Non fu questa a buon conto che una umiliante confessione della propria debolezza fatta da un Collegio giudiziario, ed una trista testimonianza della indifferenza del Governo de’ Vicerè per le prepotenze de’ Magnati. Così andarono le cose fino all’anno 1735. Era allora presente il Re Carlo III, e la Giustizia aveva cominciato a riprendere quel vigore e quel tuono ch’era troppo necessario.

D. Pasquale Maria Mirelli succeduto ne’ dritti del già detto Marchese di Calitri rassegnò nelle mani del Re un pieno ed energico ricorso col quale espose cotesta storia dolorosa. Disse anche che i creditori della Università per non esser privi del tutto di ciò che loro era dovuto, e stanchi di più litigare avevano dovuto venire a patti col Duca d’Andria che si prendeva tutto, e contentarsi della metà di ciò che loro spettava annualmente per i loro crediti fiscalarj; ma neppur questa avevano potuto averla. Soggiunse inoltre: Il supplicante vedendosi inabilitato a poter esigere il suo dalla detta Università per la potenza di detto Illustre Duca notissima a tutta la Provincia, per essere suo feudo, a tal segno che il supplicante non ritrova commessario che vuole andare ad esigere da detta Università, e se mai se ne ritrova alcuno, pure questo per timore della vita si contentava prendersi qualche regalo dal detto Illustre Duca, e se ne tornava indietro, senza poter porre in esecuzione la sua incumbenza[253].

Nulla vi è del mio in questo racconto che per amore della brevità ho voluto raccorciarlo. Era questo il linguaggio che tenevano contro la prepotenza della Casa d’Andria i Personaggi dell’alta Nobiltà Feudatarj anch’essi, ed in conseguenza non avversi alla feudalità. Un rescritto del Re del dì 22 Settembre 1735 fece cangiare aspetto alle cose, poichè il Tribunale della Regia Camera ebbe ordini precisi di far pronta e spedita giustizia per l’esposte dissipazioni delle rendite della Università e per l’allegata prepotenza della Casa d’Andria.

Quindi i passati Amministratori sicuramente colpevoli di connivenza furono astretti da vero e senza ulteriori sfuggite a rendere i conti della loro amministrazione. Alla Casa d’Andria furono anche tarpate le ali, poichè nel susseguente anno 1736 la Università di Ruvo fu messa in patrimonio. Importava ciò che tutte le rendite che si ritraevano dalle sue gabelle dovevano essere depositate e messe a disposizione del detto Tribunale della Regia Camera, il quale ordinava i pagamenti da farsi ai suoi creditori.

Furono questi a tal modo messi in corrente. Ma rimase la povera Università schiacciata da un cumulo enorme e spaventevole d’interessi arretrati formato in tanti anni che la Casa d’Andria si aveva appropriate le sue rendite senza aver soddisfatti i creditori suddetti. Convenne ripianare questo vuoto da anno in anno come meglio si poteva coll’avanzo delle rendite. E poichè neppure un obolo di rendita patrimoniale era alla nostra città rimasto, fu una necessità che si fossero le gabelle tenute su di un piede che avessero potuto far fronte ai pesi correnti, e dare anche un avanzo per ripianare il debito arretrato.

Dopo il quadro veridico che ho premesso, dimando da chi la nostra città ha sofferto più, da Roberto Sanseverino e da Consalvo di Cordova, o dalla feudalità? Quelli a dritto o a torto l’aggredirono da nemici, e le loro depredazioni durarono solo qualche giorno. La Casa Baronale al contrario l’ha posseduta come una sua proprietà, e malgrado ciò l’ha smunta di tutte le maniere per tre secoli continui, con avere di vantaggio annientata e distrutta ogni specolazione agraria! Fa meraviglia solo come sotto tanta compressione non siasi la nostra città spopolata del tutto, come si spopolò in parte per essere molti de’ suoi abitanti passati a stabilirsi altrove, perchè mancavano ivi loro i mezzi di sussistenza, malgrado l’ampiezza, e somma fertilità di quel territorio. Ma questa storia non è finita ancora. Ve ne rimane una picciola appendice assai curiosa.

Dedotto il patrimonio, come innanzi si è detto, tutti i creditori della Università dimandarono la liquidazione del loro rispettivo credito arretrato. Il Tribunale della Regia Camera, giusta il Rito di allora, ordinò che l’attuario della causa ne avesse formata una relazione. Fu questa emessa nel dì 12 Gennajo 1742, e furono in essa riportati i rispettivi crediti tanto di sorte che d’interessi arretrati.

Era il Duca d’Andria anche creditore della Università in annui ducati 1137 di Fiscali feudali. Ma non osò qualificarsi come creditore di somme arretrate in faccia agli altri creditori, i quali avevano fatta alla sua Casa una guerra di quarantatre anni perchè si aveva preso non solo il suo, ma anche quello che loro spettava. Quindi l’attuario del patrimonio incaricato della relazione ordinata dal Tribunale suddetto lo portò in essa come semplice creditore fiscalario in annui ducati 1137, senz’avergli però nulla attribuito per arretrati. Nulla il Duca Ettore Carafa, avo del Duca attuale, oppose a tal relazione, la quale perciò rimase ferma. Nè fino all’anno 1751 si presentò giammai a partecipare delle ripartizioni che si facevano tra i creditori d’interessi arretrati delle somme di avanzo, come innanzi si è detto[254].

Non esistevano più in quel tempo que’ creditori che gli avevano fatta quella lunga guerra per istrappargli dalle mani le rendite della Università. Lusingandosi quindi che gli antecedenti si fossero obliati, si fece ardito ed avanzò presso gli atti una dimanda colla quale si asserì creditore di arretrati nella rilevante somma di ducati 25600!!! Disse che cotesto vuoto si era formato dall’anno 1720 all’anno 1736, cioè in quel tempo, in cui più veementi e più amare erano state le querele degli altri creditori perchè si prendeva tutto! Dimandò di essere ammesso a partecipare delle distribuzioni che si facevano tra i creditori di arretrati dall’avanzo delle rendite della Università[255].

Vi era in quel tempo un forte mal umore tra il Duca suddetto ed i passati Amministratori della Università. Cotesti Signori, che si erano prestati alla dissipazione delle rendite comunali di cui innanzi si è parlato, quando si videro astretti da vero a rendere i conti, e minacciati da forti significatorie ch’erano per piombare loro addosso, non si sentirono comodi a pagare colle proprie sostanze ciò che il Duca si aveva preso. Fu questo il vero principio che diè causa al giudizio de’ gravami dell’anno 1750, di cui parlerò nel seguente capo, cioè l’interesse privato.