Lì si cantò non Bacco, non Peana,
ma tre Persone in divina natura,
e in una persona essa e l'umana;

e l'altro: (14, 28)

Quell'uno e due e tre che sempre vive,
e regna sempre in tre e due e uno,
non circoscritto, e tutto circonscrive.

tre volte era cantato da ciascuno
di quegli spirti...

La stella affocata è mossa dalle Virtudi che contemplano la Sapienza del Figlio nel Figlio. Ecco invero la croce, ecco le tre voci, Cristo! Cristo! Cristo! (ib. 95, 104) In questo cielo dedicato al Figlio, Dante è chiamato figlio, è abbracciato, lodato, istruito, consigliato, confortato come figlio. In questo cielo della Sapienza, la Sapienza personificata in Beatrice lo regge nelle sue domande che altrove fa da sè o nemmeno esprime. Qui la Sapienza medesima arride un cenno a Dante, (ib. 15, 71) prima che parli; ride, quando incomincia col voi romano (ib. 16, 14); gli dice che parli e gli soggiunge il perchè deve parlare; che è un savio perchè; (ib. 17, 7) onde Dante si rivolge all'ultimo ancora a destra (a destra, notiamo) per vedere il suo dovere in Beatrice. (18, 52) Inoltre i discorsi di Cacciaguida sono un piccolo (o grande e grandissimo) libro di Sapienza, applicata alla Terra nativa di lui e di Dante. Infine, ciò che più monta, qui si dirime vittoriosamente il contrasto tra la Sapienza e la Ventura o Fortuna, la quale non può prevalere contro la sua contraria. (16, 84; 17, 24 e 26) Dante è amico di Beatrice, che qui gli accenna, gli ride, gli suggerisce, “e non della Ventura„.[561] Nel Verbo del suo trisavo il Figlio si acqueta, “tetragono ai colpi di ventura„.

Giove è delle Dominazioni che contemplano la Sapienza del Figlio rispetto alla carità dello Spirito. Anche qui risuonano le tre voci, Cristo! Cristo! Cristo! (Par. 19, 104) Continua qui, per così dire, il liber sapientiae, di cui le prime parole sono scritte dai beati coi loro stessi splendori: Diligite iustitiam qui iudicatis terram. Questo per la Sapienza. Ora vediamo per lo Spirito Santo. Nella giovial facella è l'Aquila che è figurazione connessa allo Spirito Santo, e l'Aquila è composta di molti amori, (19, 20) ed è contesta “di laude della divina grazia„ (ib. 37), anzi “di lucenti incendi dello Spirito Santo„ (ib. 100); e il dolce amore ardeva (20, 13)

in quei flavilli
ch'aveano spirto sol di pensier santi;

e poi si sente “un mormorar di fiume„; e dell'aquila la pupilla è “il cantor dello Spirito Santo„. In tanto teniamo per fermo che se il primo ternario è dell'Amore, il secondo è della Sapienza, cioè di Cristo! Cristo! Cristo! tre volte ripetuto. La croce scintilla nella sfera di mezzo di questo ternario. Nella sfera di mezzo la Sapienza vince la Fortuna. E la corona dei dotti di scienza divina precede, e l'aquila dei re giusti segue il segno in cui si vince.

Saliamo in Saturno, che è dei Troni che contemplano il Padre con lo Spirito. Essi sono gli specchi in cui rifulge Dio giudicante. (Par. 9, 61) E Dante deve diventare un Trono anch'esso: (ib. 21, 16)

Ficca dietro agli occhi tuoi la mente,
e fa di questi specchio alla figura
che in questo specchio ti sarà parvente.