Il Cappellano suddetto ritrae un utile tanto dalle offerte de’ divoti che ivi si portano per adorare la SS. Vergine, quanto dalle spontanee prestazioni di cereali che riceve in tempo della messe dalle numerose masserie di semina de’ Ruvestini e de’ Coratini stabilite nelle vicinanze della Chiesa suddetta. Dalle cose premesse intanto si può arguire che allora quando il villaggio che a mio credere vi era in quel sito rimase o distrutto o abbandonato sia per le guerre, sia per altre cagioni, e gli abitanti si ritirarono nella città, non fu per questo obliato il culto di quella sacra immagine che dai Ruvestini, ed anche dalle convicine Popolazioni fu ritenuto fino ai nostri giorni.

Tanto più è ciò a credersi, quanto che non manca in Ruvo una antica Chiesetta dedicata anche alla SS. Annunziata, dalla quale ha preso il nome quello de’ quartieri della città ch’è alla stessa adiacente. Essendosi, malgrado ciò, ritenuto da quella Popolazione il culto della lontana Chiesa di calentano sotto lo stesso titolo, pare che cotesta antica usanza si possa benissimo ripetere dalla divozione che conservarono per la loro antica Chiesa gli abitanti del villaggio di calentano che si ritirarono nella città.

Altro villaggio pare che abbia dovuto esservi nella contrada denominata le strappete alla distanza di quattro miglia dalla città nel sito medio tra calentano e le matine. Si vedono ivi due pezzi di terreno a poca distanza l’uno dall’altro, uno di un miglio di circuito, e l’altro un poco meno. Il primo porta il nome di casali di Siniscalchi, e l’altro secondo di casali di Covelli dai nomi degli antichi proprietarj di essi. Ambi cotesti pezzi di terreno formano ora parte della vasta masseria di semina posseduta dai Signori Chieco miei congiunti, e da essi acquistata con diversi contratti.

Tanto nell’uno che nell’altro pezzo di terreno vi è una immensa quantità di pietre, molte delle quali lavorate a picone, e tuttavia incalcinate. Vi sono inoltre molti rottami di embrici, e di vetri bianchi e neri sparsi nel terreno. Moltissimi sepolcri rustici si son anche ivi sempre trovati e tuttavia si trovano, in uno de’ quali ultimamente fu rinvenuta pure una lancia. Si son ivi di quando in quando similmente disotterrate antiche monete di rame, di argento ed alcune di oro, delle quali per altro nulla può dirsi, perchè di cotesti oggetti sono sempre fraudati i proprietarj de’ fondi, e non vengono ad averne notizia che quando son essi già passati in altre mani.

Dalle predette circostanze delle quali sono stato minutamente informato dal prenominato mio parente Primicerio D. Domenico Chieco che ha secondate efficacemente, e con molta utilità coteste mie investigazioni, viene a risultarne che vi erano ivi del pari o due piccioli villaggi a poca distanza l’uno dall’altro, il che non è cosa nuova, o un solo villaggio diviso in due quartieri, poichè gli avanzi delle antiche abitazioni tanto nell’uno che nell’altro de’ due precitati pezzi di terreno cadono sotto i sensi. Gli antichi sepolcri ivi rinvenuti in gran numero formano una convincente testimonianza dell’antica abitazione di que’ luoghi, poichè ove si trovano i morti bisogna che vi siano stati anche i vivi.

Mi lusingava almeno per calentano di poter trarre utili notizie dall’Archivio Capitolare. La cura che da tempo immemorabile ha preso il Capitolo dell’antichissima Chiesa che ivi vi è, la qualità Canonicale richiesta nel Cappellano che viene dallo stesso nominato, il Rito che si serba nella elezione di esso, e l’obbligo della fissa residenza che gli viene imposto, mi facevano credere che avessero potuto ricevere una conveniente spiegazione dalle antiche memorie o tradizioni registrate nelle carte Capitolari, le quali avessero messo capo nell’epoca della disabitazione di quel villaggio. Ne scrissi quindi all’attuale Signor Arcidiacono D. Vincenzo Ursi, Ecclesiastico pieno di coltura e di entusiasmo per le cose patrie, onde avesse fatte praticare nell’Archivio suddetto le opportune diligenze, come si è fatto.

