Dice dunque l’autore di essa che nella Provincia di Basilicata limitrofa colla Terra di Bari erano alla testa del partito e delle armi della Regina Roberto e ’l suo Nipote Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico e di Chiaromonte: che radunavano molta gente d’armi e che dipendeva da essi anche una numerosa schiera di Malandrini, i quali son sempre pronti ad insorgere nelle guerre di partito ove vi è da far bottino. La famiglia Sanseverino trattata dappoi con tanta crudeltà dal Re Ferdinando I di Aragona apparteneva ai detti Roberto e Ruggiero. Come variano le cose del Mondo!
Narra dunque lo Scrittore Gravinese che essendosi saputo che i già detti due Capi avevano la intenzione di attaccare la città di Gravina, ei si recò a Barletta ad Dominum Vayvodam, cioè al Comandante Ungaro lasciato dal Re Lodovico, onde ottenere un soccorso di soldati. Soggiugne indi: Tardavit autem talis succursus per dies et dies me remanente cum eis. Finaliter nuntiatum fuit dicto Domino quod civitas Rubi et castrum Terlicii, quæ, et quod erant donata præfato Domino Joanni Chucz Ungaro, per dictum Robertum de Sancto Severino erant penitus dissipanda eo quod licet civitas Rubi pro dicto Domino se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto viriliter tenebatur, et cum hominibus civitatis continue prœliabatur[191].
Passa poi a dire che i detti due Capi essendosi con tutte le loro forze avvicinati alla città di Gravina, ove vi era un partito interno che gli favoriva, fu egli obbligato a fuggirsene con una porzione de’ suoi compagni ed aderenti che a lui si unirono. Che nella loro assenza i Partigiani de’ Sanseverino persuasero il Popolo a non far loro alcuna resistenza ed accogliergli nella città da amici. Che si trattennero quindi ivi dieci giorni colla loro gente. Ma non perciò furono i Gravinesi esenti dalle uccisioni, dalle depredazioni ed estorsioni, dalle carcerazioni, dalle confische, dai maltrattamenti e dalle violenze usate da quella pessima gente alle donne le più belle. Indi passa al seguente spiacevolissimo racconto. Amoverunt inde dictum exercitum et versus Rubum militavit audacter. Erat autem castrum Rubi fortissimum sua gente munitum. Civitas vero non, sed pro Hungaris tenebatur etiam et terra Terlicii. Ad quod dum nocte pervenisset, dato signo termini custodibus dicti Castri sui adventus, subito super Rubenses cives crudeliter irruerunt. Erat autem civitas Rubi civitas fertilis, et in ea viri nobiles, divites, et prudentes. Tamen in tali minime eis profuit prudentia, quia terram murare modo debito contemserunt, præcipue versus castrum, quod inimicum habebant. Sed quod nostro reatu permissum est desuper, nulla valet prudentia, quia sic permissum fuit a Deo, ut per mortem dicti Regis Andreæ, et unius mulieris terminum, universi Regnicolæ miseri diversis periculis vexarentur. Sic placuit sibi, ut oculi omnium salutem propriam non viderent, quin diversis delictis nostris omnes multifarie puniremur. Ut autem inimicus exercitus Rubum pervenit, mandavit idem dominus Robertus quod civitas ipsa Rubi penitus curreretur, et factum est. Totus idem exercitus in facie castri constitutus contra cives dictæ Terræ potenter insurgit, et viri Rubi potenter assistunt, et durante prœlio usque ad horam meridiei transactam, intra quod temporis spatium hinc inde plurimi perierunt; tandem cum plurimi cives Rubenses in salutem uxorum et filiorum intercederent potius, quam ad defensionem communem, cessit finaliter victoria Domino Roberto jam dicto, et violenter idem exercitus ingressus est civitatem. Fugiunt omnes cives per Terram illam, et extra, et vadunt hinc inde dispersi. O quam terribilis ululatus et planctus virorum, mulierum, et infantium puerorum generis utriusque! Capiuntur multi concives miseri et carceri ducti sunt pretio redimendi: plures in fuga gladio pereunt exercitus inimici et plurimæ mulieres, virgines præcipue tortoribus impiis capiuntur: et multæ quidem ex eis carnali vituperio adducuntur. Universa robba concivium miserorum in stragictiosam prædam distribuitur exercitus memorati. Ii autem qui castri carceri ducti fuerant, prædata universaliter dicta Terra, propter consecutum recessum exercitus, diversis tormentis exponuntur, et evulsione dentium compuniuntur quasi ad ultimam paupertatem. Igitur universa ipsa civitate prædata et consumta, castrum ipsum et campanile potenter muniri præcepit, et annonas plurimas in eis immitti, opportunos stipendiarios immittens in eisdem fortelitiis campanilis et castri. Retulerunt mihi viri cives Guaranioni quod tota robba civitatis ipsius per ipsum casale ad partes Basilicatæ transivit animalium, et rerum mobilium sine fine.
