Pagarono però ben presto il fio delle iniquità commesse a danno della nostra città. Richiamati dalla Basilicata in Napoli, ove le forze degli Ungari si erano concentrate, nella battaglia che fu da questi ultimi guadagnata nelle vicinanze di Aversa, rimasero entrambi prigionieri di guerra. Il Comandante Ungaro era nel fermo proponimento di spedirgli al Re incatenati in Ungheria, onde avessero pagata colla testa la loro ribellione. Ma non potè menare ad effetto questo suo proponimento per la seguente circostanza.

Serviva nella sua armata come ausiliario un Corpo di Tedeschi ch’era in ritardo di soldi. Essi quindi pretesero di cuoprirsi in parte del loro avere col riscatto che avrebbero ritratto da Roberto e Ruggiero Sanseverino, e da Raimondo del Balzo Cavaliere molto distinto rimasto anche prigioniero nello stesso conflitto. Dopo lungo dibattimento il detto Comandante Ungaro che non aveva pronto il danaro per pagare i soldi arretrati, dovè cedere all’impero della necessità e lasciare i prigionieri suddetti a disposizione de’ Tedeschi. Capitarono però essi in cattive mani.

Gli Alemanni per obbligargli ad un forte riscatto diedero loro una crudelissima tortura. Avendogli distesi nudi sulla terra calpestavano loro la pancia a forza di calci, ed indi flagellavano ed insanguinavano le membra con bacchette infocate ed ardenti. Dal che rimasti semivivi furono costretti a riscattarsi col pagamento di trentatremila fiorini per ciascuno. Il Comandante Ungaro nel licenziargli gli mortificò ed umiliò col seguente rimprovero: Licet sacramentum vestrum nullius sit fidei, quum alias in manibus Domini nostri Regis juraveritis esse sibi fideles, quo meremini decollari propter jusjurandum confractum et proditionem per vos commissam, quare in prœlio vestra proditio vos præcipitavit ab equis, iteratum peto vos in manibus nostris sacramentum præstare jurantes quod amodo Domino nostro Regi fideles eritis, non rebelles. Furono quindi costretti a prestar di nuovo il giuramento di fedeltà sul Santo Vangelo[196]. Grande umiliazione pe ’l loro orgoglio!

Da ciò che disse Domenico di Gravina nel luogo innanzi trascritto risulta che Roberto Sanseverino per comprimere vie più il coraggio de’ Ruvestini, non contento di aver accresciuta la guarnigione del castello, fece anche occupare da altri soldati il campanile con buona provigione di viveri. Cotesto antichissimo campanile vi è tuttavia, e resiste ancora ai secoli, tutto che colpito dal fulmine, e privato della sua cupola. Consiste lo stesso in una torre quadrata altissima formata tanto nella parte esterna quanto nella parte interna di pietre quadrate ben lavorate e ben connesse tra loro. Li suoi finestroni sono ornati di pietre ben lavorate e scorniciate. Sorge la torre suddetta sul lato sinistro di quella Cattedrale vicino al Coro, ed ha sottoposto anche il Palazzo Vescovile ch’è alle spalle tanto della Chiesa che del campanile. A dire il vero però non credo un vantaggio per me che anche la mia casa paterna sta poco lungi dal campanile suddetto.

La Chiesa Cattedrale della nostra città ha le mura esterne formate anche di pietre quadrate simili a quelle del campanile. La prospettiva di essa di struttura Gotica è magnifica e ricca di belli e vistosi ornati. Nella porta principale del tempio si entra per sotto un arco Gotico egregiamente lavorato e poggiato su di due colonne sostenute da due leoni, dei quali uno è rotto. Sui capitelli delle colonne vi sono due grifi. Al di sopra della porta suddetta ad una proporzionata altezza vi è un gran finestrone di figura sferica bene scorniciato ed ornato nel mezzo di lavori Gotici non ordinarj e molto curiosi. Nelle mura laterali della Chiesa si vedono altri ornati Gotici con teste anche di animali.

De’ molti Esteri che capitano in Ruvo pe ’l gusto delle antichità ve ne sono stati alcuni, i quali hanno levato il disegno della prospettiva suddetta. Tanto la Chiesa che il campanile sono di epoca antichissima. Manca però qualunque memoria che possa indicarla con precisione. Debbono cotesti due edificj credersi edificati contemporaneamente, attesa la conformità della fabbrica, la quale sembra anteriore all’epoca de’ Normanni[197].

Seguita a dire Domenico di Gravina che il precitato campanile di Ruvo fortificato anche, come innanzi si è detto, da Roberto Sanseverino fu ripigliato a forza di maneggi adoperati col Comandante della guarnigione in esso lasciata da Filippo de Sulz per sopranome Malispiritus Comandante Ungaro della città di Andria. Che il Palatino di Altamura, il quale seguiva anche le parti della Regina tentò ritorlo agli Ungari e lo attaccò per due giorni continui. Ma non potè riuscirvi, perchè i soldati della guarnigione del castello non vollero dargli ajuto a motivo che Roberto Sanseverino da cui essi dipendevano non era amico del Palatino suddetto[198].

Cosa sia dopo avvenuto in Ruvo s’ignora perfettamente, perchè la Cronaca di Domenico di Gravina manca della sua conchiusione. Sappiamo bensì dalla Storia che il Re Lodovico nell’anno 1350 se ne ritornò di nuovo nell’Ungheria con aver lasciati i presidj in quelle città che si tenevano ancora per lui. S’interpose dopo ciò Papa Clemente per farlo rappaciare colla Regina. Trovò però in lui da principio la massima durezza. Ma finalmente riuscì a combinar la pace, e ne fu segnato il trattato nel mese di Aprile dell’anno 1351. Aveva il Papa condannata la Regina a pagargli trecentomila fiorini per le spese della guerra. Ma il Re nobilmente gli rifiutò dicendo ch’ei non era quì venuto per ambizione, o per avarizia, ma unicamente per vendicare la morte di suo fratello, ed avendo fatto quanto gli era sembrato conveniente non cercava altro[199].

Dalle cose dette innanzi risulta che la nostra città nell’anno 1346 rimase conceduta in feudo durante la di lei vita a Margherita Pipina vedova del Conte di Terlizzi che morì giustiziato. Non si conosce quando la detta Pipina abbia cessato di possederla. Si sa però dalla Cronaca di Domenico di Gravina di sopra riportata che Lodovico Re d’Ungheria la concedè in feudo a Giovanni Chucz Ungaro valoroso e riputato guerriero con lui venuto nel Regno, pag. 149.

Da ciò che in seguito è passato a dire nel luogo innanzi trascritto lo stesso Cronista pare che possa inferirsi che anche la Regina dal suo canto abbia conceduta la nostra città a Roberto Sanseverino, poichè si esprime così: Licet civitas Rubi pro dicto Domino (Giovanni Chucz) se teneret, tamen castrum Rubi fortissimum pro dicto Domino Roberto tenebatur. Espressioni le quali pare che importino di esserne egli divenuto contemporaneamente concessionario. Di tal concessione però niun cenno s’incontra ne’ pubblici Registri che abbiamo di quell’epoca. Andiamo dunque innanzi ai registri posteriori.