Sono state queste però poco fruttifere. Si è trovata in esso un’antica pergamena la quale contiene un pubblico strumento del dì 11 Novembre 1392 stipulato, mentre regnava il Re Ladislao, dal Notajo Ruvestino Cobello de Concilio in quella Chiesa Cattedrale tra il Vescovo e ’l Capitolo di Ruvo da una parte, e Giovanni de Mapono di Ruvo dall’altra. Permutarono essi tra loro col detto strumento le seguenti proprietà, cioè il Vescovo e ’l Capitolo, Domum unam ortatam sitam intus in dicta civitate Rubi in loco Porte de Noha juxta domum aliam ipsius Joannis de Mapono, domum et ortum Angeli Roberti de Ruta et alios confines cum orticello uno prope ipsam domum, arbore una........ et puteis omnibus intus et extra ipsam domum et orticellum.

E ’l detto Giovanni de Mapono, Medietatem tenimenti quondam Tafuri et Andreuccie sue sororis siti in Territorio dicte civitatis Rubi, et pertinentiis Stiliti in loco Sancte Marie de Calentano, et Sancti Pauli, et circum circa, juxta silvam Caurate, juxta silvam Rubi, juxta reliquam mediatem pro indiviso ipsius tenimenti prædictorum Domini Episcopi, Primatum Canonicorum et Capituli memorati, cum medietate omnium cisternarum puteorum terrarum omnium aliorum jurium eorumdem, et cum omnibus infra se habilis et contentis pertinentiis omnibus juribus et utilitatibus eorundem et introitibus etc.

Nell’antica Platea inoltre del Capitolo, ove sono riportate tutte le sue possidenze si trova il seguente notamento: Tenimentum Sanctæ Mariæ de Calentano, Sancti Pauli, et Purchingiani in eodem loco Calentani spectans nostræ Mensæ Episcopali Rubensi his finibus limitatum secundum divisionem factam inter nos Petrum Perrensem Episcopum Rubensem ex una parte, et Capitulum Majoris nostræ Rubensis Ecclesiæ ex parte altera, prout patet ex contractu publico celebrato inter nos subscriptos nominatos per manus Notarii Angeli Lisii de Mondellis de Rubo sub anno Domini millesimo quadringentesimo sexagesimo sexto. Die.... mensis Junii Sextæ Indictionis. Di cotesto strumento non si è potuto avere veruna traccia.

Due sono le illazioni che dalle precitate due scritture possono trarsi. La prima è la rimota antichità della Chiesa di S. Maria di Calentano di cui si fa in esse menzione, il che accredita la conghiettura che sia la stessa appartenuta ad uno di que’ villaggi de’ quali si fa menzione nel precitato diploma di Carlo I di Angiò[166]. La seconda che i terreni ivi posseduti in comune, ed indivisi dal Vescovo e dal Capitolo di Ruvo abbiano potuto un tempo appartenere alla Chiesa suddetta, e colla disabitazione del villaggio che ivi vi era furono da essi occupati, una coi due appartamenti che vi erano nell’atrio della Chiesa istessa, de’ quali uno tuttavia esiste, ed è abitato dal Cappellano che il Capitolo vi destina, e l’altro ora diruto era destinato all’abitazione del Vescovo quando ivi si conferiva. Li terreni suddetti montano a circa settecento moggia, e sono rimasti censiti in forza della legge sul Tavoliere di Puglia dell’anno 1806 ai fittuarj che si trovarono in quell’epoca in possesso di essi, come terreni azionali del Tavoliere suddetto appartenenti ai Luoghi Pii.