Nell’anno 1600 vi era tuttavia il gravissimo inconveniente che i soldati avevano il loro alloggio ordinario a carico delle Università nelle case de’ particolari. Avevano i Baroni di quel tempo il privilegio di esentare da cotesta dura suggezione quello de’ loro feudi che avessero voluto, e farlo Camera riservata. Era questo il vocabolo col quale era tale esenzione indicata. La Casa d’Andria intenta sempre a smugnere il più che avesse potuto la nostra povera Città, come più giù anderemo a vederlo, non lasciò la occasione di venderle a prezzo carissimo un tal favore.

Costa dunque dai registri di quell’epoca che il Duca d’Andria e Conte di Ruvo nell’anno 1600 presentò sua dimanda al Primo Conte di Lemos Vicerè di questo Regno. Disse che a preghiere de’ Cittadini di Ruvo aveva fatta ne’ mesi passati quella Città sua Camera riservata; et volendo ora detti Cittadini dare ad esso esponente quello si suole dai Vassalli ai loro Signori per avere tal grazia[230], dimandò quindi il permesso che avessero potuto di nuovo congregarsi per deliberare ciò che dovevano dargli per tal causa, giacchè la prima deliberazione presa sull’assunto non aveva avuto effetto. Il Vicerè con suo rescritto del dì 5 Giugno accordò tal permesso.

Nel dì 28 Giugno dello stesso anno si unì la Università in pubblico parlamento preseduto dal Dottore Claudio Fraja Governatore e Giudice Baronale, al quale era vietato dalla legge di prender parte in un atto che riguardava l’interesse del Barone. Intervennero al parlamento suddetto il Sindaco, gli Eletti e non più di settantuno Cittadini. Disse il Sindaco Orazio Rocca che si era altra volta proposto lo stesso affare, e nulla si era combinato perchè l’offerta fatta a detto Illustrissimo nostro Padrone non era piaciuta, onde non intende in conto alcuno per la quantità di moneta in detta congregazione stabilita venire alla detta transazione.

Pose in veduta quanti disturbi, dispendj, ed altre cose che per onestà si taceno, avvenivano in quelle città le quali erano caricate del detto alloggio, e propose che si fosse fatta all’Illustrissimo Signor Duca nostro Padrone una offerta più vantaggiosa. La deliberazione presa fu che si fossero al Duca offerti ducati diecimila con queste condizioni e patti quo in ogni futuro tempo detto Illustrissimo Sig. Duca, e Conte di Ruvo nostro Padrone, suoi eredi e successori, quod absit, venessero a vendere di qualsivoglia sorte, o pignorare, et affittare questa Città di Ruvo, sicchè desso novo Signore, padrone, creditore, o affittatore non ne venesse a fare camera perpetua, o non ne potesse fare camera, o per volontà de’ Superiori, o per qualsivoglia altro che potesse occorrere de jure et de facto a non essere Camera ordinaria questa Città, onde ne patisse alloggiamenti ordinarj, o vero contro la forza di questa convenzione detto Illustrissimo Sig. Duca, suoi eredi e successori venissero ad non fare camera ordinaria perpetuamente loro, o vero per volontà de’ Superiori o per qualsivogli altro che potesse occorrere de jure et de facto questa Città ne venesse a patire detti alloggi ordinarj, che tunc et eo casu, imo ex nunc prout ex tunc detto Illustrissimo Sig. Duca si abbia da obbligare di restituire detti ducati diecimila una con l’interessi, danni patiti e da patire a questa università. E poichè li detti ducati diecimila da offerirsi mancavano, fu risoluto anche di contrarsi un debito.

Non è quì intanto ad omettersi che costa dallo stesso registro lo stato molto gravoso in cui era allora quella popolazione. Le gabelle imposte per far fronte ai pesi che incumbevano alla Università montavano ad annui duc. 12000. 2. 16. È notabile che la gabella del pane che colpiva più delle altre la povera gente era data in appalto per annui ducati 7113, somma molto esorbitante atteso il numero non ampio della popolazione di allora. Aveva inoltre 27000 ducati di debiti coll’annualità al 7 al 7½ all’8, ed al 9 per cento. Lo stato dunque della nostra città non era affatto felice.

Il Duca d’Andria nondimeno presentò al Vicerè la detta deliberazione presa nel parlamento del dì 28 Giugno 1600, e questi con sua decretazione del dì 4 Settembre rispose Regia Camera Summariæ de supplicatis se informet, et referat. Si presentò il Duca a quel Tribunale, giacchè suo, e non della popolazione di Ruvo era l’impegno di menare innanzi l’affare che gli portava diecimila ducati di guadagno. Produsse due documenti diretti a pruovare che il Regio Assenso si era accordato a due altre simili convenzioni passate tra il Principe di Avellino e la Università di S. Severino, e ’l Marchese di Morcone e la Università di detta Terra. Allegando questi due esempj insistè che fosse stata allo stesso modo autorizzata anche la convenzione fatta tra lui, e la città di Ruvo.

La Regia Camera della Sommaria dietro l’avviso dell’Avvocato Fiscale, con sua Consulta del dì... Novembre 1600 rispose al Vicerè che stanti li precitati esempj allegati, ove gli fosse così piaciuto, avrebbe potuto accordare il suo assenso anche alla convenzione combinata tra il Duca d’Andria e la Università di Ruvo per la somma però di ducati 8000 tantum e non più. Soggiunse bensì Non lasciando però di dire a V. E. et supplicarla resti servita di tenere la mano, et serrare questa porta di concedere assensi sopra simili donazioni, con fare alcuna Prammatica, o ordine che ex nunc in antea non si facciano simili accordi, et donativi, giacchè quelli potranno causare molto danno alle Università[231].

Non s’ingannarono que’ saggi Magistrati nel fare questa giusta osservazione, giacchè il novello debito contratto dalla nostra città per tal causa aggiunto agli altri che già aveva, ed alle Baronali estorsioni che crescevano sempre da un anno all’altro, la trasse a quella rovina di cui si parlerà al luogo opportuno. Passo ora a ragionare del dritto del Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino, e de’ gravissimi abusi introdotti dai Locati Abruzzesi, i quali rovinarono l’agricoltura non meno che la pastorizia della nostra povera città.

CAPO XI. De’ diritti acquistati dal Regio Tavoliere di Puglia nell’agro Ruvestino, e degli abusi dappoi introdotti.

Alfonso I di Aragona Principe di gran mente e di gran cuore si propose di riordinare le cose del Tavoliere di Puglia. Pensò quindi a dotarlo di erbaggi sufficienti al largo comodo delle numerose greggi che dalle fresche alture degli Abruzzi, ove andavano a passare la estiva stagione, scendevano nell’inverno nella Regione più temperata della Puglia. Acquistò quindi molti erbaggi vernini con contratti stipulati con particolari, coi Baroni, e con diversi Luoghi Pii. Queste compre vennero eseguite con essersi la cassa del Tavoliere obbligata di corrispondere a coloro dai quali gli erbaggi suddetti si erano presi un’annua rendita determinata proporzionata al valore dell’erba rispettivamente ceduta.