Alle minacce susseguirono i fatti, poichè i Francesi occuparono la Capitanata, la Terra di Bari, la Terra di Otranto e la Calabria. Poche città marittime potè Consalvo conservare. Nella Terra di Bari gli rimasero soltanto due città, cioè Barletta ed Andria. Tutte le altre furono occupate dai Francesi. Consalvo con poca gente, senza danaro e con una provvigione di vittovaglie anche molto tenue non fu al caso di poterlo impedire[209]. Ecco come la città di Ruvo fu occupata anche dai Francesi. E poichè era tuttavia una Piazza forte, ed importante per la guerra suddetta, fu provveduta di buona guarnigione di fanti e di cavalli sotto il comando del Signor de la Palisse, il quale aveva sotto li suoi ordini anche l’Abruzzo. Quindi ebbero luogo quelli avvenimenti che passo ad esporre.
Se Luigi XII non si fosse addormentato su di questi prosperi successi, ed avesse continuato a rinforzare il suo esercito, e spingere innanzi la guerra con vigore, gli sarebbe stato molto facile scacciare gli Spagnuoli dal Regno di Napoli. Non seppe però profittare di tal vantaggiosa posizione, e diè troppo tempo a Consalvo di avere rinforzi di truppe e di danaro. La solita insolenza anche de’ Francesi diè occasione ad un avvenimento che si rese famoso, ed influì moltissimo ad incoraggiare l’esercito di Consalvo ed avvilire quello de’ suoi nemici.
Nella Guarnigione Francese stabilita a Ruvo vi era un Cavaliere chiamato Carlo de Togues intitolato Signor de la Motte. Mentre stava costui prigioniere in Barletta parlò coi Capi dell’esercito Spagnuolo con disprezzo degli uomini d’armi Italiani. Ettore Fieramosca Cavaliere Capuano che apparteneva ad una compagnia di uomini d’armi Italiani sotto il comando di Consalvo, per vendicare la ingiuria fatta al nome Italiano mandò al Signor de la Motte quella disfida, a cui susseguì il famoso combattimento tra i tredici Cavalieri Francesi usciti da Ruvo, ed altrettanti Italiani usciti da Barletta, il quale ebbe luogo in un campo designato tra Andria e Corato poche miglia lungi da Ruvo.
L’esito di quel combattimento gloriosissimo per l’Italia fece apprendere che ben disse Plinio nel luogo innanzi riportato di essere gl’Italiani superiori a tutti per l’ingegno, per la lingua e pe ’l valore. Per eterna memoria di quel fatto d’armi tanto per noi glorioso fu sul luogo istesso del combattimento eretto un monumento solidissimo con analoga iscrizione. Io ben me lo ricordo per essermi ivi recato più volte nella mia gioventù per contemplarlo colla massima compiacenza. Ora però non vi è più.
Si crede che lo avessero fatto disparire i Francesi nel tempo che hanno occupati que’ luoghi[210]. Se la cosa va così, non hanno potuto essi certamente fare disparire anche que’ libri che ci hanno tramandate le notizie di quel classico avvenimento. Ma non perciò non è a riputarsi riprensibile la oscitanza delle Autorità amministrative tanto locali che Provinciali nel non aver fatto rimettere di nuovo un monumento tanto per l’Italia glorioso. Fa anzi meraviglia come tuttavia a ciò non si pensi affatto!
Del combattimento suddetto ne parlano Francesco Guicciardini, Paolo Giovio, Gio: Battista Cantalicio ed altri. Questi Scrittori però ne hanno parlato molto in accorcio. Il pieno e minuto racconto di esso non che la intera corrispondenza di lettere tra Ettore Fieramosca e ’l Signor de la Motte si ha da un libriccino stampato o piuttosto ristampato in Napoli nell’anno 1633. L’autore di esso è ignoto. Lo stile non elegante. Ma chi lo ha scritto ha contestato di essere stato presente ai fatti che ha fedelmente riportati.
