Sotto questo distico vi erano le seguenti cifre MCCCCCXVI, le quali fanno conoscere l’epoca della sua costruzione posteriore all’aggressione di Consalvo di Cordova. Al di sopra di essa vi era anche una fortificazione ben solida con delle feritoje e colle statuette de’ tre Santi Protettori della città S. Cleto, S. Biase e S. Rocco ch’è il più venerato dai Ruvestini, ha una statua di argento, ed è da essi onorato di una sontuosa festa[223].
Nell’entrarsi per la porta suddetta sul lato dritto vi era l’antica casa comunale di cui si parla nello strumento dell’anno 1608 di sopra riportato. Si ascendeva alla stessa per un portone, ed un’ampia scala scoverta che tuttavia esiste, ed ha il suo ingresso dall’atrio delle pubbliche carceri. Era quell’edifizio di due piani. Il primo di essi consisteva in un gran magazzino ove si riponeva il grano della pubblica annona. Il secondo che cuopriva anche lo spazioso androne della porta suddetta della città, era composto di cinque o sei comode stanze. Una porzione di esse era addetta all’Amministrazione Municipale ed alla convocazione de’ pubblici Parlamenti. Nell’altra il Governatore e Giudice locale amministrava la Giustizia civile e penale.
La detta nuova muraglia ed i due grandi torrioni che fiancheggiavano la porta suddetta avevano i loro fossati dalla parte esterna, i quali sono stati ricolmi e ripianati ne’ tempi a noi più vicini. Nel sito di quello che stava sulla dritta della Porta suddetta furono situate le beccherie che tuttavia vi sono. Nell’altro che stava sulla sinistra fu formato uno spianato per lo giuoco del pallone. Cotesto esercizio utilissimo alla salute, ed a fortificare il corpo si è mantenuto in Ruvo fino al tempo della mia fanciullezza, ed io ben me lo ricordo. È ora andato in disuso, come è avvenuto per tante altre cose buone che prima erano in pratica.
La detta bellissima Porta ora non esiste più. Tra le vertigini dell’anno 1820 vi fu anche quella che nella città di Ruvo fu la stessa diroccata. Venne però ciò operato arbitrariamente senza intelligenza del Decurionato, e senza il permesso delle Autorità amministrative superiori, da un crocchio di se-dicenti sapienti del tempo. Sulle prime si spacciò il pretesto che la porta suddetta fosse stata cadente e non senza un grave pericolo avrebbe potuto lasciarsi così.
Ma un discorso di tal fatta insultava il Pubblico, poichè bastava aver occhi per vedere che avrebbe potuto la stessa sfidare altri dieci secoli almeno. Redarguito quindi tal pretesto con amarezza da altri cittadini che mal soffrivano un operare soverchiamente licenzioso, si cominciò a dire che le antiche Porte della città impedivano la libera circolazione dell’aere, ed erano quindi pregiudizievoli alla salute degli abitanti. Vi è però in Ruvo tant’aria e tanta ventilazione che si passa volentieri al soverchio. Si è detto innanzi che per tal ragione gli antichi abitanti furono obbligati a sloggiare dal vertice della collina, ove fu da principio la città edificata, e formarsi nuove abitazioni più al basso di essa.
Ma sia pure tutto quello che que’ Signori dicevano, quale autorità essi avevano di atterrare un pubblico edificio ch’era costato alla nostra città una spesa considerevole? Chi gli aveva dichiarati Magistrati Sanitarj inappellabili perchè avessero potuto credersi nel potere di decretare ed eseguire a tal modo i loro decreti? La Storia di tutti i tempi mi ha fatto apprendere che l’oltraggio maggiore che si è potuto fare ad una città è stato quello di atterrarle le sue mura e le sue Porte. La sapienza de’ Romani Giureconsulti dava il nome di città soltanto a quella, quæ muris cingitur[224]. Le mura e le Porte delle città furono da essi considerate come luoghi sacri ed intangibili[225]. Ci tocca ora ammirare la moderna sapienza distruggitrice di quelle mura, e di quelle Porte che hanno tante volte salvate le città dai più gravi disastri! E si stanno smaltendo queste frottole mentre la città di Parigi che ha un milione di abitanti ed un circuito immenso si sta attualmente cingendo di muraglie e di bastioni!
Smantellata intanto la Porta suddetta convenne poco dopo ricostruirsi dalle fondamenta l’antica casa comunale di cui si è innanzi parlato. Le fabbriche di essa erano molto annose e non solide abbastanza. Avendo perduto l’appoggio del fortissimo androne della Porta della città che le sosteneva, cominciarono a minacciar ruina, e fu necessario abbatterle e riedificarle. La novella casa comunale fu costrutta colla maggiore solidità, ed eleganza. Benchè non molto ampia, è uno de’ più belli edificj di Ruvo, e ben si può dire che nel suo piccolo presenta una idea della magnificenza Romana. In questa occasione in luogo di quel distico ampolloso che vi era una volta sulla diroccata Porta furono da me formati nove versi esametri, e questi essendo stati incisi in una lapide, fu dessa incastrata nel muro della facciata della novella casa comunale che guarda il largo denominato di Porta di Noja. Cercai di rilevare in essi senza ampollosità e magniloquenza i veri pregi della nostra città, ed i prodotti del suo vasto e fertile territorio che niuno certamente potrebbe contraddirle. I versi suddetti sono i seguenti.
Hospes, me Græci quondam tenuere coloni.
Antiquas inter non certe ignobilis urbes,
Dives agris, fortisque fui, sollerter et artes