Il Re Ladislao con suo diploma del dì 16 Agosto 1387 disse che il Re Carlo III suo genitore aveva conceduto l’utile dominio Civitatis Rubi et Terræ Terlitii viro Nobili Villanucio de Vrunforti militi consiliario et fideli nostro dilecto dum vixit. Ch’essendo morto costui senza successori in grado, li feudi suddetti erano rimasti devoluti alla Corona. Venne quindi a farne una novella concessione viris nobilibus Antonio de Sancto Angelo dicto Ungari, et Friderico de Vrunforti nepotibus quondam Villanucii prædicti, e ciò in considerazione degl’importanti servigj resi da entrambi specialmente nella guerra tanto a se che al fu suo genitore.
Tal concessione si vede fatta con dichiarazione espressa che ove uno di essi fosse morto senza figliuoli, l’altro superstite fosse succeduto nella di lui porzione, e che tal concessione si doveva intendere fatta con tutte le clausole contenute nelle concessioni precedenti de’ feudi suddetti. Si riserbò inoltre il Re tutti i dritti di Sovranità e ’l feudale servizio, al quale i concessionarj erano tenuti[200].
Nel dì 26 Aprile 1404 lo stesso Re Ladislao scrisse al detto Federico de Vrunforti Comiti Vigiliarum Consiliario et fideli nostro dilecto una lettera ben curiosa. Cominciò dal porre in essa in veduta il dovere che hanno i Sovrani di amar la giustizia, di farla bene amministrare, e d’impedire gli eccessi di coloro che l’amministrano. Passò indi a dolersi che i Giustizieri che amministravano la giustizia nel suo nome nelle Provincie di questo Regno, in vece di reggere bene i suoi sudditi, quærentes vias tortuosas sub prætextu et occasione cultus justitiæ in puniendis delictis, extorsiones et exactiones commiserunt illicitas, et committunt profecto nostris sensibus odiosas.
Non si mostrò meglio contento de’ Giustizieri della Terra di Bari e di Principato citra, in qua quidem Provincia Terræ Bari tu tenes et possides immediate et in capite a nostra Curia dictam Civitatem Vigiliarum in feudum cum titulo Comitatus civitatis ejusdem, et civitatem Rubi, et Terram Terlitii sub certo feudali servitio, seu adoha per te ipsi Curiæ nostræ præstanda; necnon et utique Balius et Baliatico nomine et pro parte magnifici adolescentuli Marini Antonii Comitis Sarni filii quondam Viri magnifici Antonii de Sancto Angelo dicti Ungari, civitatem Sarni de dicta Provincia Principatus citra.
Soggiunse che i detti Regj Ufficiali aggravaverunt et aggravant vassallos nostros, eosque traxerunt et trahunt per loca remota, et vexando inquietando et molestando, donec se redimant ab eisdem, adeo quod sub colore exercitii ipsius justitiæ, avide deprimunt ipsos fideles nostros, omnem ipsorum substantiam sitientes, et pariter absorbentes. Quindi per tali considerazioni e per esimere da tali vessazioni le città possedute dal detto Federico, venne il Re a concedergli la Giurisdizione civile e criminale per Bisceglia Ruvo e Terlizzi durante la sua vita, e per Sarno, e suoi casali durante il Baliato di Marino Antonio Santangelo di età tuttavia minore. N’eccettuò solo le cause di omicidio che rimasero sotto la giurisdizione ordinaria[201].
Ho detto innanzi di esser questa una lettera ben curiosa del Re Ladislao, poichè nel leggerla pare che gli fosse mancato il potere di rimuovere delle cariche que’ Magistrati, de’ quali sì altamente, e sì giustamente vituperava la condotta, e che abusavano a tal modo della loro autorità, e della sua fiducia! Sventuratamente però non è stato questo nè il primo, nè l’ultimo esempio di sì fatte inconcepibili anomalie, le quali hanno fatto sovente nel Mondo andare a galla i bricconi. Non si conosce affatto fino a qual tempo la Famiglia Vrunforti abbia posseduta la città di Ruvo.
Nel Repertorio generale de’ fascicoli al fol. 183 vi è il seguente altro notamento: Carolo Ruffo militi Regni Siciliæ Magistro Justitiario concessio Terrarum Terlitii et Rubi f. 127. Mancando però il fascicolo, non si conosce l’epoca di tal concessione.
Sono questi i Registri Angioini da me riscontrati nel Grande Archivio. Non manco d’incaricarmi che il nostro Scrittore Scipione Mazzella dice che Gio: Antonio Orsino figlio di Raimondo Principe di Taranto al tempo della Regina Giovanna II unì a quel Principato anche la città di Ruvo[202]. Il che sarà meglio dilucidato, coi Registri Aragonesi che anderò a riportare nel Capo seguente.
DIGRESSIONE Sull’antico Castello di Ruvo.
Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato che castrum Rubi erat castrum fortissimum. Non è quindi fuori di proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello stesso che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava il nome di Palazzo del Castello. È lo stesso edificato su di un rialto adiacente all’antica porta della città che guardava l’occidente sulla strada de’ Cappuccini denominata Porta del Castello ora abbattuta come tutte le altre. Dalla parte della città è l’edificio suddetto preceduto da uno spianato detto largo del Castello o di S. Rocco per la Chiesa che vi è di quel Santo Protettore della città suddetta.