Quel giorno fu un gran giorno per Dante, perchè la canzone che egli dopo “alquanti dì„ cominciò “con quel cominciamento„, è tale che per essa egli può essere, a suo avviso, designato così: (Pur. 24, 49).
colui che fuore
trasse le nuove rime cominciando,
Donne ch'avete intelletto d'amore.
E fu solenne cominciamento davvero, se quella canzone è posta da lui ad esempio dopo la nobile definizione del genere poetico a cui appartiene, così (VE. 2, 8, 7): “Dicimus ergo quod cantio, in quantum per superexcellentiam dicitur, ut et nos quaerimus, est aequalium stantiarum sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, ut nos ostendimus cum dicimus, Donne, che avete intellecto d'amore„. E in questa medesima opera la reca per esempio anche altrove (2, 12, 3). Di più: nel libello della Vita Nova, dopo averla divisa per aprirne l'intendimento, aggiunge: “io temo d'avere a troppi comunicato lo suo intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s'ella avvenisse che molti lo potessero udire„. Ora di questa canzone, che nacque da uno spirar subito e che fu cominciata — dopo giorni di studio, e che è dichiarata dall'autore stesso piena d'un misterioso senso, ch'egli vuole e non vuole sia aperto; di questa canzone che è, in cotal guisa, la canzone tipica, la tipica aequalium stantiarum... tragica coniugatio, e che è il cominciamento delle nuove rime che Dante trasse fuori, scotendo i vecchi rimatori; di questa canzone che è la prima ad aver per materia la loda della gentilissima (nova materia dilettevole a udire), e che, come dopo il subito cominciamento volle alquanti giorni di meditazione, così prima d'esso fu causa di molti dubbi e di poco ardire e d'una dimora pur “d'alquanti dì, con disiderio di dire e con paura di cominciare„ (VN. 17 e 18); di questa canzone bisogna indagare il senso con tanto studio con quanto l'autore la fece, e con tanta aspettazione quanta egli ci fa nascere con le sue parole. Perchè in vero il suo intendimento, ch'egli temeva si fosse comunicato a troppi, pare non si sia comunicato a nessuno.
Che vuol dire, in verità, la stanza seconda?[32]
Angelo chiama in divino intelletto,
e dice: “Sire, nel mondo si vede
meraviglia ne l'atto, che procede
da un'anima, che fin quassù risplende.„
Lo cielo, che non ha altro difetto
che d'aver lei, al suo Signor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola pietà nostra parte difende;
chè parla Dio, che di madonna intende:
“Diletti miei, or sofferite in pace,
che vostra speme sia quanto mi piace
là, dov'è alcun che perder lei s'attende,
e che dirà ne lo inferno a' malnati:
Io vidi la speranza dei beati.
Il nostro pensiero per un minuto non stia pago al solito garrulo buon senso dei Dantisti, ma si degni di trasportarsi a' tempi di Dante. Ecco: il nostro pensiero è subito sorpreso da un accoppiamento tra acuto e stolto di parole, di quelli che fanno maravigliar prima e appagar dopo: oxymoron, che quel solito buon senso non può da sè avvertire. L'accoppiamento strano è “la speranza de' beati„. Invero “la speranza non è nei beati„ come “non è nei dannati„.[33] È trita sentenza questa; onde la frase di Dante, se non a noi, certo ai lettori un po' addottrinati del suo tempo, faceva l'effetto che dissi, di motto prima strano e poi ingegnoso. Il qual effetto è accresciuto da quel vidi, poichè quel verbo è nella frase di San Paolo che il Dottore riporta, e che è il fondamento di tutta quella dottrina della speranza.
La quale dottrina indubbiamente è riflessa in quella stanza. Per vero sono in essa nominati i due ordini di esseri, ne' quali non può aver luogo la speranza: i beati del cielo e i malnati dello inferno. È in essa un chiedere, un gridar merzede, un chiamare che specchia questo concetto: i beati sperano per gli altri la beatitudine. E vi è una pietà che difende la parte di qualcuno, la nostra, quella degli uomini; e questa pietà non è dissimile dall'amor di carità, che si dice dal Dottore essere la virtù, per la quale i beati sperano la beatitudine per gli altri. E Dio dice: La vostra speme stia laggiù; ossia non stia nel cielo. È lo stesso concetto che in Par. 33, 10:
Qui se' a noi meridiana face
di caritade e giuso, intra i mortali,
se' di speranza fontana vivace.
E il Dottore dice che nel cielo non è la speranza e dice che c'è l'amor di carità; che la carità è sì nel cielo, mentre la speme dimora là, dove... da noi, insomma, viatori della vita, non in cielo non tra i beati. E aggiungo, per sommergere ogni dubitare, che il passo di San Paolo, di cui una frase è citata dal Dottore, suona così nella sua interezza: “Spe enim salvi acti sumus. Spes autem quae videtur, non est spes: nam quod videt quis, quid sperat?„ Nel qual passo si osservi per ora la locuzione, soltanto la locuzione: “la speranza che si vede, non è speranza„. E Dante dice, al contrario “io vidi la speranza!„.
Ma traduciamo in nostro umile linguaggio il mito teologico,[34] quale da questi raffronti sospettiamo subito che ci sia, come del resto, anche senza raffronti, ognuno pensava che ci fosse. È un dramma in cielo. Il Poeta dice: “Donne voglio dirvi in che modo lassù non ci sia la virtù della speranza. Questa virtù sapete chi è? È madonna. Gli angeli e i santi la vorrebbero con loro in cielo. Ma l'amor di carità che là fiammeggia, parla per bocca di Dio, e dice che la speranza ha da rimaner nel mondo, a ciò che il suo amatore, che è per perder l'una cioè anche l'altra (poichè la donna è anche la speranza), possa dire nell'inferno ai dannati: O voi che non avete speranza di bene, io non son come voi: io vidi la speranza la quale i beati (a cui ella non fa mestieri) lasciarono in terra...„; e, soggiungo io, PERCIÒ FUI SALVO. Lo aggiungo io, ma è nel pensier di Dante che aveva in mente il passo di S. Paolo: spe... salvi facti sumus.