Nella contrada delle matine possiede la mia famiglia una vasta masseria di semina. Forma parte di essa un pezzo di terreno di circa quaranta moggia sul lato sinistro della pubblica strada che da Ruvo mena a Gravina, il quale porta tuttavia il nome di casali. Lo stesso nome portano anche i terreni situati sul lato opposto della strada suddetta, i quali formano parte dell’altra masseria di semina che apparteneva al fu D. Saverio Montaruli, il quale l’aveva ereditata dalla famiglia Modesti ora estinta.
Il nome di casali ritenuto dai terreni suddetti fino ai nostri giorni sveglia la idea che vi sia stato in quel sito sulla detta strada di Gravina uno de’ casali cennati nel diploma suddetto. Confermano questa conghiettura le seguenti rilevantissime circostanze. Gli uomini di campagna affermano che i terreni adiacenti ai luoghi suddetti ora solcati dall’aratro siano stati un tempo coltivati colla zappa. Ne’ miei terreni inoltre si son trovate fabbriche dirute, antichi sepolcri di povera gente, monete antiche, ed anche una pietra di anello pregevole per la sua incisione e per una leggenda greca, la quale essendo stata a me occultata dal mio massajo, venni dopo a sapere ch’era passata in altre mani.
È notabile anche che in quel pezzo di terreno che porta precisamente il nome di casali vi è tanta quantità di pietre ch’esce positivamente dall’ordinario. Tra esse ve ne son molte che hanno ancora attaccata la calce, siccome anche vi sono pezzi di embrici rotti. Delle pietre suddette dopo averne consumate moltissime nella costruzione di un forte pariete lungo la strada di Gravina, ve ne rimasero tante che per rendere il terreno più atto e più utile alla coltura, mi vidi obbligato a farne formare di esse nel fondo istesso delle grosse macerie. Una quantità di pietre così sterminata non si può ripetere d’altronde che dalle fabbriche dirute delle abitazioni che dovevano esservi un tempo in quel sito.
Non minore è la quantità delle pietre ne’ terreni contrapposti della masseria del fu D. Saverio Montaruli, ed anche lì si vedono pietre tuttavia incalcinate ed embrici rotti. Vi sono ivi inoltre gli avanzi di picciole case, alcune delle quali unite insieme e messe in fila, ed altre isolate. È notabile anche che de’ sepolcri antichi trovati da quel lato ve ne sono stati di quelli formati con casse di pietra di tufo incavato ad un solo pezzo, che col linguaggio del luogo si chiamano pile. Due di esse si vedono situate accanto al pozzo delle matine detto del manganello e si fanno ora servire per abbeverare gli animali.
Coteste casse e pe ’l lavoro e pe ’l trasporto di esse da luoghi lontani, poichè nel territorio di Ruvo non vi sono cave di tufo, dovevano costare qualche spesa. È da credersi quindi che fossero le stesse servite per la sepoltura delle persone più agiate del villaggio suddetto. Nello stesso luogo dieci anni indietro fu trovato anche un cimitero di figura rettangolare lungo palmi trenta e largo palmi dieci pieno di ossa e di teschi umani. Queste circostanze menano a conchiudere che doveva esservi in quel sito uno de’ casali situato parte sui terreni della mia masseria, e parte su quelli della masseria del Signor Montaruli dall’uno e dall’altro lato della pubblica strada di Gravina.
Rispetto poi al luogo denominato calentano tutte le circostanze concorrono per farmi credere che vi sia stato in quel sito un altro villaggio forse di maggior considerazione, e rimasto disabitato in epoca meno antica. Vi è ivi un pezzo di terreno del perimetro di circa un miglio, il quale porta il nome di casali di calentano. Oltre le immense macerie che in esso vi sono di pietre coacervate dette volgarmente specchioni, si vede anche il terreno coperto di pezzi di tufo, di embrici rotti in minuti pezzi e di calcinacci, il che fa credere la disabitazione meno antica. Si vedono inoltre molte pietre assestate dal martello, lavorate dal picone, o incrostate da fortissimo cemento.
Per formare una idea della immensa quantità di pietre che ivi vi è basta dire che il Primicerio D. Domenico Chieco innanzi nominato comprò nell’anno 1841 dagli eredi del fu Pasquale Cantatore una masseria di semina, nella quale va inclusa una porzione del già detto pezzo di terreno denominato casali di calentano. Li periti di consenso nominati per valutare la masseria suddetta detrassero dal prezzo di essa il valore di dieci moggia di terreno in compenso di quello che rimaneva ingombrato dalle pietre e rottami suddetti. Si sono in fine in quel luogo trovati sempre, e si trovano tuttavia sepolcri di povera gente.
Vi è ivi rimasta inoltre una Chiesa antichissima, benchè restaurata di tempo in tempo, e questa non picciola, dedicata alla SS. Vergine Annunziata che porta il nome di S. Maria di Calentano, con una comoda abitazione pe ’l Cappellano. Nello spazioso atrio murato della Chiesa suddetta si vedono le fabbriche dirute di due decenti appartamenti l’un dall’altro segregati. Uno di essi apparteneva al Vescovo di Ruvo, l’altro alla Casa Baronale, il che conferma vie più la idea che doveva esser quello un villaggio più prezzato. Non essendosi avuta più cura degli edificj suddetti da sessant’anni in qua sono entrambi crollati.
Grande è la venerazione che i Ruvestini hanno ritenuta per la sacra immagine della SS. Vergine che vi è in quella Chiesa, ed è anche molto bella. Nel dì della sua festa che ricade nel dì 25 Marzo si portano ivi a torme per adorarla, e per far indi delle liete ricreazioni annesse sempre a coteste divote spedizioni, le quali vengono da molti replicate anche all’ottavo giorno della festa suddetta. Quel culto ritenuto da tempo antichissimo dai Ruvestini è comune anche agli abitanti delle convicine città di Andria, Corato e Terlizzi. Di modo che ben si può dire di esser quello un piccolo Santuario delle convicine Popolazioni, le quali, come anderò a dirlo nel susseguente capo, sono nate nell’agro Ruvestino.
Da un tempo ch’eccede ogni memoria d’uomo il Capitolo di Ruvo ha presa cura di quella Chiesa, e vi ha mantenuto, come tuttavia vi mantiene un Cappellano coll’obbligo di far ivi una fissa residenza, con aversi dal Capitolo come presente tanto nel Coro, quanto ne’ mortuarj. È notabile che dev’esser questi un Canonico di quella Cattedrale. La elezione di esso si fa ogni tre anni nel dì degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo. Tale elezione si fa nel Capitolo Preminenziale, cioè coll’intervento delle sole Dignità e Canonici, esclusi i Partecipanti. Sulla proposta delle due prime Dignità nomina il Capitolo due Canonici a voti segreti. Monsignor Vescovo ne sceglie uno di essi, e con suo decreto gli conferisce il titolo di Cappellano di S. Maria di Calentano.