In quanto ai pubblici registri di quell’epoca relativi alla città di Ruvo si è detto nel Capo precedente che Federico di Aragona aveva venduta la nostra Città a Galzarano de Requesens Conte di Trivento, e di Avellino. Rimasto il Regno a Ferdinando il Cattolico, lo stesso con suo privilegio del dì 13 Novembre 1504, lodandosi altamente de’ servigj da costui resi nella guerra contro i Francesi, gli confermò tutti i suoi feudi, e tra questi gli fu confermata anche Civitas Rubi Provincia Terra Bari cum castro, fortellitio, vaxallis, vaxallarumque reddititus feudatariis et subfeudatariis domibus et possessionibus, vineis, olivetis, jardenis terris cultis, et incultis, herbagiis, tenimentis, territoriis, querquetis, nemoribus, pascuis, arboribus, silvis, redditibus, bajulationibus etc.[220].

A Galzarano de Requesens succedè Isabella sua figliuola. Ebb’ella per marito D. Raimondo di Cardona che fu Vicerè di questo Regno. Li conjugi suddetti nell’anno 1510 venderono al Cardinale Oliviero Carafa. Civitatem Ruborum cum ejus castro seu fortellitio, hominibus vaxallis, bajulationibus, e con tutte le altre clausole generali. Su di questo contratto fu dal detto Ferdinando il Cattolico accordato l’assenso nel dì 23 Agosto 1510. Da altro Registro del dì 20 Gennajo 1520 si ha che la detta città dal Cardinale Oliviero Carafa passò al Conte Antonio Carafa suo nipote. E da altro Registro del dì 10 Giugno 1523 risulta che dal Conte Antonio passò al Conte Fabrizio Carafa suo figliuolo[221]. Si lasciano gli ulteriori passaggi, poichè la nostra città non essendo uscita mai più dalle mani di cotesta famiglia, non interessa conoscere la serie degl’individui di essa che l’hanno posseduta in feudo fino ai nostri giorni.

L’ordine cronologico esigerebbe che fossero quì riportati man mano gli altri pubblici Registri dell’epoca di cui sto ragionando. Il maggior numero di essi però è relativo a due circostanze che gittarono la nostra città nell’ultima desolazione. La prima cagione di essa furono gl’intollerabili abusi introdotti nel territorio di Ruvo dai Locati Abruzzesi del Tavoliere di Puglia. La seconda fu ogni specie di abusi e di eccessi che si permise la prepotenza Baronale della famiglia Carafa. Da queste due cagioni rimase distrutta l’agricoltura, la pastorizia ed ogni industria agraria di quella Popolazione, e fu inoltre la nostra città spogliata de’ suoi dritti, e vessata da gravose estorsioni e depredazioni che la ridussero alla estrema povertà, anzi al suo fallimento.

Mi obbliga ciò a separare le materie e parlare di questi fatti in due diverse rubriche. Comunque siano essi spiacevoli, formando parte della storia della nostra città, non possono essere trasandati. Chiamandomi essi inoltre per necessità a ragionare de’ diritti di quella Popolazione sul proprio territorio, e de’ gravissimi discapiti risultati dalla conculcazione di essi, è utile che siano queste cose conosciute dai miei concittadini tanto presenti che futuri.

Il Mondo è una ruota. Come avviene per le mode che spesso riproducono le cose antiche, così succede anche per gli abusi che si fanno spesso risorgere sotto novelli nomi. Anderò quindi ad occuparmi separatamente ne’ due seguenti capi tanto de’ diritti del Regio Tavoliere sul territorio di Ruvo, e dell’abuso di essi fatto dai Locati Abruzzesi, quanto delle interminabili gravezze sofferte dalla prepotenza Baronale che mi toccò combattere. Ma tratterò cotesto doppio argomento dopo che avrò quì riportati alcuni fatti che possono da essi segregarsi.

Domenico di Gravina nel luogo innanzi riportato tacciò di poca previdenza i Ruvestini per non aver curato di mantenere in buono stato le antiche fortificazioni della città. Attribuì a tal cagione il guasto che soffrirono dalle masnade di Roberto Sanseverino, e forse non ebbe torto. È da credersi che siano stati essi ammaestrati da quella trista esperienza, poichè al tempo dell’altra aggressione di Consalvo di Cordova di cui si è testè parlato, le mura della città erano in buono stato. Oltre i Scrittori di sopra riportati i quali dicono che stavano i Francesi in una città ben fortificata Qui tunc fortissima habebat castra Rubis, si è veduto innanzi che i soldati di Consalvo non poterono altrimenti penetrare in essa che dopo esser caduto un pezzo di muraglia sotto i colpi dell’artiglieria, e dopo essersi superati altri punti colla scalata.

Dopo quella fazione un tratto dell’antica muraglia che in parte guarda il sud ed in parte l’est, il quale era rimasto allora forse danneggiato, si vede riedificato dalle fondamenta. La costruzione però di esso più recente è ben diversa dalle antiche mura torri e bastioni che cingevano un tempo la nostra città per tutti i lati. Le mura del già detto tratto di fortificazioni che tuttavia esistono sono solidissime e rivestite al di fuori di pietre quadrate ben connesse e ben lavorate, a differenza dell’antica muraglia, la quale era formata per lo intero di fabbrica semplice, e fiancheggiata di tratto in tratto dalle torri, delle quali alcune poche erano rotonde, e tutte le altre quadrate. Ma coteste torri insiem colle mura, tranne solo qualche piccolo pezzo che n’è rimasto, son oggi scomparse del tutto.

Nel già detto novello tratto di muraglia vi sono due grandi torrioni merlati. Tra l’uno e l’altro torrione vi era una delle quattro antiche porte della città formata anche di pietre lavorate assai più grandi e solide e ricche di ornati. Cotesta porta col linguaggio popolare era chiamata Portanò che può corrispondere o a Porta nuova, perchè di nuovo riedificata, o piuttosto a Porta di Noja, perchè di là si usciva per prendersi la via di Noja, come anche di Bitonto e di Bari[222]. Delle dette porte della città era questa la più solida e meglio fortificata. Aveva anche la così detta Saracina per mezzo della quale poteva rimaner munita di una seconda porta ferrata ad un solo pezzo che sarebbe discesa colle catene dalla parte superiore dell’edificio. Vi era su di essa lo Stemma della città sotto del quale si leggeva il seguente distico non senza ragione motteggiato di ampollosità dal Pratilli:

Quondam magna fui totum urbs celebrata per orbem,

Si modo non eadem splendida fama patet.