Cotesto libercolo dell’antica edizione, la quale si è resa rara, l’ho avuto dalla cortesia, ed amicizia dell’egregio e coltissimo D. Gaspare Selvaggi Segretario della Commissione di Pubblica istruzione. Mi sono determinato a ristamparlo alla fine di questo mio Cenno istorico per un doppio riflesso. Il primo perchè non credo mai superfluo il moltiplicare le copie di uno scritto che riporta compiutamente tutte le circostanze di un fatto tanto glorioso al nome Italiano. Il secondo perchè i preliminari di esso avendo avuto luogo nella mia Patria, ben può dirsi che formano parte della storia di essa.
Passando ora agli avvenimenti che susseguirono a quel combattimento, quanto il mio animo ha esultato nell’averlo commemorato, altrettanto rimane addolorato ed irritato dalle nuove sciagure non meritate che vennero a piombare sulla povera mia patria. Francesco Guicciardini, dopo aver parlato delle strettezze alle quali erano ridotti gli Spagnuoli rinchiusi ed assediati nella città di Barletta colla giunta ben fastidiosa di essersi ivi introdotta anche la peste, passa ad encomiare la virtù, e la costanza di Consalvo, il quale tollerando tutte le privazioni ed incoraggiandogli col suo esempio, gli teneva a bada colla speranza di vicini soccorsi. Indi soggiugne il seguente racconto, il quale per altro pecca di poca esattezza in diverse circostanze che non mancherò di rilevare.
In tale stato ridotta la guerra, cominciarono per la negligentia e per gl’insolenti portamenti de’ Francesi ad essere superiori quelli che fino a quel giorno erano stati inferiori, perchè gli uomini di Castellaneta, Terra vicina a Barletta[211] disperati per i danni ed ingiurie che pativano da cinquanta lancie Francesi che v’alloggiavano, prese popolarmente l’armi, li svaligiarono, e pochi dì poi Consalvo avendo notizia che Monsignor de la Palissa, il quale con cento lancie e trecento fanti alloggiava nella Terra di Rubos, distante da Barletta dodici miglia[212] faceva guardie negligenti, uscito una notte da Barletta, et condottosi a Rubos, et piantate con grandissima celerità le artiglierie, le quali per essere il cammino piano aveva facilmente condotte seco, l’assaltò con tale impeto che i Francesi i quali si aspettavano ogni altra cosa, spaventati dall’assalto improvviso, fatta debole difesa, si perderono rimanendo cogli altri Palissa prigione, e ’l giorno medesimo se ne ritornò Consalvo a Barletta, senza pericolo di ricevere nel ritirarsi da Nemurs, il quale pochi dì innanzi era venuto a Canosa, danno alcuno, perchè le genti sue alloggiate per tenere Barletta assediata da più lati, e forse per maggiore loro comodità in più luoghi, non poterono essere a tempo a congregarsi. Passa dopo ciò a riportare il già detto famoso combattimento de’ tredici Cavalieri Francesi ed altrettanti Italiani, e parla di esso come di un fatto posteriore alla espugnazione della detta città di Ruvo[213].
Ha però quì il Guicciardini errato in tre cose essenziali. La prima nell’aver detto che i Francesi fecero poca resistenza, mentre questa fu vivissima, e ’l Signor de la Palisse che gli comandava non merita di essere tacciato nè di negligenza, nè di codardia, poichè fu sempre presente nel più forte e nel più caldo della mischia, e vi rimase anche ferito. La seconda nell’aver detto che la nostra città fu espugnata quando il Duca di Némours era già ritornato a Canosa, mentre questi era partito per Castellaneta col nerbo delle sue truppe per vendicare la ingiuria fatta ai Francesi dagli abitanti di quella città. Consalvo profittò della di lui assenza e della lunga distanza di Castellaneta per tentare sulla città di Ruvo quel colpo di mano che gli riuscì così bene.