Per ismentire quindi vie più l’assunto che la Giurisdizione suddetta fosse appartenuta alla Casa d’Andria, come sostenevano li suoi Avvocati sull’appoggio del precitato strumento che menavano innanzi, non mancai di riscontrare i Libri del Real Patrimonio, i quali si conservavano allora nel Tribunale suddetto, ed ora son passati nel Grande Archivio, onde acquistare una sicura conoscenza di ciò che si era del precitato anno 1609 operato per la Giurisdizione della Portolania, e de’ Pesi e Misure della città di Ruvo e trarne gli opportuni documenti. Trovai che si era la stessa venduta alla Università e che nella situazione de’ fuochi dell’anno 1612 si erano messi a suo carico annui ducati 394.311 per la Portolania, ed altri ducati 188.312 per i pesi e misure[248].

Dal che venne a risultare lucidamente che per la detta Giurisdizione usurpata dalla Casa d’Andria, e spacciata come una Giurisdizione feudale, la città di Ruvo stava pagando allo Stato la forte somma di annui ducati 583.103 caricata sulla tassa de’ fuochi! Dimostrai inoltre che dopo ciò il Tribunale della Regia Camera della Sommaria nel dì 10 Dicembre 1629 ad istanza della nostra città aveva ordinato al Governatore di Ruvo detto allora Capitaneo che non si fosse ingerito nella giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, ed avesse lasciata la Università nel libero esercizio di essa[249]. Ma cotesti ordini nulla erano valuti contro la prepotenza che rendeva tutto feudale!

Negli aurei Capitoli della Bagliva vi andava compresa anche la sensalia sommessa del pari ad una tassa. Lungi però dall’esser stato questa giammai un dritto feudale, era stata anzi manifestamente usurpata alla università, cui apparteneva. Nelle capitolazioni dell’anno 1308 presentate dalla nostra città al Re Carlo II di Angiò innanzi riportate alla pagina 142 tra i dazj che impose a se stessa per potere far fronte ai pubblici pesi che le incumbevano, vi fu anche quello della sensalia che la prepotenza Baronale la invertì in un dritto feudale, e la incluse tra le altre estorsioni della Bagliva.

Dalle cose premesse è facile comprendere che cotesta Bagliva era un vocabolo che includeva in se una moltiplicita di mezzi diretti a vessare, e scorticare la gente in tanti modi e per tante vie. In conseguenza non si poteva dare in affitto che a persone audaci, insolenti e fatte per taglieggiare e flagellare la popolazione coll’aura della prepotenza Baronale a di cui profitto tornavano le loro estorsioni.

Da un altro antico strumento stipulato dal Notajo Nicolò de Marinactiis di Corato ho rilevato che il Sindaco e gli Eletti della nostra città per liberare i cittadini dalle tante molestissime vessazioni che soffrivano dai Baglivi si videro nella necessità di prendere in affitto dal Duca d’Andria la Bagliva per conto della Università per la seguente ragione, Quia ipsi Bajuli Bajulationem exercebant non sine molestia dictæ civitatis et hominum ipsius PROPTER EJUS ARDUA SOLITA ET CONSUETA CAPITULA. Si caricò la città del pagamento di annui ducati seicento, ch’erano in quell’epoca una somma ben forte, per comprare la tranquillità e la quiete de’ suoi abitanti! Convenne anche in seguito rinnovarsi lo stesso ruinoso espediente con essersi portato l’affitto della Bagliva prima ad annui ducati ottocento ed indi a ducati mille. Si accrescevano le vessazioni per obbligare la città a redimerle a prezzo più caro! Nella Consulta della Regia Camera della Sommaria dell’anno 1600, di cui si è parlato innanzi nel capo X pag. 193 e 194 sono riportati i pesi ed esiti annui ch’erano a carico della Università. Tra questi vi è il seguente: Al Duca d’Andria e Conte di Ruvo per l’affitto della sua bagliva, e per la strena ducati 1110. La strena era un’altra estorsione la quale consisteva in un magnifico regalo che la Casa d’Andria esigeva nel primo dì dell’anno.

Nè quì si arrestarono le usurpazioni. Colle già dette capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposto ai cittadini un altro dazio civico sulle contrattazioni che si facevano in grosso di generi, derrate, mercanzie di ogni specie, e panni. Cotesto dazio nel linguaggio del nostro antico Foro era chiamato plateatico. Nelle dette capitolazioni si vede cotesto dazio imposto in una somma molto discreta, poichè si esigevano dalla città grana cinque per oncia sul valore de’ generi e delle mercanzie cadute in contrattazione pag. 141 e 142.

Ma cresciuti in seguito i bisogni della città fu questo dazio aumentato e portato fino alla forte somma di grana ventiquattro per oncia. Lo pruova ciò lo Stato discusso di quella Università formato nell’anno 1626 dal Reggente del Collateral Consiglio Carlo Tapia, il quale si conserva nel Grande Archivio del Regno. Risulta da esso che cotesto dazio comunale si esigeva allora alla ragione di grana ventiquattro per oncia, e rendeva annui ducati ottocento. Per formarsi il pieno che mancava agli esiti comunali fu portato a grana trenta per oncia, e si ebbe un introito di altri ducati dugento l’anno.

Colle stesse capitolazioni dell’anno 1308 aveva la città imposti alla Popolazione altri due dazj di minore importanza. Il primo consisteva in una somma discreta che pagar dovevano i Macellaj per ciascun pezzo di animale grosso o piccolo che si macellava pag. 142. Cotesto dazio col linguaggio del tempo si chiamava scannaggio. Il secondo riportato anche nello Stato del Reggente Tapia, era quello di una giumella su di ciascuno tomolo di mandorle, le quali formavano, come formano anche oggi uno de’ principali prodotti di quel territorio pag. 141.

Or cotesti tre antichissimi dazj comunali il plateatico, lo scannaggio e la giumella delle mandorle tocchi dalla verga magica della prepotenza Baronale cangiarono natura. Dalle mani della Università passarono in quelle della Casa d’Andria e divennero dritti feudali! Ma coteste metamorfosi si rendevano ben fastidiose a quella misera Popolazione, poichè gli antichi pesi tuttavia continuavano in una mano assai più dura qual era quella del Barone. Il vuoto però che lasciavano coteste usurpazioni degli antichi dazj comunali bisognava che si fosse riempiuto con altre novelle imposte. Per tal ragione il dazio sul pane, che colpiva il Popolo più di ogni altro dazio, fu portato ad una somma molto gravosa ed intollerabile.

Si propose la Casa d’Andria d’introdurre in Ruvo un’altra gravezza che si praticava anche da altri Feudatarj, cioè la esazione del passo. Consisteva questa in una somma che pagar doveva chiunque fosse passato con vetture e con animali. Cominciò cotesto novello abuso nell’anno 1602, come lo pruova una provvisione della Regia Camera della Sommaria dell’anno 1608 registrata nel Grande Archivio. Ci fa questa conoscere che i Coratini reclamarono contro cotesta abusiva esazione che dissero introdotta nell’anno 1602, alla quale venivano anch’essi obbligati[250]. Intanto la Casa d’Andria continuò in santa pace cotesta arbitraria ed illecita esazione fino a che il Re Ferdinando al cader del secolo passato abolì con una legge espressa tutti i passi che si esigevano dai Baroni come quelli che davano causa ad infinite soverchierie ed arrestavano il commercio interno.