Malgrado però cotesto pagamento messo per condizione della censuazione, gli articoli suddetti furono accolti con applauso e profittarono di essi colla massima alacrità tutti i fittuarj de’ terreni azionali de’ Pii Luoghi, nè ve ne fu un solo che avesse omesso di proporne la dimanda. Al tempo della Restaurazione fu riconosciuta anche la somma utilità degli articoli suddetti. Rimasero quindi confermati col Real Decreto del dì 29 Gennaro 1817. Si volle con esso un aumento del dieci per cento sui canoni convenuti a favore de’ Pii Luoghi diretti Padroni de’ fondi. Si volle anche il pagamento di una quarta annata di entratura alla cassa del Tavoliere. Niuno però si negò a subire cotesti nuovi carichi largamente compensati dagl’immensi miglioramenti fatti ne’ fondi suddetti dopo le censuazioni dell’anno 1806. Quando le leggi, malgrado che non siano coattive, vengono dalla generalità spontaneamente eseguite, è questa una pruova infallibile della sapienza ed utilità di esse.
La Giunta del Tavoliere destinata allora per la esecuzione della precitata legge nell’accordare le censuazioni che a folla venivano dimandate, si atteneva al fatto puramente materiale. Aveva per azionali que’ terreni ne’ quali il Regio Tavoliere e per esso i Locati si trovavano nell’attuale possesso di esercitare un dritto qualunque di pascolo. E poichè non vi poteva esser dubbio ch’era questa la condizione di tutti i terreni siti nel demanio di Ruvo, quindi tutte le dimande proposte per i terreni de’ Luoghi pii che in esso erano siti, furono accolte senza esitazione. Nè vi fu un solo fittuario di essi che non avesse profittato tanto della legge dell’anno 1806, quanto di quella dell’anno 1817.
Ecco come da un dritto sicuramente abusivo nel suo principio, il quale costò tante vessazioni e tanti affanni ai nostri antenati, n’è derivato un bene immenso ed inestimabile. Senza di ciò non sarebbero mai più ritornati nelle mani de’ particolari que’ terreni fertilissimi, i quali formavano un tempo, come formano anche oggi la ricchezza e la opulenza della nostra città. Ed in vero dall’epoca della legge del Tavoliere, la quale ha troncati anche tutti gli antichi e barbari abusi, fino al presente giorno si vedono ivi notabilmente accresciute le piantazioni, i terreni seminatorj sono stati molto migliorati, e tuttavia si migliorano, e l’agricoltura fiorisce e va innanzi a meraviglia.
Il maggior beneficio però che ci hanno fatto le novelle leggi del Tavoliere, e della chiusura de’ terreni demaniali, è stato quello di averci liberati per sempre dai molestissimi ospiti Abruzzesi che venivano a far da Padroni sulle nostre proprietà, quasi che fossero stati essi i veri eredi degli Arcadi che le conquistarono colle loro armi! Troncati gli antichi abusi, abolita la promiscuità di pascolo tra i cittadini ed i Locati anche sui terreni seminatorj del demanio abusivamente sanzionata dal decreto di Revertera e di Guerrera dell’anno 1549, e permessa dalla legge del dì 3 Dicembre 1808 la chiusura de’ terreni appatronati demaniali ed aperti, non è rimasto ai Locati suddetti nell’agro Ruvestino che quel dritto soltanto ch’era puramente legittimo, cioè il pascolo vernino di quel bosco che il Regio Tavoliere acquistò dal Conte di Ruvo col contratto dell’anno 1552 di cui innanzi si è parlato.
Quel pascolo però era dagli Abruzzesi ricercato quando per i precitati abusi introdotti era loro permesso di uscire dal bosco e gittarsi con un numero immenso di animali sulle masserie de’ poveri Ruvestini site nel demanio e devastarle senza misericordia. Limitato e ristretto, com’era regolare, il loro dritto al solo pascolo del Bosco purgato dagli antichi abusi, pare che quell’erbaggio, comunque eccellente, non gli abbia più solleticati. Quindi i Locati Abruzzesi ai quali rimase lo stesso censito per lo intero nell’anno 1806, lo hanno lasciato e lo vanno lasciando man mano. Molte porzioni del detto bosco sono state da essi alienate e cedute parte ai Ruvestini istessi, e parte ad altri ricchi proprietarj di quella Provincia. Nè tarderà forse molto che uscirà lo stesso per lo intero dalle loro mani. Sarebbe però desiderabile che ritornasse tutto ai Ruvestini per i quali la Natura lo aveva destinato, ma la feudalità lo tolse alle loro industrie armentizie.
CAPO XII. Degli abusi e gravezze che la città di Ruvo ha sofferte dalla prepotenza Baronale.
Prima che i Barbari del Nord ci avessero fatto il regalo della feudalità il vasto territorio di Ruvo costituiva il patrimonio della città e de’ suoi abitanti, che lo animavano coll’agricoltura e colla pastorizia sicure sorgenti di quella ricchezza che ben la pruovano i grandiosi monumenti delle belle arti ivi disotterrati all’epoca nostra. Ed in vero la spiga del grano, la testa del bue e ’l corno dell’abbondanza che si osservano nelle antiche monete Ruvestine riportate nelle due tavole annesse al capo II fanno sicura testimonianza dello stato floridissimo in cui doveva esser ivi l’agricoltura.
Per le città cadute sotto il giogo della feudalità non è facile definire ciò che da principio fu dato al feudo, e ciò che rimase alla popolazione, e porre quindi una linea di separazione certa e sicura tra l’uno e l’altro. Mancano i pubblici Registri delle primitive concessioni, e quando anche vi fossero, tali concessioni in feudo si facevano in quel tempo colle solite clausole generali, dalle quali nulla poteva definirsi di ciò che nel particolare precisamente si era dato. Quindi nelle indagini di tal fatta è bisognato spesso farla quasi da indovino.
Non si può dire che le concessioni de’ feudi fossero state mere dignità ventose, perchè i Capi Condottieri delle Orde Settentrionali dovevano dividere la preda coi loro compagni d’armi, e dare loro i mezzi di vivere bene. Dovevano inoltre porgli in grado di servire nella guerra con un determinato numero di soldati ed a loro spese quando l’uopo lo avesse esatto, poichè era questo in quel tempo l’obbligo de’ feudatarj, ed i Regj eserciti gli formavano le forze riunite de’ Baroni, circostanza la quale gli rendeva anche potentissimi.
Non si può dire tampoco che nulla si fosse lasciato alle popolazioni vinte e soggiogate, poichè sarebbe stato ciò lo stesso che farle perire e distruggere con esse anche i feudi conceduti. In questa materia quindi bisogna tenere una via di mezzo. Si deve distinguere ciò ch’è stato usurpato da ciò ch’è stato, o ha potuto essere conceduto. Comunque tali concessioni traggano la loro origine dalla violenza e dalla forza, nondimeno divenne questa una legge. Hoc jus invaluit. Il dirsi dunque o che tutto sia stato del feudo o che tutto sia stato della popolazione sono due proposizioni che le ho trovate sempre esagerate e viziose.