Demum civitate ipsa penitus consumta et destructa, idem dominus Robertus suum inde removit exercitum et ad Terram Terlicii, in qua Hungari septem morabantur in castro cum modicis aliis familiaribus custodientibus Terram ipsam pro parte et nomine Domini Johannis Chuez sæpe dicti, cum eodem suo exercitu Terlicium ipsum potenter obsedit etc. Ma i Terlizzesi non opposero veruna resistenza[192].
Cosa avrebbero potuto far di peggio i Vandali, gli Unni o i Saraceni? A tal modo Roberto e Ruggiero Sanseverino sommettevano le città del proprio Paese in nome di una Regina, la quale non era certamente crudele ed inumana, e niuna ragione inoltre aveva di trattare i Ruvestini con tanta barbarie? Le città che si trovavano sotto la dominazione del Re d’Ungheria non erano allo stesso passate per propria elezione. Erano state bensì obbligate a cedere a quella stessa forza, a cui la Regina suddetta aveva ceduto. Lo avevano anzi fatto per di lei ordine espresso.
Ci fa sapere la Storia che quando ella non avendo forza ad opporre al Re di Ungheria si determinò ad abbandonare il Regno, convocò prima un Parlamento generale, al quale furono chiamati tutti i Baroni, i Sindaci di tutte le città del Regno, ed i Governanti della città di Napoli. In quel Parlamento essa medesima colla propria bocca dichiarò a tutti che non voleva affatto che i suoi sudditi avessero opposta resistenza al Re d’Ungheria, ed avessero richiamate su di loro maggiori calamità coll’irritarlo. Gli assolvè quindi dal giuramento a lei prestato, ed ordinò che si fossero a lui presentate le chiavi delle città e dei castelli, senz’attendersi la intimazione dell’Araldo o del Trombetta[193]. Questo tratto le fece molto onore, ed è degno in vero di somma laude.
Cuopre però di eterno obbrobrio la memoria di Roberto e di Ruggiero Sanseverino che sotto gli occhi proprj fecero commettere tanti eccessi e tante laidezze dalla rapacissima masnada da essi arrolata a danno di una città, la quale aveva serbata al Re di Ungheria quella fede che gli aveva giurata dietro il permesso, anzi dietro il comando della stessa Regina. Se il di costoro operato peccò della massima iniquità, mancò anche di Politica.
Era in questo affare d’ammirarsi per un lato il coraggio de’ Ruvestini. Mentre mancavano le opportune fortificazioni, e si trovavano stretti tra le numerose masse nemiche, e la guarnigione di quel fortissimo castello, si batterono essi valorosamente dall’alba fino a dopo il mezzodì con avere uccisi molti degli aggressori e coll’esserne caduti anche molti di loro. Nè sarebbero i primi entrati nella città se moltissimi de’ secondi trasportati dalla premura di rivedere le loro mogli ed i loro figliuoli non si fossero sconsigliatamente allontanati dal campo di battaglia.
Per altro lato la fedeltà da essi serbata al loro novello legittimo Sovrano non era men commendevole. Roberto e Ruggiero Sanseverino avrebbero dovuto valutarla e rispettarla. Cosa farne di quelli uomini i quali cangiano casacca come cangia il vento, che tengono per nulla la fede giurata e passano con indifferenza da una bandiera all’altra? Non avrebbe dovuto loro mancare il talento di capire che una Popolazione così ferma e così decisa rimessa di nuovo con umanità e dolcezza sotto la dominazione della Regina, sarebbe rimasta alla stessa riconoscente e fedele. Enimvero benignitate et clementia hostes vincere quam armis præstat: hic enim necessitate ut pareant homines inducuntur, illic voluntate[194].
Valga però il vero, non erano d’attendersi da que’ due Capi di partito questi nobili sentimenti. La fedeltà de’ Ruvestini era un rimprovero per essi che si erano resi ingrati e spergiuri. Ci fa sapere anche Domenico di Gravina che il primo de’ Sanseverineschi che si era presentato al Re d’Ungheria per prestargli omaggio era stato Ruggiero Sanseverino Arcivescovo di Salerno che fu dal Re onorato della luminosa carica di suo Consigliere e Protonotario del Regno. Roberto e Ruggiero Sanseverino Conte di Tricarico animati dal favorevole incontro del loro stretto congiunto, si presentarono anch’essi, furono dal Re molto graziosamente accolti, e gli prestarono il giuramento di fedeltà[195]. Essendo però stati tra i primi che lo violarono, non potevano certamente valutare in altri quel sentimento che avevano essi calpestato.