In questa canzone e c'è il delineamento, quanto si voglia incerto, del poema sacro, e c'è la continuazione del concetto mistico accennato nella precedente canzone. Basti invero osservare che in quella gli angeli vogliono in cielo la terrena maraviglia, e qui in cielo la riconducono, come una nuvoletta; e in quella si allude a un viaggio di Dante, che attraversi l'inferno proclamando d'esser salvo per la speranza, in faccia ai disperati per sempre; e in questa si parla d'un morir non vero e di cose dubitose molte e di lagrime e di guai e di tristizia e di segni forieri di sfacelo, cui segue una visione celeste. Sopra tutto, si scorge il nesso tra le due canzoni, quando si tenga a mente l'equivalenza della donna che è speme, alla spes aeternae contemplationis di S. Agostino, la quale è istessamente luminosa sapienza, di cui ogni piamente studioso è innamorato. Dice d'essa il santo padre che subito noi vorremmo giungere alle delizie della bella e perfetta sapienza; “ma ciò non è possibile in terra morientium„. Dante nella canzone seconda, si raffigura moribondo e in atto di chiamare la sua donna. E dove o quando è possibile vederla? Quando s'è sciolti dal corpo e dove si sia puri spiriti. Perchè? Perchè (risponde il santo padre con le parole del libro della Sapienza), perchè “il corpo corruttibile aggrava l'anima e l'abitar in terra deprime il senso che a troppe cose ha da pensare„.[42] Morire, dunque, bisogna, se si vuol vedere la bella e perfetta sapienza. Ma se ella è incarnata in una donna di quaggiù, come si potrà vederla da morti, se non è morta anche essa? Questo semplice ragionamento può da sè aver indotto il poeta, s'e' voleva continuare la figurazione del suo concetto mistico, a sognare morta la sua donna nel tempo istesso che figura morto sè; ma può avervelo condotto anche altro. Se la sua donna era per Dante ciò che Rachele per Giacobbe egli può aver seguito un mistico, Riccardo di San Vittore, nello imaginarla morta.[43] Invero questi così discorre: “Per Beniamino propriamente s'intende l'atto della intelligenza pura, la intuizione delle cose che non cadono sotto i sensi, e che sono senza mistura d'imaginativa. Una mente che arde di questo desiderio, e spera, sappia che ha già concepito Beniamino; quanto più cresce il suo desiderio più si approssima al parto. Beniamino nasce e Rachele muore; imperocchè, come la mente è rapita sopra se stessa, si sorpassano i limiti d'ogni umana argomentazione, e non appena vede in estasi il lume divino, la umana ragione soccombe. Questo è il morir di Rachele dando a vita Beniamino.

Non era forse nell'Apostolo morta Rachele e mancante ogni senso di umana ragione, quando diceva: Scio hominem, sive in corpore, sive extra corpus, nescio, Deus scit, raptum huiusmodi usque ad tertium caelum![44]

... Ma a questo terzo cielo che trascende ogni modo dell'umana ragione, non possono da sè stessi venire neanche coloro che sanno ascendere a' cieli e discendere insino agli abissi; ma solo possono dove, per la partita della mente (per mentis excessum), sono rapiti sopra se stessi„.

Dunque la morte di Rachele è dichiarata come mentis excessus. E mentre tale mentis excessus si può dichiarare come una morte di sè, in quanto l'anima esce dal corpo per virtù dell'estasi, si vede che fu ravvisato in figura nella morte di Rachele, della donna bella e amata. E anche dunque, con questo esempio, noi ci rendiamo ragione come Dante il quale già nella sua donna aveva veduta “la speranza della contemplazion di Dio„, ossia la sua Rachele, continuando la canzone Donne che avete con la canzone Donna pietosa, faccia di sognare e che esso muoia e che muoia Beatrice. Esso esce dalla sua mente, cioè muore; la sua mente esce e parte, cioè muore la sua donna.

