Da cotesto registro ben si rileva che i cittadini di Ruvo da tempo antichissimo han posseduti nelle murge terreni di loro assoluta proprietà. Nelle cose antiche quando mancano le memorie chiare e precise della origine di esse, decide il fatto. Dalle circostanze premesse non manca certamente una ragione di dirsi che nel demanio delle murge di Ruvo sui terreni coltivati non vi ha mai il Barone rappresentato o esercitato verun dritto. Ma sulla parte selvatica ed agreste non può dirsi francamente lo stesso, perchè i fatti avvenuti nell’epoca specialmente de’ Sovrani Aragonesi possono far credere diversamente.
Era questa per quanto a me pare l’antica posizione legale o sia la dotazione del feudo di Ruvo che può credersi legittima. Non so quali abusi abbiano potuto essere introdotti da coloro che possederono in feudo la nostra città prima dell’anno 1510, epoca dell’acquisto fattone dal Cardinale Oliviero Carafa, poichè mancano le memorie de’ fatti avvenuti in quel tempo. Certo è intanto che nel lunghissimo tratto di tempo che la stessa è stata in mano della famiglia Carafa non vi sono stati abusi gravezze e soverchierie che quella Popolazione non abbia avuto a soffrire fino all’ultima dramma. Anche l’aria che ivi si respirava si fece divenir feudale a forza di prepotenze. Spenta quindi la energia, l’industria e la specolazione agraria della popolazione suddetta, fu la stessa in ultimo ridotta alla miseria estrema e degradata allo stato di una popolazione di schiavi di una privata famiglia prepotentissima.
La mia penna non è usa alla satira. Dico i fatti come sono avvenuti, e come gli ho rilevati da atti pubblici e da documenti positivi ai quali non vi è che ridire. L’attuale Signor Duca d’Andria D. Francesco Carafa è un ottimo uomo e stimabilissimo Cavaliere pe ’l quale ho tutto il rispetto. Niuna parte ha egli avuta alle gravezze che la mia Patria ha sofferte dai suoi Illustri Antenati. Anzi con una laudabile e virtuosa docilità si è prestato ad emendarle per quanto si è potuto, come nel susseguente capo anderemo a vederlo. Ma non è nel potere di alcuno il cancellare i fatti avvenuti, come non è tampoco a me permesso di trasandare que’ spiacevoli avvenimenti che formano parte della storia che ho impreso a scrivere.
Per poter formare una idea della prepotenza della Casa d’Andria, a cui la nostra città non ebbe la forza di resistere, basta leggere ciò che dice il precitato Scrittore Doganale Stefano de Stefano del Bosco di Ruvo acquistato dal Regio Tavoliere, come innanzi si è detto, col contratto dell’anno 1552.
Il bosco di Ruvo dai Locati non solamente in nessun modo non si gode, ma non si conosce ov’egli sia sito; onde se lo spettabile Reggente Gastone nella relazione che fece nel 1681 al Marchese de Los Velez presso Ageta nel fine della Parte III all’annotazione di Moles a carte 107 in princip. si doleva ivi (reca quì le precise parole del rapporto del Reggente Gastone Scritto in lingua Spagnuola, col quale diceva che i Locati non osavano porre il piede nel bosco di Ruvo per la potenza della Casa d’Andria, ed erano costretti a cederne l’erba alla stessa per un tozzo di pane), ai tempi nostri detto Bosco di Ruvo è divenuto assai peggiore di quello che dal nostro Torquato ci vien descritto cotanto folto ed orribile che a chiunque tentava di entrarvi niegava l’ingresso
Nè qui gregge od armento ai paschi all’ombra
Guida bifolco mai, guida pastore,
Nè v’entra peregrin se non smarrito
Ma lunge passa, e lo dimostra a dito.
Conciosiachè quell’iperbolico bosco era almeno da’ passaggieri veduto: ma questo di Ruvo per cui dalla Regia Corte se ne pagano in ciascun anno ducati mille settecento cinquanta, come si disse nel proemio part. I art. IV n. 44, e se ne riscuotono dai Locati col venti per cento intorno a ducati 6300, non solo ai pastori che dovrebbero introdurvi le pecore è vietato l’ingresso: ma non sanno coloro che lo comprano nè men ov’egli si trovi; e se in quello del Poeta entravano i peregrini smarriti, in questo i pratici ed esperti Locati, benchè camminino per istrade piane e diritte, non ardiscono penetrarvi per dubbio di non perdersi e di non rinvenir più il modo da poter uscire da sì intricato laberinto[246].