi Casali abitati, poichè replicate volte si parla degli uomini di essi. Si rileva del pari che i Casali suddetti avevano una dotazione di territorio, poichè si riserbò il Re il dritto di far pascere anche in esso gli animali delle sue razze. I nomi però de’ già detti Casali non si conoscono perchè non si trovano espressi nel detto Privilegio, ed essendo rimasti distrutti da un’epoca da noi molto lontana, se n’è perduta ogni memoria. Non è quindi inutile l’indagare in quali punti del territorio di Ruvo esser potevano situati cotesti villaggi utilissimi sempre alla economia agraria.
Il plurale Casalibus adoperato nel trascritto Diploma di Carlo I pruova ch’erano questi più d’uno. Dalle osservazioni fatte e dalle indagini che ho anche prese ho tutta la ragione di credere che li casali suddetti fossero stati non meno di tre, e che uno di essi sia stato situato nella contrada delle matine a sei miglia di distanza dalla città, l’altro nella contrada denominata calentano a quattro miglia di distanza, e l’altro in quella delle strappete ch’è in un sito medio tra l’una e l’altra, ed anche a quattro miglia di distanza dalla città.