Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì. Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello ed avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o un pomerio ridotto ne’ tempi posteriori a giardino.
Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in su alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di scarpetta, e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato anche largo della scarpetta.
A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è parlato, sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono pezzi di macigno ben grandi e ben connessi tra loro.
Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni, la quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione che le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per tutti i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica, il che le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l parapetto di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo ai soldati il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli del bastione istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono.
A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che gli girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo il nome di Rivellino, nome militare di fortificazione. Quindi nella rivela de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della città di Ruvo dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si vedono cotesti edificj rivelati nel modo che siegue. Il Castello, seu Palazzo Baronale, con sua torre antica con rivellino intorno.
Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani. Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue fondamenta e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al parapetto del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era profondo, oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura di esse la impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare quindi che il piano suddetto non sia servito ad altro che per un magazzino della Guarnigione. Il secondo piano è al livello del già detto corridojo scoverto, col quale comunica per mezzo di una porta. Il primo piano dal secondo e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di fabbrica fortissime formate con molta maestria. Nel centro di ciascuna di esse si vede lasciato un vano circolare di bastante ampiezza. È probabile che cotesti vani si siano lasciati ad oggetto di situarvi una scala a lumaca sia di fabbrica, sia di legno per la comunicazione interna tra un piano e l’altro.
Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello spazio un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò chiaramente i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella muraglia. In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di essa ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla sinistra una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la quale si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza tetto. Il pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben connesse per dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e balestriere.
Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra il terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla sommità di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi non è uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la stupenda ed estesissima veduta che di là si gode.
Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi ho detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto all’antico fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto al corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava fino al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser altro che una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la Guarnigione.
Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina il castello di Ruvo lo chiamò Castrum fortissimum, e nelle concessioni in feudo della nostra città si vede conceduta Civitas Ruborum cum suo castro, et fortellitio. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano certamente di facile espugnazione.