Mi dicevano i vecchi che il nostro distinto ed illustre cittadino Orazio Rocca perseguitato dal Duca d’Andria che voleva fargli gustare le delizie della Torre suddetta, ebbe a fuggir da Ruvo con mezza barba fatta e mezza nò, per sottrarsi agli Armigeri Baronali che già gli erano addosso. Venuto in Napoli la sua esimia virtù e dottrina lo fece divenire grande Avvocato ed indi Magistrato, Caporuota del Sacro Regio Consiglio, Delegato della Real Giurisdizione e decorato anche col titolo di Marchese trasmesso ai suoi discendenti. Fa però meraviglia come coi mezzi che gli davano li suoi talenti e l’eminente suo grado nulla abbia fatto per liberare la sua Patria dagli abusi della prepotenza Baronale de’ quali ei medesimo ne aveva fatto il saggio che ridondò per altro alla di lui esaltazione.
Il terzo mezzo era la numerosa squadra degli Armigeri presi dalla gente più facinorosa che la Casa d’Andria teneva al suo servizio. Possedevano costoro il talento di mantenere tutti sotto una cieca dipendenza da essa, e di far passare a chiunque la voglia di opporsi alla volontà Ducale. All’epoca nostra non erano più cotesti sgherri così terribili come lo erano stati in altri tempi. La presenza del Sovrano aveva ammansata abbastanza l’audacia delle squadre Baronali. Ma pur non lasciavano di essere baldanzosi boriosi ed insolenti.
Il quarto mezzo era un partito che la Casa Baronale si aveva formato di famiglie ligie e servili. Cooperavano queste vilmente alla oppressione della comune Patria, e servivano anche di strumento all’estorsioni che si commettevano, poichè la conoscenza che avevano delle persone e de’ luoghi faceva sì che nulla sfuggiva alla loro sorveglianza. Erano esse specialmente garantite, e protette dalla giustizia civile e penale amministrata da un Governatore e Giudice nominato dal Barone, ed in conseguenza sommesso alla di lui volontà. Cotesta parzialità però non poteva non gravitare su gli altri cittadini. Le dette famiglie erano incaricate dell’Erariato, delle Fattorie e degli altri Uffizj Baronali, ed in tal qualità carceravano e scarceravano chi volevano a loro talento e di propria privata autorità. Erano inoltre tanto insolenti che pretendevano essere preferite agli altri cittadini nella scelta de’ pesci, delle carni ed altri comestibili che si vendevano in piazza, de’ quali dovevano esse essere le prime a servirsi, come si rileva dai capi dedotti nel giudizio dell’anno 1750!
Con questi mezzi e principalmente coll’aversi messa in mano la nomina degli Amministratori comunali che a nulla resistevano, faceva la Casa d’Andria un altro rilevante profitto, qual era quello di non aver mai pagata la bonatenenza per i molti beni burgensi che possedeva nell’agro Ruvestino, il che produceva un vuoto enorme nella cassa comunale. Le provvide leggi emanate da Carlo III di gloriosa memoria nell’anno 1740 sotto il titolo delle nostre Prammatiche De forma censuali seu catasto fecero sì che li beni suddetti non poterono più sottrarsi alle sagge, ed avvedute disposizioni e regolamenti in esse contenute. Nel novello catasto formato dalla città di Ruvo nell’anno 1752 li beni burgensi della Casa d’Andria, tutto che tassati colla massima parzialità e deferenza per opra degli Amministratori comunali ligj alla stessa, ricevettero il carico della bonatenenza in annui ducati 434.79½. Cotesto pagamento però fraudato per dugento quarantadue anni alla cassa comunale qual vuoto venne in essa a produrre?
