Rinnovati li giudizj suddetti, l’attuale Signor Duca D. Francesco Carafa si regolò da uomo saggio e prudente. Istruito dal risultamento che avevano avuto le dimande proposte nel S. R. C. cercò ravvicinarsi ai Ruvestini, e proporre ai medesimi la combinazione amichevole degli altri giudizj anche più gravi ch’erano tuttavia pendenti. La disposizione degli animi era allora anche cangiata. Le gravissime sciagure piombate sulla Casa d’Andria per i luttuosi avvenimenti dell’anno 1799, e l’amarezza in cui viveva una illustre famiglia un tempo tanto potente, aveva raffreddato il risentimento generato dalle antiche prepotenze, ed eccitato un compatimento ed un sentimento di considerazione. Valga il vero in quel frangente ben tristo per la Casa d’Andria i Ruvestini non solo si guardarono dall’aggravare vie più li suoi malanni; ma si prestarono anche di tutto cuore a salvarle dalla confiscazione tutto ciò che avesse potuto dipendere dalla loro cooperazione.

La proposta quindi di un accomodamento fu da essi bene accolta e da me applaudita perchè la mia maniera di pensare è stata avversa sempre ai litigj, ed anche perchè una ragionevole transazione avrebbe portato un più sollecito miglioramento agl’interessi comunali ed allo stato della popolazione. Si aprirono quindi le trattative e le discussioni tra me e gli Avvocati del Duca con reciproca buona intenzione e buona fede. E perchè il risultamento di esse fosse stato più sicuro, si prese una misura la quale riuscì utilissima. Per que’ punti ne’ quali le opinioni e le pretensioni rispettive non avessero potuto ravvicinarsi, si prese di accordo per conciliatore un uomo sommo, cioè il chiarissimo D. Francesco Ricciardi celebre Avvocato allora, di cui ho innanzi parlato con quella laude ch’è ben dovuta alla sua illustre e veneranda memoria.

Se la Casa d’Andria avesse dovuto a rigor di Diritto restituire tutte le somme strappate alla Università, ed alla misera popolazione di Ruvo a forza di usurpazioni ed estorsioni, non sarebbe al certo bastato il doppio, o il triplo de’ beni che allora possedeva. Ma il portare le pretensioni tant’oltre sarebbe stato lo stesso che nulla voler combinare. Gli affari di questa specie non gli ho mai veduti terminati altrimenti che coll’essersi alzata la mano sul passato. La stessa Commissione delle cause feudali, contro la quale hanno gridato tanto i Baroni, tagliava senza risparmio, e spesso anche con eccesso sul presente; ma era indulgentissima sul passato. Come e donde appianarsi i guasti immensi recati alle popolazioni dai vizj intrinseci del sistema feudale, dalla ragion de’ tempi, e dalla debolezza del Governo dei Vicerè per le prepotenze de’ Magnati? Oltre che come liquidarsi le somme suddette dopo esserne passati secoli interi? Ove trovarsi i documenti opportuni a poterne fare la liquidazione?

Con queste vedute, dopo lunghe discussioni fu da me combinata una transazione, la quale, mentre fece scomparire tutti gli abusi, e tutte le usurpazioni della feudalità, portò anche una qualche riparazione de’ guasti passati che le circostanze poterono permettere. Nell’accordo combinato non furono compresi i due ultimi giudizj relativi alla difesa un tempo comunale, ed ai terreni del Monte della Pietà, per i quali non era il processo ancora pienamente istruito. Per gli altri capi fu la convenzione consegnata per giusti motivi in due fogli distinti. In uno di essi furono convenuti i seguenti articoli.

I. Fu restituito alla Università il dritto dello scannaggio.

II. Si obbligò il Duca di pagare la bonatenenza tanto per lo vasto fondo denominato la Piantata, quanto per gli animali d’industria che pascolavano nel demanio.

III. Fu restituito alla Università il magazzino ritagliato quindici anni innanzi dalle pubbliche carceri. Rimasero compensate le pigioni dovute dal Duca colla spesa fatta per ridurre quel locale ad uso di magazzino.

IV. Per li frutti e proventi della Giurisdizione della Portolania, e de’ pesi e misure, e della gabella della giumella delle mandorle, per la bonatenenza non pagata fino all’epoca del catasto dell’anno 1752, e per ogni altra pretensione che riguardava il passato, rinunziò il Duca al preteso credito d’interessi arretrati nella somma di ducati 25600, e si obbligò inoltre di pagare alla Università ducati cinquemila colla dilazione di venti anni, e corrispondere intanto l’interesse alla ragione del cinque per cento franchi di ogni ritenuta.

V. Rispetto ai molini si ebbe per vero I. Che si erano questi edificati sul suolo ed accanto all’antica muraglia della città. II. Che la spesa delle nuove fabbriche occorse, delle macchine e degli animali alle stesse addetti si era fatta dalla Casa d’Andria. III. Che il dritto proibitivo di essi lo aveva costituito la Università nell’anno 1615 per la propria utilità. IV. Che tal privativa era utile mantenerla per assicurare e facilitare la esazione della gabella della farina.

Si convenne quindi che avesse il Duca continuato a ritenere tanto i molini che la privativa di essi come una privativa comunale, con pagare alla Università annui ducati trecento dal dì quattro Maggio 1804 in avanti per terzo e senza veruna ritenuta. Si obbligò inoltre di mantenere i molini sempre in buono stato di servizio, senza potersi mai alterare la prestazione di grana sedici a tomolo per la macina.