Laonde non ostante che nell’anno 1709 precedente istanza dello spettabile Signor Reggente Mazzaccara allor zelantissimo Avvocato Fiscale del Regal Patrimonio si fosse dalla Regia Giunta ordinato che sotto formidabili pene l’Illustre Duca d’Andria non ardisse nec directe, nec indirecte et nec per suppositas personas, comprar dai Locati i pascoli di esso bosco, vedendosi poi che i poveri Locati con questo espediente perdevano altresì quel tozzo che per l’addietro avevano ricuperato, furono astretti, anche per opera di chi compariva per il suo privato interesse con veste di pastor lupo rapace, ricorrere nella stessa Regia Giunta, e col motivo di non potersi avvalere di essi erbaggi di Ruvo e per la lontananza de’ luoghi, e per la qualità de’ paschi, e per la mancanza dell’acqua, e per altri mendicati pretesti, ottennero precedente relazione de’ due Magnifici Credenzieri di essa Regia Dogana che li fosse stato lecito tornarli a rivendere o al menzionato Illustre Duca d’Andria, o a chi meglio l’avesse potuto riuscire, come dagli atti e provisioni spedite presso l’Attuario Pietro Paolo de Fusco[247].

Così scriveva il precitato Scrittore nell’anno 1731 quando questo Regno era ancora sotto la dominazione dell’Imperatore Carlo VI. Passato lo stesso sotto il governo di Carlo III di gloriosa memoria, e cessata l’amministrazione de’ Vicerè sotto la quale era stato poco men di due secoli e mezzo, la Regia Autorità cominciò ad essere più rispettata, e la potenza de’ Grandi fu almeno più repressa. Portatasi maggiore attenzione e maggior rigore anche sull’amministrazione del Regio Tavoliere, il Bosco di Ruvo fu finalmente strappato dalle mani del Duca d’Andria. Li Locati cominciarono a valersene come prima. Veniva lo stesso assegnato per lo pascolo di quarantamila pecore, come lo dice lo stesso Scrittore, e fino ai nostri dì si è veduto sempre coverto di pecore de’ Locati Abruzzesi.

Avendo però la Casa d’Andria perduto quel forte guadagno che faceva sull’erba e sulla ghianda di esso, pensò rifarsene con usura in un modo anche peggiore. Quel Bosco che nell’anno 1731 lo descriveva de Stefano così folto ed impenetrabile, al cadere del secolo XVIII era rimasto denudato in modo che aveva perduto quasi l’aspetto di bosco. Quando nella mia gioventù mi sono ivi recato al divertimento della caccia di cui è feracissimo, ebbi a notare che in moltissimi luoghi di esso si scuopriva un uomo alla distanza di un quarto, di un terzo, della metà di un miglio, ed in alcuni luoghi anche molto maggiore, cosa non mai avvenuta nel foltissimo bosco di Ruvo!

La Casa d’Andria aveva fatto dare allo stesso un taglio spietato. Tutti i rami delle annosissime e grandiose querce che vi erano gli aveva fatti recidere con aver rimasti i nudi tronchi tagliati a testa di Monaco, giusta il linguaggio del luogo. Da un taglio così barbaro dato da anno in anno fu ritratta una immensa e sterminata quantità di legna che mente umana non la può concepire. Ridotte queste a carboni o vendute alle convicine Popolazioni ch’erano scarse di boschi, e specialmente agli Altamurani che non ne hanno affatto, fruttarono somme rilevantissime, poichè nella Provincia di Bari le legna, ed i carboni si pagano a caro prezzo.

Un taglio di tal fatta era vietato dalle leggi. Una quercia tagliata a questo modo rimane colle fibre esposte nel tempo estivo ai cocenti raggi del sole e nell’inverno al gelo. Quindi o va a perire e seccarsi, o rimena i nuovi rami con molto languore. Oltre ciò li ramoscelli che rimenano vengono anche amareggiati dai morsi degli animali bovini, i quali trovando i tronchi recisi a non molta altezza, possono avidamente cibarsene.

D’altronde avendo la Casa d’Andria col contratto dell’anno 1552 venduta alla Regia Corte la ghianda di quel bosco, non l’era certamente permesso di recidere que’ rami che la producevano, e lasciare i tronchi degli alberi perfettamente denudati di essi. Il dritto di legnare nel detto bosco che gli era rimasto era limitato e ristretto al taglio delle legna non fruttifere e delle spine che in quella Provincia hanno anche un prezzo, e non già de’ rami verdi vegeti e ghiandiferi, i quali appartenevano al Re.

Di cotesto sterminio del Bosco di Ruvo li Locati Abruzzesi non se ne risentirono affatto sia perchè non vollero compromettersi di nuovo colla Casa d’Andria, che gli aveva scottati molto bene per lo passato, sia piuttosto perchè vi trovavano il loro conto. Non contavano essi affatto sulla ghianda, ma bensì sull’erba la quale collo sfollamento del bosco veniva a rendersi più copiosa, più gentile ed anche più sicura, poichè l’ombra soverchia degli alberi può produrre un’erba velenosa per gli animali pecorini chiamata tortora dai Naturali del luogo, la quale gli fa perire.

Il taglio però dato al Bosco suddetto fu del massimo pregiudizio e dispetto per la popolazione di Ruvo che rappresentava su di esso i pieni usi civici di legnare e di tagliare le spine. Vero è che questi dritti erano rimasti anche annientati dalla prepotenza Baronale, perchè se nel bosco si trovavano i poveri a legnare o a tagliar spine, erano crudelmente bastonati dagli Armigeri Baronali a cavallo addetti alla custodia di esso. In quanto ai ricchi le legna loro non mancavano, specialmente per lo bisogno delle masserie di semina, ma le avevano medianti le larghe largizioni che facevano ai custodi istessi.

Venendo però come venne il tempo in cui cotesti dritti compressi dalla forza sarebbero stati, come lo furono rivendicati, la devastazione del bosco già seguita fece mancar la materia all’esercizio di essi, poichè un bosco danneggiato a questo modo tempo vi occorre per rimettersi, ed è ben difficile che si rimetta nello stato primiero. Nè minor danno recò il guasto suddetto allo intero agro Ruvestino, poichè da quell’epoca in poi è stato lo stesso flagellato con frequenza da spaventevoli e sterminatrici gragnuole, le quali erano prima molto rare. Si sa ch’è questa la conseguenza inevitabile di quella mania di distruggere i boschi che ai tempi nostri si è pur troppo sconsigliatamente propagata, malgrado gli sforzi adoperati dal Governo per rifrenarla.

Tanto avvenne pe ’l bosco. In quanto poi al demanio delle murge la resistenza opposta sempre dalla Casa d’Andria ai Locati Abruzzesi non era dettata dalla sola albagia e dal principio di non voler soggiacere ad una servitù che credeva non dovuta; ma vi prendeva anche parte l’interesse. Rilevanti somme di più migliaia di ducati l’anno la Casa d’Andria ritraeva dalla vendita dell’erba vernina delle murge. Un buon tratto di quel demanio veniva dalla stessa chiuso e difeso sotto la custodia de’ soliti Armigeri a cavallo. A coteste chiusure si dava il nome specioso di parate. L’erba vernina quindi delle parate la vendeva a suo profitto, ed era questa inaccessibile a chiunque non l’avesse comprata, poichè gli Armigeri suddetti sapevano bene menar le mani con coloro che si fossero alla stessa avvicinati coi loro animali con intenzioni diverse.