Non vi erano più abusi ad introdursi in Ruvo, poichè quanti la feudalità aveva saputo escogitarne per taglieggiare, e smugnere le Popolazioni si erano tutti introdotti man mano e da tempo in tempo. Ma non si arrestò quì tampoco la miseria della nostra povera città. Si portarono le cose assai più oltre, e fino ad un punto che sembrar potrebbe incredibile o troppo esagerato se non costasse pienamente da pubblici processi formati nel supremo Tribunale della Regia Camera della Sommaria.
Nel corso della mia lunga Avvocheria sono passate per le mie mani moltissime cause tra Università e Baroni. Ma non mi è occorso ancora d’incontrare un altro esempio di prepotenza Baronale portata a quell’eccesso che vengo ora ad esporre. Al cadere del secolo XVII la Casa d’Andria si propose di appropriarsi anche le rendite comunali della nostra città. Consistevano queste in gravose gabelle imposte alla popolazione per far fronte ai pesi pubblici dovuti allo Stato ed al pagamento de’ suoi creditori fiscalarj che avevano causa anche dallo Stato.
Da principio lo fece covertamente e per vie indirette. Ma in seguito fidando nella sua potenza si tolse la maschera, cominciò ad operare svelatamente e s’impossessò col fatto di tutte le gabelle civiche, con avere obbligati gli esattori o appaltatori di esse a versare nella sua cassa le somme che se ne ritraevano. Conseguenza di questa rappresaglia fu che la Regia Corte quando più e quando meno era sempre scoverta, ed i creditori fiscalarj della Università, li quali per lo innanzi si erano tenuti sempre in corrente, non riceverono più un obolo, poichè tutto la Casa d’Andria invertiva a suo profitto colla connivenza degli Amministratori municipali.
Tra i creditori suddetti vi erano il Banco di S. Eligio, i fratelli Vespoli, il Marchese di Calitri D. Carlo Maria Mirelli, e ’l Duca di Calabritto, i quali erano in grado di farsi rendere ragione di cotesta soverchieria. Cominciò quindi un giudizio nell’anno 1692 e finì nell’anno 1736 col fallimento della povera Università di Ruvo e coll’essere caduta la stessa in patrimonio. Lungo sarebbe il riportare quì la storia minuta del giudizio suddetto consegnata in più volumi di processi formati nel Tribunale della Regia Camera della Sommaria. Continue, veementi ed amarissime furono le doglianze de’ creditori suddetti contro la prepotenza della Casa d’Andria che si era impossessata anche delle rendite comunali, e gli defraudava di ciò che loro era dovuto.
Replicati cento volte, ed energici furono gli ordini da quel Supremo Tribunale diretti alla Regia Udienza Provinciale, perchè avesse vietato alla Casa d’Andria di mischiarsi più nella esazione delle rendite comunali, ed astretti i passati amministratori a rendere i conti, come risulta dagli atti formati presso l’attuario Pisani, a cui succedè dappoi l’attuario D. Gaetano Capaldo[251]. Questi ordini però erano presi a beffe, e rimanevano privi di effetto. Si senta ciò che il Tribunale della Regia Udienza Provinciale rispose al Presidente Commessario della Regia Camera della Sommaria a suo discarico con rapporto del dì 16 Settembre 1716.
Disse che Li detti del Governo di Ruvo di niun conto cercano, e vogliono dare ubbidienza alle provvisioni suddette, tutto causato dalla potenza del Padrone di detta città l’Illustre Duchessa d’Andria. Per lo che non vien permesso spedire commissarj per qualche altra cosa di peggio, e darne parte a V. S. con prevenirla che se in detta città di Ruvo non si destina persona autorevole a mandare in esecuzione gli ordini di cotesta Regia Camera, non sarà possibile che potranno quelli essere eseguiti da quelli del Governo per la potenza suddetta, nè li creditori sopra di quella potranno essere soddisfatti, tenendoci mano sopra l’entrate della Università la detta Illustre Duchessa d’Andria Padrona, la quale dispone del peculio universale, non servendo ad altro quelli del Governo che a firmare scritture in caso di bisogno[252].