Questo mito non ha soltanto un senso particolare rispetto a Dante, ma generale rispetto a tutti. Il poeta dice: “La virtù della speranza, che nei beati, in cielo, non può aver luogo, evacuatur; rimane, per voler di Dio pietoso, in terra tra noi, perchè noi possiamo salvarci„. Quanto a sè, Dante afferma ch'essa speranza è come incarnata nella sua donna, la quale è duce e via alla sua salvazione. Il che, per Dante e per tutti, nel senso particolare e generale, è chiaramente espresso nei versi 41-2:

Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato,
che non può mal finir chi l'ha parlato;

cioè spe salvi facti sumus: chi ha speranza, non finisce male, non è malnato; non incorre, cioè, nella finale disperazione; è salvo.[35]

Ma Dante, pur teologizzando, è poeta, e intrecciando miti e ragioni, riesce con apparente assurdità a quell'effetto della poesia che è la maraviglia. Qui egli ha nel pensiero due dati: uno, teologico: in cielo non è la virtù di speranza, ma solo ardor di carità per il quale (e non per la virtù di speranza) i beati sperano la beatitudine ai viatori di questo mondo; l'altro, poetico: Dante e la sua donna sono due viatori (come sovente il Poeta si raffigura in cammino!) di questo mondo, e Dante in quella donna che ama, vede (cosa assurda, e pur vera!) vede, sì, la speranza. Co' due dati, che cosa nasce? Gli angeli e i santi, nel loro ardor di carità, sperano la beatitudine della gentile viatrice; ma essa viatrice è la speranza della contemplazione di Dio per alcuno; e se è la speranza, deve rimanere col viatore; anzi coi viatori; che se è la speranza d'alcuno, è la speranza, dunque è la speranza di tutti; e deve rimanere in terra appunto per effetto di quell'ardor di carità o pietà, per il quale gli angeli e i santi sperano che venga in cielo. Come donna, è aspettata in cielo, come speranza, deve rimanere in terra; e l'una cosa e l'altra sono parimenti ragionevoli. Onde la maraviglia del lettore, se intende. Ma intendere è difficile. Sicuro: non lo dice il Poeta?

E ora qual simbolo è nella Beatrice della Divina Comedia? Beatrice è[36] “la speranza della contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità„.[37] Non ci par possibile dubitare che codesta “speranza de' beati„ che dimora in terra, e che è una donna amata da Dante, non sia qualcosa di simile a quell'altra speranza della contemplazione di Dio, che anch'essa è una donna, Rachele, amata, desiderata, portata in cuore, bella, chiara, piena di diletto e gioia e luce.

Dante ha dunque in questa canzone trasfigurata l'angiola in una speranza di contemplazione, che non è poi altro che “sapienza„ bella e perfetta, desiderata e sperata. Bice è propriamente trasfigurata; e il concetto che una giovinetta pia conduce al bene col suo dolce amore l'amante, non ispirandogli se non buoni pensieri, si è mutato in un dramma mistico in cui entrano Dio e Santi e Angeli e dannati; e Dante, che dirà... E Bice non sarebbe più chiamata, se il Poeta la nominasse qui ne' suoi versi, se non col suo nome intero, Beatrice; e già più che alla giovinetta dormente nelle braccia d'Amore, rassomiglia alla Sapienza di cui un ispirato scrittore, sotto il nome di Salomone, diceva:[38] “Io l'ho amata e cercata sin dalla mia giovinezza e procacciato di prenderla per isposa, e son divenuto amatore della sua bellezza„.

IV.
MENTIS EXCESSUS

Ne lo inferno — Dante fa che Dio medesimo pronunzi di lui — dirà ai malnati quelle parole che suonano: “Spe salvus factus sum; per la speranza, che non occorrendo ai beati, Dio pietosamente lascia in terra, e che io vidi, sì, vidi incarnata„. Noi corriamo subito col pensiero alla Comedia. Ivi Dante perde “la speranza„ dell'altezza, dopo che “a bene sperare„ era stato indotto dall'ora del tempo e dalla stagione; e va “per loco eterno„ ove al principio udrà “disperate strida„ e vedrà all'ultimo anime che cantano nel fuoco “perchè sperano„ (Inf. I, 115, 119). Nel qual loco eterno entra da una porta la quale ha al sommo: “Lasciate ogni speranza!„. Entrato ode un nocchiere eterno che grida all'anime: “Non isperate!„ Scende nel primo cerchio e ascolta i sospiri d'infinite turbe che vivono in desio, “senza speme„. Scende nel secondo, e vede anime in balìa del vento, e “nulla speranza„ mai le conforta. (Inf. 3, 9, 46, 85; 4, 42; 5, 44 etc.). Insomma partendosi da un punto in cui anch'esso aveva perduto la speranza, entra ed attraversa il luogo della disperazione; l'attraversa tutto, e sale per il monte in cui ultimi vede quelli che pur nel fuoco sperano; ed egli passa per quel fuoco, che aguzza gli occhi alla visione, e così vede, che cosa? La “speranza dell'eterna contemplazione„, quella che l'ha mandato a togliere avanti la fiera che fa perder la speranza, quella che vide in questo mondo e che rivede nell'altro; quella per cui opera è salvo.

Orbene: con quella stanza e con quella canzone Dante prometteva la Comedia? Chè tanto s'assomigliano e si riscontrano nel concetto fondamentale la canzone e la Comedia. Che promettesse la Comedia, non direi: dico che aveva già in mano le fila principali di quella mirabile testura, ma non in capo la intenzione di far proprio quella tela. Un'altra tela, anzi.

Valga il vero. Nella Comedia Dante si trova in una selva che è quasi morte. Ne esce, morendo, per un passo che in fatto “non lasciò giammai persona viva„. Trova nel suo cammino tre fiere, da cui, o da quella che in certa guisa la compendia e nella quale le altre spariscono, è quasi ucciso. Imprende, per consiglio e con la guida d'un'Ombra, altro viaggio. In questo, dopo aver traversato un vestibolo di mezza vita e mezza morte, di quasi morte, di nè morte nè vita (come la selva, tanto amara che poco è più morte), passa un fiume, morendo; lo passa coi segni della morte di Gesù, e si trova morto nel regno dei morti.[39] L'Ombra conduce il morto, e lo conduce a quella che egli ama, a una donna morta.