Ma ecco che, tutto sommando, noi dobbiamo concludere, non che scrivendo la prima canzone Dante pensasse alla Comedia futura, ma che scrivendo la prima, così augurale come esso dice che è, e continuandola con la seconda, egli veniva a trattare con quelle lo stesso argomento che trattò poi con la Comedia. E aggiungiamo, che se Dante, tratto dalla natura del suo soggetto, ricorreva al complicato mezzo di sognare, in un delirio d'infermo, morta la sua donna, la cui morte era necessaria alla sua figurazione; se ricorreva a questo mezzo, e sia pure che avesse veramente delirato e sognato, poichè certe coincidenze non sono impossibili anche quando paiono inverosimili; se Dante cantava della sua donna morta, prima che morisse, è segno indubitabile ch'ella era pur viva e vera, questa donna, nella quale pur figurava la speranza della contemplazione e la sapienza bella e perfetta. Se no, e come non avrebbe finto che ella era morta davvero? Nè si dica che non è gentilezza di cuore finger così la morte di persona che si ama. La fingeva pur di sè Dante; e quella della sua donna è, meglio che morte, glorificazione e ritorno al cielo; e quando egli insisteva sulla pietà e bontà dell'angiola giovanissima, non era lontano da questo pensiero; che poteva essere, perchè no? un presentimento; e anche, se monna Bice era intanto andata a nozze terrene, perchè no? un desiderio non consaputo e non confessato, ma un desiderio dell'anima. Chi amò invano lo sa.

V.
I SIMULACRI D'AMORE

Dante dunque preparava avanti la morte di Bice una, se non comedia, divina tragedia in canzoni? Delle quali, due sole fece; e in esse la donna amata è trasformata già, come nel poema sacro, a significare la sapienza che è speranza dell'eterna contemplazione, e che fa beato chi la vede. Ci è a noi lecito entrare talmente nel pensiero di Dante, da trarne qualche altra notizia di questa “tragedia„ che cominciò e non finì? Qualche altra notizia, sì forse, studiando quali erano i concetti e le imagini che passavano a quel tempo per la sua anima.

La canzone Donne che avete fu composta dopo che, come Dante in seguito scrisse, “quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizii e reina de le virtudi, passando per alcuna parte gli negò lo suo dolcissimo salutare, nel quale stava tutta la beatitudine di lui„.[45] Or, poichè gli fu negata tale beatitudine, cadde in grande dolore e si partì dalle genti e solingo bagnava la terra di lagrime. E si chiuse nella sua camera e “chiamando misericordia a la donna de la cortesia e dicendo — Amore, aiuta il tuo fedele — „ s'addormentò “come un pargoletto battuto lagrimando„. E nel mezzo al suo dormire, gli apparve seduto lungo lui un giovane vestito di bianchissime vestimenta. E io ricordo qui subito l'apparizione di quell'Ombra che nella Comedia è simbolo di studio o amore. Virgilio si mostra a Dante, quando questi ha perduto “la speranza dell'altezza„. Appena Dante lo vide nel gran deserto, gridò a lui, Miserere di me; come in questa visione giovanile, dice prima d'addormentarsi, dice in una camera solitaria, ad Amore: Aiuta il tuo fedele! Prima però di questa esclamazione, egli ne ha diretta un'altra “a la donna della cortesia„, chiamando misericordia. E nella Comedia si legge d'una donna gentile che si compiangeva di Dante smarrito, e chiamava Lucia, di cui Dante era fedele, la qual Lucia si volgeva a Beatrice, di cui Dante era amico. La donna della cortesia, cui prima d'addormentarsi il giovine innamorato chiamò misericordia, è forse Beatrice stessa? o non forse quella Donna Gentile, la cui (Par. 33, 16)

benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al domandar precorre?

quella in cui è misericordia? quella che è tra i mortali fontana vivace di speranza? Mi pare verosimile che Dante chiamasse misericordia, non all'assente sua donna, ma a quest'altra ognor presente, e che è sì cortese che anche non chiamata, risponde; e chiamasse misericordia a quella in cui è misericordia.