Vedo bene che le cose da me dette relativamente ai detti antichi villaggi non sono che conghietture mancando qualunque memoria certa e sicura del nome e del sito di essi. Costando però dal precitato Registro di Carlo I che a quel tempo nell’agro Ruvestino vi erano i villaggi, avendo inoltre i luoghi da me cennati ritenuto il nome di casali, e trovandosi in essi le tracce sicure e permanenti delle antiche abitazioni, manca ogni ragione per potersi contraddire le conghietture suddette. D’altronde non saprei in vero indicare altri luoghi più opportuni di quelli che ho cennati per la situazione de’ casali suddetti. Al tempo del Re Carlo I di Angiò non era più il territorio di Ruvo dai tre lati orientale settentrionale ed occidentale quello stesso ch’era al tempo di Strabone di Plinio e di Tolomeo. Dai lati suddetti lo avevano molti secoli prima ristretto e raccorciato le dotazioni di terreno date alle novelle città surte dal lato del mare Adriatico e da quello dell’Ofanto.
Non fu però così dal lato meridionale. Non essendo surta da quel lato veruna novella città, conservò Ruvo almeno nella massima parte il suo antico territorio, il quale s’innoltra verso il Garagnone, Gravina ed Altamura per lungo tratto nella Regione della Peucezia detta da Strabone montosa et aspera che porta oggi il nome di Murge. Cotesta contrada nella massima parte non è nè coltivata, nè coltivabile, perchè coverta da una catena di monticelli di vivo sasso. È però molto opportuna al pascolo, specialmente nella estiva stagione, attesa la freschezza dell’aere che ivi si respira. Nè si può dire del tutto negata alla coltura, poichè tra una collina e l’altra vi sono le vallate dette volgarmente canali, ove le correnti di acqua hanno trasportato copiosissimo terreno atto a dare abbondanti ricolte. Quindi anche in quella contrada si trovano da tempo immemorabile stabilite le masserie di semina.
Vi è inoltre dal detto lato meridionale l’antichissimo e vastissimo bosco di Ruvo molto opportuno alle industrie armentizie. Messe quindi coteste circostanze locali, non poteva non essere assai bene ideata la situazione de’ villaggi nel lato meridionale dell’agro Ruvestino. Essendo quello il lato più ampio ed esteso, e che maggiormente si allontana dalla città, utilissimo partito veniva a trarsi dalle Borgate di agricoltori e di pastori allogate nel sito intermedio, e tutte intorno al bosco suddetto che sicuramente ha dovuto essere un tempo il centro delle industrie armentizie de’ Ruvestini, come serve anche oggi di appoggio alle vaste industrie di tanti diversi proprietarj tra i quali è diviso.
Ed in vero la contrada di calentano è bellissima sotto tutti i rapporti, come lo pruovano anche le abitazioni di campagna che fino ai nostri giorni vi han tenute il Vescovo di Ruvo, e la Casa Baronale. Vi sono eccellenti terreni, e si vedono su di essi stabilite belle masserie di semina. Se però cotesti terreni in vece di essere solcati dall’aratro, come ora si fa per la molta distanza dall’abitato, fossero almeno in parte lavorati colla zappa dalle braccia forti e nerborute degli abitanti di un vicino villaggio, quale ne sarebbe il prodotto?
In quanto poi alla contrada delle matine immenso, ed incalcolabile sarebbe il vantaggio che darebbe alla stessa la presenza di un villaggio. La contrada che porta questo nome parte è nel territorio di Ruvo, e parte in quello di Bitonto che nel punto suddetto confinano tra loro. Una porzione però delle matine di Bitonto è oggi in mano anche de’ Ruvestini per particolari acquisti fattine.
Si ammira in tutta quella contrada un capriccio della Natura. Mentre tanto il territorio di Ruvo che quello di Bitonto abbondano strabocchevolmente di pietre, nella massima parte de’ terreni delle matine non ve ne ha una sola, e sono perfettamente netti di esse come i terreni della Puglia Daunia. Ovunque inoltre si scava si trovano copiosissime sorgive di acqua dolce bellissima a poca profondità di dieci o dodici palmi, ed in taluni luoghi anche minore.
Gli orti di Ruvo che sono intorno all’abitato producono squisite verdure ed in tanta copia che ne provvedono anche le convicine città. Eppur cotesti orti sono stati formati su di un suolo sommamente pietroso spurgato con una spesa immensa, e vengono irrigati dalle conserve di acqua piovana, le quali nelle grandi siccità che sono ivi frequenti possono rimanere esaurite! Or quali prodotti dovrebbero attendersi dai terreni delle matine che sono netti di pietre, se venissero preparati non già dall’aratro, ma dalla zappa? Qual vantaggio si ritrarrebbe dal beneficio della irrigazione che offrono le perenni inesauste e continuate sorgive che ivi vi sono? Quali e quante ottime verdure inoltre potrebbero ritrarsi, senza verun fastidio e dispendio, da un terreno netto di pietre a cui l’acqua non può mancare giammai in tutte le stagioni?
Ma sì fatte operazioni hanno bisogno delle braccia di una popolazione stabilita sul luogo istesso. Alla distanza di sei miglia dalla città coteste braccia non possono aversi. Ora che la Popolazione di Ruvo prodigiosamente si aumenta da anno in anno, e nelle due convicine città di Corato e di Terlizzi è andata la stessa tanto innanzi che manca il terreno alle braccia, e cerca quindi di venire a coltivare l’agro Ruvestino, perchè non imitarsi la saviezza de’ nostri Antenati? Perchè non rinnovarsi nel nostro vastissimo territorio que’ villaggi che prima vi erano? Potrebbero forse mancare i coloni che anderebbero a popolargli? Qual miglioramento ne risulterebbe dalle colonie che verrebbero a stabilirsi?
Ritornando ora alla detta concessione di Carlo I dell’anno 1269 facendosi attenzione tanto al tenore di essa, quanto agli altri Registri Angioini, viene a rilevarsi di esser rimasto escluso dalla stessa il dritto della Bagliva che il Re lo ritenne per se, forse a riflesso del pascolo che si riserbò in quel territorio per gli animali delle sue razze; quale dritto di Bagliva passato dappoi in mano del Barone per le posteriori concessioni, recò alla Popolazione di Ruvo infinite vessazioni, come anderemo a vederlo al suo luogo. È sicuro che cotesto dritto lo abbia il Re per se ritenuto. Primo perchè nelle clausole della detta concessione la Bagliva non si vede affatto nominata. Secondo perchè non solo nell’anno 1268 che precedè la concessione suddetta, ma anche negli anni susseguenti cotesto dritto continuò a rimanere di Regia appartenenza.
In fatti con Lettera Regia del dì 8 Agosto 1268, scritta da Lagopesolo a petizione del Vescovo e del Clero di Ruvo, il detto Carlo I ordinò Magistris Portulanis et Procuratoribus Curiæ Apuliæ et Aprutii che si fossero ai ricorrenti pagate le decime super Bajulatione Rubi[167]. Consimili ordini si vedono diretti agli stessi Regj Impiegati anche con altre lettere scritte da Melfi, e da Lagopesolo negli anni 1277, e 1278, e con altra del dì 20 Luglio 1279, senza la indicazione del luogo donde fu scritta, colle quali fu loro ordinato di pagarsi al Vescovo ed al Clero di Ruvo decimas proventuum Bajulationis Rubi[168]. Gli stessi ordini si vedono spediti anche dal Re Carlo II nell’anno 1304, e benchè manchi il Registro perchè disperso, n’esiste però il notamento nel Repertorio generale colla indicazione del foglio 299 del Registro disperso.